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Decreto sicurezza: fotografia di un Paese che rischia la deriva

Fotografia di migranti sbarcati in un porto italiano

Dobbiamo essere orgogliosi di essere italiani, perfino Trump ci imita. Chi entrerà illegalmente nel Paese non potrà più presentare domanda di asilo. L’ironia mi sembra l’unico baluardo, nell’immediato, al cataclisma che il #governodelcambiamento ha fatto abbattere sull’Italia, e mi dispiace, in questi giorni di disastri ambientali e di abusivismo, usare una simile metafora per parlare della legge 840 sulla sicurezza pubblica appena approvata al Senato. Ma non ne ho di più pertinenti.

Prima di entrare nel merito è bene porre attenzione a due aspetti, apparentemente banali, che hanno caratterizzato l’approvazione della legge. Stando alle cronache il governo ha deciso lunedì 5 novembre di chiedere la fiducia, e mercoledì il maxi emendamento che incorpora, modifica e allarga il decreto legge 113 viene approvato. L’emendamento, che porta a più di 60 articoli i 40 iniziali, cucinato in poco più di un giorno e mezzo, si presenta come un miscuglio di mille interventi marginali e fondamentali, mischiati insieme, apparentemente senza un filo, dalla lotta agli immigrati alle modifiche del codice della strada, dai piani di emergenza negli impianti per i rifiuti alle assunzioni nella polizia municipale (nonché l’autorizzazione per la pistola elettrica), dai droni alla vendita dei beni confiscati, dalla riorganizzazione del ministero e gli investimenti sul corpo di polizia all’aumento degli oneri nel servizio d’ordine per le manifestazioni sportive. Ma dietro questa apparente confusione c’è un corpo sostanzioso e organico di misure, che non sembrano proprio improvvisate. Il sospetto che tutto ciò sia stato preordinato e non inserito nel decreto legge per evitare la bocciatura del Presidente è più che lecita.

Andiamo per ordine. La nuova legge cancella la protezione umanitaria, sostituita da una certosina casistica di “casi speciali”, meticolosamente elencati (cure mediche, protezione da tratta e violenza, calamità naturali che impediscono il rientro nel paese d’origine, grave sfruttamento lavorativo, atti di particolare valore civile), per i quali è molto ampia la discrezionalità del questore, a cui spetta la decisione finale.

Si smonta il sistema SPRAR che sarà più che dimezzato, perché riservato solo ai titolari di protezione e non ai richiedenti. Si raddoppia la permanenza dei Centri di accoglienza e dei nuovi Centri per il rimpatrio, arrivando fino a 210 giorni. Vengono avvantaggiati i CAS, per i quali scompare il dovere di fornire servizi e apprendimento della lingua italiana, a fronte di una riduzione della diaria.

Si stabilisce un elenco di paesi sicuri e di aree sicure in ogni paese dove i richiedenti potranno essere riportati, ma i rimpatri rimangono un pio desiderio in assenza di accordi (tutti da stipulare, tranne i 4 storici che esistono da anni) con i tanti paesi di origine dei migranti. E costano molto. L’ampliamento delle fattispecie (anche il furto in appartamento) determina, tra le altre cose, la revoca della protezione internazionale

Tra i criteri per dichiarare “manifestamente infondata” la domanda di asilo c’è anche l’ingresso illegale nel paese. Legalizzate, infine, le lungaggini nel riconoscimento della cittadinanza mentre viene introdotto il principio che la si potrà revocare in casi specifici.

L’effetto di tutto ciò? Salta l’accoglienza diffusa, che fino ad oggi ha garantito percorsi virtuosi di integrazione. Entrano in crisi molte economie soprattutto nei piccoli comuni che intorno all’arrivo di nuovi abitanti avevano iniziato a rinascere. Si spostano i richiedenti verso grandi strutture, che spesso creano tensioni nel territorio, dove la faranno da padroni gli speculatori che riusciranno a rientrare nelle nuove diarie, non certo i volontari di cui parla Salvini. Si scaricano sui sindaci nuovi costi e problemi, anche perché la riduzione dei diritti e delle possibilità di legalizzazioni farà crescere i clandestini. E i richiedenti asilo saranno più facilmente preda delle bande criminali, delle organizzazioni mafiose nazionali e straniere, del sistema illegale di sfruttamento delle persone.

In una parola: viene boicottato ogni percorso di integrazione che è il vero assillo di Salvini, che deve poter dimostrare sempre che i migranti sono un pericolo e che l’integrazione è una chimera. Ecco perché Salvini ha bisogno di produrre nuova insicurezza, all’opposto di quello che sostiene.

Lungo questo asse si sviluppa anche il resto della legge. Le misure contro l’esercizio molesto dell’accattonaggio (contro chi “simula per destare l’altrui pietà”) e i parcheggiatori abusivi, per i quali sono previste multe salate, da 3.000 a 6.000 euro e l’arresto, il rafforzo delle misure contro i blocchi stradali e le occupazioni di immobili, in assenza di qualunque politica pubblica in grado di dare risposte adeguate all’improrogabile domanda sociale di case. Gli investimenti per la polizia municipale che vanno verso la sua militarizzazione.

L’obiettivo è duplice: sbandierare come aumento di sicurezza la stretta sui migranti e accelerare sulla trasformazione di ogni problema sociale del paese in un problema di ordine pubblico. Con questa legge si punta a cambiare la natura della società italiana, il suo spirito profondo, fatto di solidarietà, di ricchezza di relazioni umane basate sulla fiducia, e si mettono le basi per trasformare il prossimo in un nemico, di cui bisogna aver paura. A cui si può sparare. È la versione italiana del trumpismo.

Poi ci si potrebbe anche chiedere cosa ne viene al M5S di questa deriva, ma questo è un altro problema. Per noi cittadini normali la domanda che, invece, ci dobbiamo porre è questa: che fine sta facendo la democrazia in Italia?

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