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Datteri di mare, i danni della pesca di frodo nel Mediterraneo

Nonostante raccolta, vendita e consumo di datteri siano proibite da trent’anni, la pesca illegale continua a colpi di scalpelli, martelli pneumatici e cariche esplosive, con conseguenze devastanti e irreversibili anche ai Faraglioni di Capri

Dal mensile di maggio. Incastonati all’interno degli scogli, silenziosi e quasi invisibili, i datteri di mare (Lithophaga lithophaga) vivono ben protetti nelle profondità marine. Sono molluschi bivalvi che crescono molto lentamente, scavando la roccia calcarea grazie alla produzione di un acido che, come il loro nome suggerisce, “mangia” lo strato roccioso superficiale. È così che riescono a creare fessure con cui si incuneano nella roccia, dove possono vivere alcuni decenni crescendo fino a 15 centimetri di lunghezza. Appartengono alla famiglia dei Mytilidae, come le cozze comuni (Mytilus edulis), da cui però si differenziano per colore, aspetto e dimensioni. Se qualche volta, in ristoranti di lusso, vi hanno offerto i datteri di mare come prelibatezza locale, lo hanno fatto illegalmente: dal 1988, infatti, la raccolta, la vendita e il consumo di questa specie, protetta dalla direttiva Habitat e denominata non a caso la “cocaina del mare”, sono vietati in molti Paesi europei. Eppure la pesca di frodo è sempre più organizzata e la specialità di mare viene venduta a caro prezzo al mercato nero (circa 50-100 euro al kg). Il costo può raddoppiare nei periodi festivi, quando aumenta la richiesta.
Secondo gli ultimi dati ufficiali, la pesca di datteri viene ancora praticata sulle coste di Croazia, Montenegro, Tunisia, Albania e Italia, soprattutto in Liguria, Salento e, come ci ha ricordato la cronaca recente, nella Penisola sorrentina. Il 23 marzo scorso, dopo tre anni di indagini, la Guardia di Finanza e la Procura di Napoli hanno notificato 19 misure cautelari (con 12 arresti) per associazione a delinquere finalizzata a reati ambientali. Le ricerche hanno svelato l’esistenza di due organizzazioni criminali dedite professionalmente alla raccolta indiscriminata di datteri di mare nel golfo partenopeo, che in pochi mesi avrebbero commercializzato 8 quintali di prodotto. Oltre cento i soggetti coinvolti, che nelle conversazioni intercettate utilizzavano un codice segreto per evitare il riferimento esplicito alla specie protetta, nella piena consapevolezza della illiceità della pratica. Le aree più colpite sono il porto di Napoli e i Faraglioni di Capri, di cui sarebbe stato danneggiato il 48% delle pareti sottomarine, con grandi rischi per la stabilità e la sicurezza. 

Sotto attacco 

datteri di mare
Disegno di Giorgia Di Muzio da Colletti et al.

La particolare tutela della specie è giustificata dal grave danno che la scogliera e l’ecosistema sottomarino subiscono a seguito della frantumazione necessaria per estrarre i molluschi, che impiegano almeno trent’anni per raggiungere una misura idonea alla collocazione commerciale. Per raccogliere il frutto di mare proibito i “datterari” devono rompere la roccia e spesso si avvalgono di scalpelli, martelli pneumatici, a volte addirittura di cariche esplosive, con conseguenze devastanti che gli esperti considerano praticamente irreversibili. L’impatto ambientale è incalcolabile. I substrati duri abitati dai datteri di mare sono fra gli habitat marini più ricchi e diversificati, caratterizzati da un’enorme varietà di specie animali e vegetali sessili, cioè ancorate alla superficie. A seconda delle caratteristiche specifiche, lo strato basale sulla superficie della roccia in genere è coperto da una comunità molto complessa, caratterizzata dalla presenza di invertebrati, come alghe incrostanti, spugne e briozoi. Sopra questo strato si osserva una crescita massiccia di organismi (come macroalghe, tunicati, coralli) e in uno strato superiore, composto principalmente da organismi arborescenti (per esempio gorgonie e anemoni) si può sviluppare il microhabitat perfetto per la crescita di fauna invertebrata e pesci, che lì prosperano, si nutrono e si riproducono, aumentando la biodiversità del sistema.
Ma una volta scarnificata la roccia per estrarre i datteri, l’habitat originariamente molto complesso diventa un vero deserto biologico. Il reef roccioso ricco di vita si trasforma in una roccia sterile, in cui aumenta la densità dei ricci di mare (soprattutto Arbacia lixula), che a loro volta ostacolano la ripresa della biodiversità e delle funzioni associate. L’aumento della pressione di pascolo dei ricci provoca infatti l’espansione delle cosiddette savane costiere, definite barren, in crescita a livello globale. 

Dieta mediterranea 

Secondo uno studio guidato dalla Stazione zoologica “Anton Dohrn” di Napoli, pubblicato nel 2020, la reale estensione spaziale e la distribuzione dei danni della pesca dei datteri negli habitat rocciosi in tutto il Mediterraneo è ancora ampiamente sconosciuta. Un’analisi compiuta sulla Costiera amalfitana indica che il 50% dell’area studiata ha mostrato segni di danno grave (colpite aree di dimensioni maggiori al metro quadrato), il 35% danno moderato e il 15% lieve. Inoltre, nel 50% delle aree studiate sono stati trovati segni recenti sugli scogli, databili a meno di dodici mesi. Si stima che un subacqueo esperto che opera illegalmente possa raccogliere da 15 a 25 kg di datteri in 3-4 ore di immersione, considerato il basso tasso di crescita dei datteri i bracconieri cercano continuamente luoghi non sfruttati, causando ogni anno la distruzione di estese aree di costa. I risultati derivati da due aree di studio italiane (la Penisola sorrentina e il Salento) indicano che i costi economici di questa pratica in termini di perdita di servizi ecosistemici sono enormi: da circa 35.000 a più di 400.000 euro/anno in 6,6 km nella penisola campana e circa 1,8 milioni di euro/anno lungo 69 km di costa pugliese. 

Ma non è tutto. Oltre che per l’ambiente marino, la pesca dei datteri può essere pericolosa anche per la salute dei consumatori. I datteri sono animali filtratori, che nei lunghi anni della crescita accumulano nei tessuti metalli pesanti tossici per il nostro organismo: piombo, rame, zinco e soprattutto cadmio, in concentrazioni anche superiori a quelle raccomandate dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo una ricerca condotta nel 2013 dall’Università di Smirne. I datteri di mare sono attualmente commercializzati in centinaia di ristoranti in Grecia, nei Paesi balcanici, in Spagna e in Italia, una consuetudine favorita dalla mancanza di un’adeguata informazione ai consumatoriÈ necessario contrastare la pratica anche a livello locale, aumentando la consapevolezza del pubblico sulle gravi conseguenze della pesca. Quel piatto di frutti di mare, in fondo, non sarà mai prezioso quanto lo scrigno di biodiversità distrutto per ottenerlo. 

  Per approfondire

Colletti A et al. “The date mussel Lithophaga lithophaga: Biology, ecology and the multiple impacts of its illegal fishery” in “Science of the Total Environment” 2020

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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