Davide Bregola: “Quando vivi in un casotto da pesca sul Po diventi essenziale”

Per 16 mesi lo scrittore ha vissuto sul fiume, “incrociando” Guido Ceronetti, Paolo Rumiz e Pupi Avati. A collquio con l’auotre di “Fossili e storioni. Notizie dalla casa galleggiante”

Vita sul Po

I giorni sul fiume sono un’immensa conchiglia nera di silenzio piena di echi misteriosi, di voci e suoni erranti. Mosche, vespe. Qualcuno passa con un motoscafo e il motore irrompe in mezzo agli altri suoni”. Ecco il Po nel libro-esperienza di Davide Bregola, uscito per Avagliano Editore. S’intitola Fossili e storioni. Notizie dalla casa galleggiante. La risposta al titolo dovete cercarvela nel testo. Il sottotitolo è più chiaro: lo scrittore mantovano si è trasferito per alcuni mesi in un casotto di pesca sul fiume più lungo d’Italia e ha tenuto il diario di questa esperienza. “Lo spleen padano – scrive l’autore – colpisce qualsiasi viaggiatore che davanti alle grandi cattedrali del disastro o anche solo dentro alla mangiatoia può vedere il futuro”. Dunque, ecco il Po e le sue microdifferenze, per cui il colore dell’acqua è determinato dall’abbondanza di un affluente rispetto a un altro. Quando cresce l’Oglio, infatti, ed entra nel Po, l’acqua ha sfumature rosse, mentre se arriva dal Secchia vedi tutto tingersi di terra, e se entra l’Adda è tutto grigio. In base ai colori si riesce a capire da dove proviene l’acqua e questo comporta caratteristiche della pesca diverse, perché ogni specie ha le sue predilezioni.

Dal suo racconto, Davide, emerge un fiume in trasformazione, purtroppo non sempre sana. Cosa l’ha maggiormente impressionato?
Mi è rimasta impressa la traccia lasciata da un’eccessiva antropizzazione, una sovrabbondante cementificazione, capannoni ovunque, tralicci di ferro, pali della luce, palazzetti e piscine, motel e camion, industrie, Cristi giganti in gesso, campanili e agricoltura. Mi è rimasto impresso tutto questo e tutto ciò che ora non c’è più, dismesso, inutilizzato, invecchiato, crollato, distrutto, fatiscente. Tutta questa cementificazione e l’organizzazione del territorio erano state predisposte per comunità in crescita. Negli ultimi vent’anni c’è stata un repentino calo degli abitanti, una decrescita dovuta a molti fattori, tra i quali la mancanza di lavoro, l’emigrazione nelle città, la scarsa natalità, l’invecchiamento delle popolazioni. Alcuni dei paesi di cui racconto, anche solo trent’anni fa avevano 18, 20mila abitanti. Ora ne hanno sei, ottomila. I luoghi dai quali ho scritto il resoconto sono tecnicamente detti “zone depresse” e mi piaceva l’idea che nel Nord Italia, nelle regioni più ricche d’Europa: Lombardia, Veneto, Emilia, ci fosse un’area, uno spazio, un’idea geografica chiamata Destra Secchia la cui realtà economica e sociale risulta, secondo modalità burocratiche, “depressa”. Depressione non ne ho vista, ho visto il vuoto, ho visto zone spaziose, ho visto boschi e cantanti mezzosoprani, ho visto molti ciclisti, pesci e fossili, sabbia di fiume e barche, quadri galleggianti sul fiume e cimeli di guerra, ho visto il tempo cronologico e il kairos, ho sentito un’epos e un’armonia. Ho percepito l’eterno ritorno e il senza tempo. Appassionati di motocross in Ktm e caprioli, istrici e bisce, chioschi e cimiterini, discoteche riattate e centri massaggi con vecchie cinesi, discount e copertoni accumulati su pallet e officine per trattori. Qui si vedono cattedrali del disastro, pescatori e cacciatori, ragazze che fanno jogging. Si parla una lingua col “participio futuro”.

Qualcuno chiama il Po “la Fiuma”. In realtà esiste la Fiuma, ovvero il Cavo Fiuma: un canale di derivazione delle acque del Po che si trova nei pressi di Boretto. Da qualche anno questo canale viene utilizzato anche per gare di pesca sportiva di risonanza nazionale. Il canale Fiuma è divenuto nel linguaggio popolare il vero demarcatore tra le genti “padane” e quelle dell’Appennino, da qui deriva il tipico modo di dire della Bassa: “da dlà dla Fiuma”. Il fiume al femminile, madre di tutti i fiumi, italiani e non a cui lei ha dedicato un libro pieno di intimità ad accompagnare un viaggio. Un viaggio che non è solo lungo il fiume ma in mezzo. È così?
Ho gravitato tra le Canottieri di Pieve di Coriano, Sermide e Felonica dal 30 agosto 2017 al 18 dicembre 2018. In principio solo per capire. Toccata e fuga. Poi sempre più assiduamente ed esclusivamente a Felonica, da maggio a dicembre 2018. Un particolare ringraziamento va al presidente Roberto Orsatti e ai soci della Canottieri La Folaga di Felonica-Sermide. Se non mi avessero ospitato non sarei riuscito a scrivere questo libro. Vittorino e Nino Malagò mi hanno fatto capire che dentro di me c’era, sopita, la voglia di stare in mezzo all’acqua del fiume.

Come è nata l’idea di trasferirsi nella casa galleggiante e quanto ha cambiato la sua idea dell’abitare?
Amo il romitaggio, tutta la tradizione degli eremiti, degli asceti, degli anacoreti. In un mondo sempre online mi affascinano gli stiliti, i solitari, i cenobiti e trasferirmi su una casa galleggiante mi ha fatto sentire la necessità di tradurre in parole il silenzio. Fossili e storioni, però, non racconta solo le giornate solitarie di un solitario. Ho fatto il resoconto di tutto ciò che avveniva attorno a me nei dintorni della houseboat e nei dintorni raggiungibili a piedi, in bicicletta o in pochi minuti d’auto. Accadeva di tutto! Di qui è passato Guido Ceronetti. Lo racconta nel suo apocalittico Un viaggio in Italia. Di qua sono passati recentemente Paolo Rumiz e Pupi Avati. Mi piace vivere a un livello di guardia. Mi piace fluttuare sull’acqua al passaggio di una piattaforma da trasporto o anche solo al passaggio di un motoscafo a forte velocità. Spesso mentre camminavo sui sentieri di terra vedevo la coltre di foschia, di nebbie, di scuri pulviscoli di pm10 che gravavano sopra la marea di tetti e campagna. Rilucevano nelle opalescenze mattutine o pomeridiane i tetti in amianto dei capannoni e dei rustici dietro alle case. Brillavano le serre di cellophan piene di meloni e angurie, reveries interminabili, lontane da algoritmi e cartellonistica pubblicitaria. Il prodotto interno lordo dell’immaginario collettivo l’ho visto con più chiarezza dalla casa galleggiante. Qui è più importante avere un remo solido che un caricatore a 12 volts. È più necessaria una corda per chiudere una finestra durante il temporale di un profilo Instagram. In certi posti, come questo, non esistono fake news, e l’agenda giornaliera te la impone il canto di un gufo, non il politico di turno. Su una casa galleggiante ti viene voglia di leggere solo poesie di grandi artisti. Ti viene voglia di essere essenziale, ti viene voglia di fuggire e stare in mezzo alla bolgia. Hai voglia di fare abluzioni e nuotare, anche se i metalli pesanti e il mercurio penetreranno tra i pori nel sangue. Lo sai, però diventi fatalista. Ascolti chi ti parla del passato e ti viene voglia di pensare al futuro. Stare sull’acqua ti fa venire voglia di ascoltare ciò che dice il fiume e provare, come Pietro o come i gerridi, a camminare sulle acque.l