giovedì 16 Settembre 2021

Acquista

Login

Registrati

Scorie slow

Il decommissioning del nucleare italiano procede lentamente, mentre i costi salgono. Tra la Carta dei siti possibili per il deposito definitivo che resta segreta. E progetti di “adeguamento”, contestati, per quelli temporanei

Sul faldone una parola inglese: “Decommissioning”. Un post-it, lasciato chissà quando da un solerte funzionario, aggiunge: “Complesso delle operazioni di decontaminazione, smontaggio e rimozione delle strutture e delle componenti di un impianto nucleare al termine del proprio ciclo produttivo”. Una palla avvelenata, senza virgolette, che non smette di passare di mano in mano, esecutivo dopo esecutivo. Anno dopo anno. E che dopo il voto del 4 marzo toccherà in dote al prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Il tempo, però, questa volta sta per finire davvero. Pende sul nostro Paese la procedura d’infrazione che la Commissione europea ha aperto per la mancata osservanza della direttiva europea del 2011 sul trattamento delle scorie nucleari.

I costi, intanto, continuano a salire. Carte alla mano, gli esperti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) e i tecnici di Sogin (la società pubblica incaricata di gestire l’uscita dal nucleare in Italia) hanno “aggiornato” i costi del nostro decommissioning: 7,2 miliardi di euro, 400 milioni più rispetto ai 6,8 miliardi con cui l’amministratore delegato Luca Desiata – ex Enel, alla guida della società da luglio 2016 – si era presentato all’appuntamento del settembre scorso. Desiata ha spiegato che dal 2001 il programma di smantellamento è stato realizzato solo per il 26%, costando però 3,2 miliardi di euro: il 44% del budget.

E dire che sono passati più di trent’anni, e ben venti governi, dalla consultazione referendaria che fece uscire l’Italia dall’atomo, scelta ribadita dal referendum del 2011. «Un Paese serio – dice Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto club – avrebbe impiegato questi tre decenni per affrontare il problema, tecnicamente complesso ma non trascendentale, del decommissioning di quelle poche centrali che abbiamo realizzato fra gli anni Sessanta e Settanta. Avremmo potuto accumulare un know how da spendere proficuamente anche all’estero nei prossimi anni, quando il phasing out del nucleare interesserà molti Paesi. Non è successo nulla di tutto questo».

La vicenda si potrebbe definire una farsa se non fosse una minaccia per l’ambiente e per la nostra sicurezza. Un promemoria può essere utile. Il centro Eurex di Saluggia, uno dei ventidue grandi siti temporanei in cui vengono stoccati i rifiuti radioattivi in Italia, si trova sulle rive della Dora Baltea, il maggior affluente del Po, a monte dei pozzi di prelievo del più grande acquedotto del Piemonte, proprio sopra alla falda che li alimenta. Qui è custodito l’85% dei rifiuti nucleari italiani, fra cui anche quelli liquidi ad alta radioattività. Durante l’alluvione del 2000, il Nobel per la Fisica Carlo Rubbia, un nuclearista convinto, parlò di “catastrofe planetaria sfiorata”. Se le scorie fossero state portate via dal fiume in piena, gli effetti sarebbero stati devastanti per la Pianura padana e l’Adriatico. A diciotto anni di distanza quei rifiuti sono ancora lì.

Il rebus della Cnapi

Del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi se ne parla, invano, da anni. Doveva essere pronto nel 2008. Ne sono passati altri dieci senza che siano stati fatti passi in avanti. Eppure lo scorso giugno, durante un’audizione della commissione parlamentare di inchiesta sui Rifiuti, il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, aveva annunciato che la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) a ospitarlo sarebbe stata pubblicata entro la fine del 2017. Una promessa non mantenuta. Come non è stata mantenuta quella precedente, quando al timone del dicastero per lo Sviluppo economico c’era Federica Guidi. In quel caso con tanto di data per la pubblicazione della famigerata Cnapi: il 20 agosto 2015.

Al momento di scrivere, lo stesso Calenda ne ha annunciato la pubblicazione entro le elezioni del prossimo 4 marzo. In pochi l’hanno vista: i tecnici di Sogin, che l’hanno realizzata, quelli dell’Ispra che hanno redatto le linee guida per compilarla, chi nel ministero l’ha messa nella cassaforte in cui è rimasta per due anni e mezzo, bollata come “top secret”. Ora, con le elezioni sono dietro l’angolo, si vedrà quale partito vorrà legare il proprio nome alle scelte da fare sul nucleare. Figurarsi a un sito che dal 2024, anno in cui dovrebbe aprire, al 2065, quando sarà chiuso e inizierà il suo esercizio istituzionale di circa 300 anni, è destinato ad accogliere 90.000 metri cubi di rifiuti radioattivi: in via definitiva i 75.000 a bassa e media intensità, in via temporanea i 15.000 ad alta attività, provenienti dalle nostre ex centrali atomiche. Fino a quando non ci sarà, se mai dovesse esserci, il sito di stoccaggio definitivo.

Come mai tanti ritardi nella pubblicazione della Cnapi? Marco Sabatini, addetto alle relazioni con i media della Sogin, sottolinea come l’iter per localizzare il deposito sia partito nel giugno 2014, dopo la pubblicazione da parte di Ispra della Guida tecnica. «Abbiamo consegnato Cnapi e progetto preliminare nei tempi previsti dal decreto del 2010 – puntualizza Sabatini – Nel frattempo i ministeri competenti hanno avviato l’iter del Programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi. Al termine di questo, i ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente daranno il nulla osta alla pubblicazione della Carta e del progetto, che segnerà l’avvio della consultazione pubblica con i soggetti interessati. Noi siamo pronti».

Scelte unilaterali

Secondo Giampiero Godio di Legambiente Piemonte, che da anni per l’associazione si occupa con passione e competenza di nucleare, il percorso per il deposito è partito col piede sbagliato. «Prima il governo doveva fare il Programma nazionale, una sorta di “piano regolatore” per tutte le attività che riguardano l’eredità della stagione atomica italiana, e soltanto dopo si sarebbe dovuto avviare l’iter del deposito. Da noi è avvenuto l’esatto opposto, con la conseguenza che il dibattito si trascina ormai da anni e l’obiettivo di essere pronti per il 2024 è sempre più complicato da raggiungere. Sogin sembra essere la prima a non crederci».

Proviamo a chiarire. Con più di due anni di ritardo rispetto alla scadenza fissata per decreto, lo scorso 15 luglio, su sollecitazione di Bruxelles, è stata pubblicata la proposta di Programma nazionale per il nucleare, predisposta dai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico. Il governo ha così aperto la fase di consultazione pubblica per la Valutazione ambientale strategica (Vas), procedura prevista dalle direttive europee per permettere a cittadini e associazioni di dire la propria sulla costruzione e gestione del deposito dei rifiuti radioattivi. Il tempo per presentare le osservazioni scadeva il 13 settembre. La scelta del periodo estivo e i tempi così stretti non hanno certamente agevolato quella “effettiva partecipazione del pubblico ai processi decisionali” auspicata da Bruxelles.

«Scelte prese unilateralmente, durante il colpevole ritardo, non devono essere considerate dati di fatto acquisiti e inderogabili – riprende Godio – ma oggetto di un confronto pubblico che ne verifichi la giustificazione e ne valuti le possibili alternative. Già il Comune di Saluggia, nelle osservazioni al Rapporto preliminare, propose una moratoria sulla costruzione di nuovi depositi temporanei». Anche perché che senso ha costruire strutture per lo stoccaggio di materiale radioattivo in siti che entro pochi anni, quando arriverà quello definitivo, saranno “liberati”? Per Sogin, come spiega ancora Sabatini, «in assenza di un deposito nazionale, per terminare il decommissioning è necessario dotare i siti di depositi temporanei nei quali stoccare i rifiuti radioattivi derivanti dal pregresso esercizio, ma anche quelli che produciamo con l’avanzamento dello smantellamento. Non fare queste strutture impedirebbe di proseguire il programma di chiusura del ciclo nucleare, andando contro la missione che ci è stata affidata».

Alta attività, no grazie

Un altro punto del Programma nazionale non convince gli ambientalisti. «È necessario e urgente realizzare un deposito unico di un certo tipo – spiega Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – che accolga solo scorie a bassa e media radioattività, come quelle provenienti dalle attività industriali, mediche e di ricerca, non quelle ad alta. Queste non possono essere gestite in Italia, neanche temporaneamente. Ne abbiamo un quantitativo che possiamo definire marginale, sarebbe opportuno continuare a riprocessarle all’estero in attesa del sito unico europeo, piuttosto che accoglierle in via temporanea nel deposito nazionale. Ma purtroppo nel Programma presentato di questa ipotesi non c’è traccia». Opportunità, quella descritta da Zampetti, che Sogin non sembra prendere in considerazione. «I contratti prevedono il rientro in Italia delle scorie derivanti dal riprocessamento nel 2025 – risponde Marco Sabatini – Il deposito nazionale consentirà di ospitare temporaneamente i materiali ad alta attività, in attesa che si definisca il sito geologico europeo per il loro smaltimento definitivo. L’ipotesi prospettata, inoltre, non tiene conto dei considerevoli costi aggiuntivi che graverebbero sull’utente elettrico».

Intanto, in assenza di un documento che metta nero su bianco le potenziali destinazioni del deposito, le Regioni mettono le mani avanti. La prima a farlo è stata la Regione Liguria, che ha scritto ai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente lo scorso settembre per comunicare che applicando i criteri della Cnapi al suo territorio nessuna area risulta disponibile. La Basilicata, dove nel 2003 il governo Berlusconi tentò il blitz per realizzare a Scanzano Jonico il deposito di profondità dei rifiuti ad alta radioattività, ha espresso la sua totale contrarietà ad accogliere l’installazione. Mentre la Regione Sardegna in un documento ha elencato una serie di beni da tutelare e di caratteristiche geografiche che determinano la sua inidoneità.

Se la strada verso la scelta del sito è ancora tutta in salita, Sogin va comunque avanti. «I risultati della verifica fatta con Iaea premiano il nostro lavoro, riconoscendo che risponde ai migliori standard internazionali con costi e tempi in linea con altre esperienze – sostiene Sabatini – Il piano incorpora gli affinamenti progettuali realizzati dall’attuale governance su tutti i progetti, con una stima dei costi che tiene conto di rischi e incertezze dei progetti stessi». Sarà il prossimo governo a decidere come “archiviare” davvero l’eredità del nucleare italiano. Almeno si spera.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

SOSTIENI IL MENSILE

Articoli correlati

Alle isole Far Øer uccisi in un solo giorno quasi 1.500 delfini

La mattanza risale al 12 settembre in occasione della "Grindadráp", la tradizionale caccia ai cetacei. La denuncia dell'organizzazione Sea Shepherd: "La caccia ai delfini deve cessare completamente"

I Comuni al centro della pianificazione urbana nella sfida all’emergenza climatica

Se ne parla il 17 settembre a Campi Bisenzio a un convegno organizzato da Legambiente nell'ambito del Festival dell'Economia Civile

Venezia78, il premio Green Drop Award al film “Il Buco” di Michelangelo Frammartino

A premiare le produttrici Piera Boccacciaro e Chiara Cerretini è stato Lino Banfi, che ha ricevuto la Goccia Blu insieme a Ronn Moss

Seguici sui nostri Social

16,989FansLike
21,231FollowersFollow
0SubscribersSubscribe

Gli ultimi articoli

I Comuni al centro della pianificazione urbana nella sfida all’emergenza climatica

Se ne parla il 17 settembre a Campi Bisenzio a un convegno organizzato da Legambiente nell'ambito del Festival dell'Economia Civile

Venezia78, il premio Green Drop Award al film “Il Buco” di Michelangelo Frammartino

A premiare le produttrici Piera Boccacciaro e Chiara Cerretini è stato Lino Banfi, che ha ricevuto la Goccia Blu insieme a Ronn Moss

Maxiprocesso Eternitbis, appuntamento il 19 settembre al Parco Eternot

A porte chiuse il processo con le voci dei testimoni a Novara. La comunità monferrina si ritrova e partecipa alla lotta per la giustizia

Giretto d’Italia 2021, al via l’undicesima edizione della gara per la mobilità sostenibile

Casa-lavoro in bici o mezzi di micromobilità elettrica: sfida al maggior numero di spostamenti sostenibili. Al vincitore un weekend per due

Urban experience, nuovi paradigmi fra naturale e digitale

di Carlo Infante - Dal 14 al 20 settembre, a Roma, si svolge “Performing Media!” con walkabout, performance, installazioni e videoproiezioni nomadi
Ridimensiona font
Contrasto