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Scontro nel letto del fiume

Dal mensile di marzo – Dopo il riconoscimento Unesco del delta del Danubio molti bracconieri dell’Est si sono trasferiti sul Po, dove aumentano i controlli. Ma serve uno sforzo in più per salvare pesci e altre specie selvatiche

Romania la chiamano la mafia del pesce. Da qualche anno a questa parte ha piantato gli stivali anche nel Delta del Po. Nelle acque interne delle province di Padova, Mantova, Rovigo, Ravenna e Ferrara, a partire dal 2012, hanno infatti messo piede decine di bracconieri ittici di professione, provenienti per lo più dalla provincia rumena di Tulcea. Un esodo forzato, dovuto alle politiche restrittive attuate dal governo di Bucarest per tutelare dalla pesca selvaggia il delta del Danubio, che proprio in quell’anno aveva ottenuto il riconoscimento di patrimonio Unesco.

Per questi pescatori, considerati dagli addetti ai lavori tra i migliori al mondo, l’adattamento nell’areale padano è stato un gioco da ragazzi: per le caratteristiche simili tra il delta che sfocia nell’Adriatico e quello che conclude la sua corsa nel Mar Nero; per l’estrema abbondanza di pesce d’acqua dolce che in Italia ha poco mercato ma all’estero molto di più; e, infine, per la pressoché totale assenza di controlli lungo le rive del nostro fiume.

Vignetta di Gianlorenzo Ingrami

«Nel momento in cui il delta del Danubio è diventato patrimonio dell’Unesco, la morsa attorno a questi pescatori si è improvvisamente stretta», conferma Marco Falciano, coordinatore delle Guardie ittiche volontarie di Ferrara, che conosce questi corsi d’acqua come le sue tasche. «Oggi in Romania ci sono dodici corpi speciali che si occupano della tutela dell’ambiente e per i bracconieri sono previsti fino a quattro anni di galera – prosegue – In Italia, invece, non c’è alcun presidio costante del territorio. Nella provincia di Ferrara, ad esempio, non c’è nemmeno un’imbarcazione fissa a pattugliare il fiume».

Un ponte fra Rovigo e Tulcea

A facilitare ulteriormente il travaso di bracconieri rumeni in Italia è stato, sempre nel 2012, un gemellaggio tra le città di Rovigo e Tulcea (capoluogo nell’omonima provincia). Un accordo che, di fatto, ha creato un ponte tra i due delta. Pensata per rinvigorire la pesca professionale nelle acque interne e scongiurare così la chiusura di diversi mercati ittici del basso Veneto, l’intesa si è invece tradotta in un comodo passepartout per organizzazioni criminali, che ottenuto il permesso di pesca professionale hanno potuto iniziare a spartirsi aree e canali per dare inizio alla caccia.

Il fenomeno viene fotografato nel dettaglio nella relazione annuale 2020 del reparto operativo Soarda (sezione operativa antibracconaggio e reati in danno degli animali) del raggruppamento Carabinieri Cites. Il report spiega che negli ultimi anni ad aver messo gli occhi sui pesci del delta del Po non sono stati solo bracconieri rumeni ma anche ungheresi, albanesi e moldavi. Tutti organizzati e strutturati in modo gerarchico. Nelle battute di caccia si muovono di notte, solitamente in due squadre: una si occupa della pesca usando elettrostorditori, reti illegali per lunghezza e dimensione delle maglie, mezzi e motori fuoribordo; l’altra porta via il pescato.

Tracce di inquinamento

Da anni, come detto, in Italia il pesce delle acque interne è passato di moda. Mentre nei Balcani e in altri Paesi dell’Est, in alcuni Stati mediorientali e del Nord Africa, carpe, pesci gatto e pesci siluro sono molto richiesti. Al punto che il volume d’affari di questo business illecito in Italia si attesta attorno ai 5-6 milioni di euro all’anno. Con danni ambientali certi. Dagli ultimi rilevamenti condotti dall’Università di Ferrara è risultato, infatti, che in otto canali del delta del Po c’è stata una diminuzione del 30% delle due principali specie ittiche dell’area, ovvero il siluro – che può superare i due metri di lunghezza – e la carpa. All’interno dei pesci sono state poi trovate tracce consistenti di metalli pesanti e di altre sostanze inquinanti – compresi residui di pesticidi e composti organici di sintesi pericolosi – che provocano negli animali dimorfismo sessuale e sterilità.

Le criticità maggiori derivano, inoltre, dalla diffusione in queste acque di specie alloctone: non solo carpe e pesci siluro, ma anche il lucioperca e il carassio. «Queste specie introdotte nei nostri fiumi impattano negativamente su quelle autoctone, entrano in competizione con loro e ne mettono a rischio la conservazione», sottolinea Massimo Lorenzoni, ecologo e ittiologo dell’Università di Perugia.

Nuove norme per le specie protette

Le cose in Italia sono iniziate a cambiare nell’agosto del 2016, quando è entrata in vigore una nuova normativa anti bracconaggio, con quello ittico in acque interne finalmente riconosciuto come reato. Il nuovo quadro normativo, oltre a inasprire le pene nei confronti dei bracconieri che prima del 2016 erano limitate a multe da poche centinaia di euro, ha portato a un progressivo aumento dei controlli, anche attraverso il coordinamento tra le forze dell’ordine e le squadre di volontari, che hanno iniziato a pattugliare autonomamente il fiume. «Rispetto al 2016, anno in cui il bracconaggio ittico ha raggiunto l’apice con decine di gruppi criminali operativi nel delta del Po, oggi il fenomeno si è ridotto notevolmente», evidenzia il maggiore Stefano Testa, a capo del Soarda. «Abbiamo a che fare con organizzazioni che, seppur in modo rudimentale, sono strutturate in forma piramidale con dei business sviluppati attraverso una vera e propria filiera».

Proprio nella provincia di Rovigo, dove nel 2012 sono sbarcati i primi gruppi di bracconieri ittici rumeni, è stata conclusa lo scorso agosto una rilevante indagine denominata “Golden River”, condotta dal locale gruppo dei carabinieri forestali in collaborazione con l’Istituto zooprofilattico di Ferrara e il dipartimento di Biomedicina comparata e alimentazione dell’Università di Padova. L’indagine ha configurato il reato di associazione a delinquere per un gruppo di persone accusate di pesca di frodo, frode in commercio e maltrattamento di animali con l’uso di elettrostorditori all’interno di un sito protetto del Parco regionale Veneto del delta del Po, e portato al sequestro di quintali di pescato: principalmente carpe, pesci siluro e lucioperca.

«Da anni chiediamo e attendiamo che il Parlamento approvi, inserendoli nel codice penale, i reati ai danni delle specie animali protette, per superare le attuali, e palesemente inadeguate, misure contravvenzionali – dichiara Antonino Morabito, responsabile fauna e benessere animale di Legambiente – È infatti evidente a tutti quanto sia urgente offrire strumenti idonei al prezioso lavoro di indagine e contrasto di magistratura, forze di polizia e vigilanza volontaria per rispondere efficacemente alle crescenti denunce dei cittadini e fermare un giro d’affari criminale che frutta centinaia di milioni di euro ogni anno. Speriamo che il governo in carica, che professa di essere decisamente ambientalista, dia finalmente le risposte tanto attese».

Selvatici in pericolo

Al netto di questi innegabili passi in avanti, nel delta del Po restano vaste zone grigie in cui i bracconieri si muovono con disinvoltura, e non solo nel settore ittico. L’area è infatti attraversata anche da altri traffici illeciti, come quello del legname, e altri animali sono minacciati. A inizio febbraio un’altra vasta operazione ha portato alla denuncia di 22 persone, che tenevano nascosti quasi mille esemplari di anatre e uccelli selvatici morti, e al sequestro di oltre 6.000 cartucce, 21 fucili e 9 richiami acustici vietati.

Nonostante la normativa del 2016 abbia reso più salate le sanzioni amministrative e i controlli e le attività di repressione siano aumentati, queste misure sembrano non bastare per mettere in sicurezza un’area così variegata, estesa su una superficie complessiva di circa 1.400 km2. A Mantova, infatti, si sta tentando di fare qualcosa in più, provando a far riconoscere come reato di disastro ambientale un’azione di bracconaggio che ha portato all’uccisione di una tonnellata di pesci. Sarebbe un precedente che in futuro potrebbe fare la differenza nell’azione di contrasto al bracconaggio ittico. Che va sostenuta con più convinzione anche dagli enti locali. «Le nostre amministrazioni hanno dimenticato di valorizzare una grande risorsa come questo fiume, limitandone l’accesso alle persone – conclude Marco Falciano – Il risultato è che questi luoghi sono stati dimenticati, e chi delinque li ha fatti propri. E poi non è possibile che ancora oggi un’area della valenza naturalistica mondiale come il delta del Po non sia Parco nazionale». Questo territorio e questo fiume meritano di più.

Riprese in acqua

Tra gennaio e febbraio, per sei settimane, si sono svolte le riprese del film Delta, girato dal regista Michele Vannucci, al lavoro sulla sua seconda pellicola dopo Il più grande sogno (2016). Il film racconta lo scontro fra bracconieri e pescatori nel delta del Po. Da una parte c’è Osso, interpretato da Luigi Lo Cascio, dall’altra il bracconiere Elia (Alessandro Borghi), fuggito dal Danubio. A fare da sfondo a questo duello il Parco del delta del Po Emilia-Romagna (Comacchio, Goro, Mesola, Codigoro, Argenta, Ravenna), Tresigallo, Ferrara e Berra (Fe), Polesine Camerini, Porto Tolle e Santa Maria in Punta (Ro) e il delta del Danubio, in Romania.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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