venerdì, Ottobre 30, 2020

“Decarbonizzare produce anche effetti sociali ed economici”

Nel 2017 le emissioni di CO2 in atmosfera sono aumentate. Un campanello d’allarme temporaneo o il segnale che di questo passo la soglia di 1,5 gradi di aumento massimo della temperatura globale media al 2050, concordata a Parigi, resterà un miraggio? La Nuova Ecologia l’ha chiesto ad Antonio Navarra, presidente del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), che ha il ruolo da focal point per l’Italia dell’Ipcc, la task force di scienziati messa in piedi dall’Onu per studiare i cambiamenti climatici. «La risposta sta nei fatti: se non si riesce a contenere l’aumento delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, raggiungere l’obiettivo sottoscritto a Parigi sarà sempre più difficile, anche se non c’è un nesso deterministico secco tra quantità di emissioni di CO2 e temperatura effettiva raggiunta, perché il clima è un sistema talmente complesso da permettere un ventaglio di possibilità, per cui si ragiona in termini di probabilità di raggiungere o meno l’obiettivo, probabilità che si assottigliano man mano che ci si allontana dai target minimi fissati. L’accordo del 2015 prevede però che il cosiddetto global stocktake, il check up periodico per vedere se i Paesi sottoscrittori siano o meno sulla traiettoria giusta, si faccia ogni cinque anni. Nell’arco di questo periodo questo meccanismo di controllo ammette fluttuazioni, che permettono agli Stati sottoscrittori di calibrare in maniera flessibile ed efficiente le misure di decarbonizzazione in rapporto alla loro situazione. Eviterei pertanto di fissarci su quello che accade anno per anno: ciò che importa è il trend generale. Ne sapremo di più con il primo global stocktake sullo stato di attuazione degli impegni fissato per il 2023». 

L’Italia come si sta muovendo?

Le politiche di mitigazione del nostro Paese sono saldamente incardinate nei target deliberati dall’Ue. In relazione a quei settori che non rientrano nell’Emission trading system (Ets), ovvero trasporti, edilizia, agricoltura, industrie extra-Ets e rifiuti, che insieme valgono il 60% delle emissioni totali, l’Italia condivide l’impegno europeo di tagliare le emissioni, nel periodo 20212030, del 30% al 2030 rispetto ai livelli del 2005. Più precisamente, in base al meccanismo di riparto tra gli Stati membri dei tagli annuali previsto dall’Effort sharing regulation, al 2030 dovrà aver ridotto le emissioni del 33% rispetto ai livelli del 2005.

Dal suo punto di osservazione, come focal point per l’Italia, che giudizio dà del ruolo dell’Ipcc?

È a comunità internazionale di esperti che valuta ed elabora le conoscenze disponibili sui cambiamenti climatici. Viene sostenuto dalle donazioni dei Paesi e l’Italia fa la sua parte attraverso il contributo del ministero dell’Ambiente. I rapporti che pubblica sono importanti in quanto rappresentano lo stato dell’arte delle conoscenze scientifiche al massimo livello raggiunto al momento della pubblicazione. La vastità della comunità e gli stessi meccanismi di verifica garantiscono la qualità delle conoscenze, da cui è difficile prescindere. D’altro canto, la ricerca scientifica in materia di cambiamenti climatici sta maturando lentamente, per cui non è che ogni cinque anni abbiamo notizie fantasmagoriche da prima pagina: è semmai una scienza contrassegnata da sviluppi incrementali, dal progressivo affinamento delle conoscenze. Ne consegue che i rapporti periodici non rivoluzionano le acquisizioni precedenti, ma svolgono il ruolo di fare il punto sull’evoluzione della scienza a quel dato momento. 

Su cosa state lavorando ora?

Distinguerei tra un tipo di attività a carattere più organizzativo-divulgativo e un altro più marcatamente di ricerca. Seguiamo le attività di ricerca, partecipiamo ai meeting dell’Ipcc, organizziamo la collaborazione degli esperti alla stesura e alla revisione dei rapporti. Come pool di ricercatori, il Cmcc fa parte dei centri che partecipano agli esperimenti finalizzati alla definizione degli scenari climatici su cui si basano i rapporti, come sta accadendo, ad esempio, per il “Sesto Rapporto di Valutazione dell’Ipcc AR6”, in via di definizione. Siamo molto impegnati anche nell’analisi degli impatti dei cambiamenti climatici in ambito economico e sugli ecosistemi.

A proposito degli effetti sull’economia, qual è lo stato delle conoscenze attuale?

In linea generale, i risultati delle analisi fatte indicano che contenere le emissioni di carbonio non solo è possibile ma è anche vantaggioso economicamente. È questo a mio parere il messaggio fondamentale. Le ragioni di questo assunto sono che il sistema economico a bassa intensità di carbonio è più efficiente, che si hanno vantaggi diretti sull’ambiente e sulla salute con conseguente riduzione dei costi esterni di riparazione dei danni. Decarbonizzare non serve solo a contrastare i cambiamenti climatici, ma di per sé produce anche benefici sociali ed economici.

Le misure di adattamento a che punto sono a livello internazionale? Ci sono best practice da diffondere?

La differenza fondamentale tra le politiche di mitigazione e quelle di adattamento è che le prime vanno concordate tra gli Stati, dal momento che tutto finisce nella “spazzatura atmosferica”, per cui se un Paese si sottrae dal fare la propria parte nel ridurre le emissioni il danno è generale. Le politiche di adattamento invece sono eminentemente locali, in termini sia di misure da prendere, sia di responsabilità nel decidere di prenderle. Se una comunità non si adatta, il danno ricade su quella comunità. Per questo non può esserci una politica mondiale dell’adattamento, mentre è in atto uno sforzo comune per definire le tipologie di interventi da adottare, da quelli di natura ingegneristica, come le difese costiere per contrastare l’innalzamento del livello dei mari, fino alle soluzioni più recenti, che vanno sotto il nome di nature based solutions, ossia interventi di adattamento basati sull’impiego di risorse e meccanismi naturali, come ad esempio il rimboschimento e il ripristino delle dune costiere. Esiste già una vasta letteratura in materia e ogni anno si tiene una conferenza sull’adattamento, a riprova del grado di consapevolezza raggiunto su questo terreno. Del resto i cambiamenti climatici arriveranno, con conseguenze diverse nelle varie regioni del pianeta dal momento che si tratta di spostamenti di sistemi climatici: la pioggia, ad esempio, non scomparirà, semplicemente non pioverà dove pioveva prima, bensì da un’altra parte. Si tratta di un bilancio molto delicato tra effetti negativi, destinati ad essere prevalenti, ed effetti positivi, che per qualche comunità ci saranno. Ed è interessante osservare come negli ultimi anni non si parli più solo di danni e problemi, ma anche di cogliere le opportunità che il cambiamento climatico può offrire.

Silvia Zamboni
Silvia Zamboni. laureata in filosofia. è giornalista esperta in sostenibilità ambientale. transizione energetica low carbon. economia circolare. agricoltura biologica. sharing economy. Collabora con varie testate e Radio 3 Rai www.silviazamboni.it

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