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Deforestazione made in Italy

Sono tantissimi i prodotti sulla nostra tavola derivati dal taglio indiscriminato di alberi. Dalla bresaola alla soia. Senza contare i danni dell’import di cuoio, mangimi e legname

Gastronomia, moda e artigianato: sono le grandi eccellenze italiane, espressione di quel “made in Italy” per il quale siamo conosciuti nel mondo. Ma siamo sicuri che sia davvero tutto fatto in Italia? A pensarci bene, non proprio. I pellami, per esempio, o la mortadella bolognese sono solo alcuni dei prodotti che cominciano il loro ciclo di vita in Paesi lontani. E a pagare lo scotto maggiore sono le “tante Amazzonie”, soprattutto in Sudamerica e in Asia centrale, dove sempre più spesso si bruciano aree di foresta per soddisfare i bisogni dei Paesi occidentali. Negli ultimi 18 anni sono andati in fumo 361 milioni di ettari, e tutti ne siamo responsabili: l’80% della deforestazione è dovuta infatti alla necessità di fare posto ai pascoli per la produzione di carne, soia, olio di palma e caffè, sempre più richiesti dai mercati internazionali. Il rimanente 20% è causato dall’industria del legno.

Le conseguenze del commercio
L’Italia ha un ruolo chiave nel mercato delle importazioni. Nel solo 2018 abbiamo comprato dal Brasile 25.400 tonnellate di carne congelata: il 50% di questa è stata utilizzata per produrre la bresaola della Valtellina Igp (Indicazione geografica protetta). Gli allevamenti hanno anche bisogno di 381.000 tonnellate di soia (267.000 dal Brasile e 114.000 dal Paraguay) per produrre i mangimi animali, che vanno a comporre i tessuti delle bistecche che cuciniamo. Per quanto riguarda l’olio di palma, tanto discusso ma ancora in voga, 902.000 tonnellate all’anno ci arrivano dall’Indonesia, 357.000 dalla Malesia. Così, senza che ce ne accorgiamo, la deforestazione è sulla nostra tavola, ogni giorno. A tutto questo si aggiunge il legname, di cui l’Italia è il terzo importatore dell’Unione Europea (1,2 milioni di tonnellate dal Brasile nel 2017).

Effetti collaterali
Gli esperti del settore definiscono embodied deforestation quella deforestazione “implicita” che si associa alla commercializzazione di un prodotto di consumo. Nella classifica dei Paesi importatori di deforestazione incorporata, dominata dalla Cina, l’Italia è al sesto posto. Le stime sono chiare: dal 2010 al 2018 sono arrivati ogni anno i prodotti derivati da circa 20.000 ettari deforestati, e la tendenza è in costante crescita. I dati sono stati presentati il 10 dicembre scorso nel workshop “Deforestation made in Italy”, un convegno organizzato dalle università di Milano, Torino e Padova in cui si è parlato delle conseguenze dell’import, spesso sottovalutate. Eliminare alberi non vuol dire solo perdere biodiversità e aumentare le emissioni di CO2: significa anche deviare i corsi d’acqua, contribuire ai conflitti fra le popolazioni locali, partecipare alla violazione dei diritti basilari dei lavoratori, nonché incentivare l’evasione fiscale e la corruzione in Paesi spesso già difficili.

Pelli senza responsabilità
«Quello del cuoio è un caso particolarmente interessante – spiega Davide Pettenella, docente di Economia e politica forestale presso l’Università di Padova e presidente del Forest stewardship council (Fsc) – L’Italia è il primo esportatore europeo di prodotti in pelle. Pensiamo agli accessori di moda, come scarpe e borse, ai manufatti artigianali, all’automotive. È un settore d’eccellenza, eppure le pelli da lavorare arrivano dagli scarti di produzione nei macelli, dal Sudamerica o da altre parti del mondo.
Il cuoio parte dall’Amazzonia per arrivare in Cina e in Italia, soprattutto in Veneto e Toscana. Sono materiali che valgono ancora circa il 5% del valore dell’animale, ma vengono venduti a bassissimo prezzo e in condizioni d’illegalità. In assenza di regole precise, si tratta di una responsabilità morale distribuita. Lo stesso vale per il legname – aggiunge Pettenella – c’è sempre più bisogno di aziende del legno certificate che rimangano competitive nel mercato facendo particolare attenzione alla difesa dell’ambiente». Per fortuna, la consapevolezza in merito sta aumentando: alcuni dei marchi più importanti nel mondo della moda, fra cui Timberland, Vans e The North Face, hanno firmato lo scorso settembre una dichiarazione in cui s’impegnano a non utilizzare più pellami provenienti dal Brasile. A dicembre l’Unione Europea ha emanato un mandato che obbliga gli Stati membri a sviluppare un marchio ufficiale “Deforestation free”.

Il ruolo della Pac
Anche il mondo della zootecnia è coinvolto. Le produzioni mangimistiche italiane non soddisfano la necessità degli allevamenti: per questo, grandi quantità di mais sono importate dall’Est Europa. La soia, invece, componente proteica necessaria per il bestiame, proviene dai Paesi del Sudamerica, dove 40 milioni di ettari sono coltivati in maniera intensiva. Quei territori, fino a qualche anno fa, erano aree forestali. «La Politica agricola comunitaria attualmente in vigore premia gli agricoltori più attenti alla tematica ambientale. Però si riscontrano problemi nella declinazione nazionale della normativa – chiarisce Damiano Di Simine, del comitato scientifico di Legambiente – Nonostante il progetto sia molto ambizioso, dalla politica non arrivano segnali incoraggianti». E la deforestazione va avanti.

 

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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