Il sale della Terra tra Etiopia ed Eritrea

DAL MENSILE Negli ultimi anni capitali e imprese cinesi hanno disseminato di autostrade la Dancalia, regione stretta fra l’altipiano etiope e l’Eritrea. Una rivoluzione che sta sconvolgendo la vita degli Afar. A partire da estrazione e trasporto dell’oro bianco

Dancalia

“Per diventare ricchi si comincia costruendo strade”, recita un antico proverbio cinese. Ma quale ricchezza portano le strade? Un enigma che da qualche anno assilla i clan Afar che popolano la Dancalia, una regione di 50.000 km2 – di cui quasi 10.000 sotto il livello del mare – stretta tra l’estremità settentrionale dell’altopiano etiope e la catena delle Alpi dancale, al confine con l’Eritrea. Qui, dove uomini e animali sono abituati a spostarsi col passo lento delle carovane lungo piste di rocce laviche e lingue di sabbie mobili, negli ultimi dieci anni capitali e imprese cinesi hanno disseminato autostrade d’asfalto. Una rivoluzione che sta sconvolgendo i fragili equilibri locali.

Gli Afar sono pastori nomadi musulmani che vivono della vendita degli animali pascolati con pazienza attraverso questi aridi deserti. Li incontri fra la polvere luccicante di Bati, un imponente mercato di bestiame lungo la via che dall’altopiano precipita verso Semera e Asaiyta, rispettivamente moderna capitale burocratica della Dancalia e antica capitale di un leggendario sultanato. I compratori Oromo – il gruppo più numeroso dell’Etiopia, che popola anche la zona meridionale della regione Afar – tastano i fianchi di capre terrorizzate, saggiano le gobbe grasse di vacche dalle corna maestose e affilate, si dilungano in contrattazioni estenuanti sotto un sole infuocato. Gli Afar, al contrario, non si scompongono. Il loro portamento rimane regale. Lo sguardo fiero, quasi altezzoso. Pettini di legno conficcati tra capelli intrisi di burro, kefiah colorate attorno a colli sottili, futa allacciate su vite strette e stese fino alle caviglie, pugnali adagiati in fodere intarsiate che pendono lungo i fianchi. Forse saranno soltanto le loro folte capigliature, ma sembrano usciti dai psichedelici anni Sessanta.

Di “psichedelico” in Dancalia non ci sono soltanto gli Afar. Chi si avventura in questi deserti è destinato a un viaggio nella Genesi. Dalla bocca dell’Erta Ale – uno degli unici tre vulcani di lava perenne al mondo – fino ai geyser ustionanti della “Collina degli spiriti” di Dallol, il viaggiatore attraversa un universo in costante metamorfosi, che si distende appena qualche chilometro sopra il magma pulsante del nucleo della Terra. Sulla spessa crosta di sale che ricopre parte del fondo di questo antico oceano, ogni stagione secca rifiorisce la tradizionale economia delle carovane. L’estrazione manuale e il trasporto di quello che ai tempi dell’imperatore Haile Selassie veniva chiamato “oro bianco” hanno garantito lavoro a centinaia di persone (note come amolè, le barre di sale sono state moneta corrente in Etiopia fino alla fine del XIX secolo: nel 1885 una barra valeva mezzo franco e Haile Selassie ne conservava depositi pieni). Un’attività che per secoli ha legato i clan Afar, che vivono nella regione tutto l’anno, con i lavoratori stagionali tigrini, che arrivavano invece ogni inverno dall’altopiano a maggioranza cristiana.

Da quando sono arrivate le strade d’asfalto, però, l’estrazione industriale sta rimpiazzando quella tradizionale. «Nella piana del sale, la superficie occupata dalle vasche artificiali di essiccamento cresce ogni anno di più. Grazie all’autostrada che collega con Mekelle (fra le principali città dell’Etiopia e capitale del Tigrai, la regione più a nord del Paese, ndr) i camion hanno ormai quasi del tutto sostituito gli animali. Negli ultimi tre anni avrò visto qualche cammello appena e il canyon del fiume Saba attraverso cui passano le carovane era sempre deserto». Autore di Dancalia, camminando sul fondo di un mare scomparso (Terre di mezzo, 2012), lo scrittore Andrea Semplici conosce a fondo la regione, dove torna quasi ogni anno. «Ormai però ci sono strade cinesi dappertutto. Dove prima si avanzava a fatica, oggi si corre spediti. Da Mekelle a Dallol bastano quattro ore di bus. Molte agenzie offrono tutte le meraviglie della Dancalia in soli quattro giorni di viaggio. Hanno costruito addirittura un strada che dal campo base dell’Erta Ale porta a un’ora di cammino dalla caldera. Il vulcano però non sembra averla presa bene e nel frattempo è sprofondato. Dove pulsava l’incanto della lava viva è rimasto solo il fumo. Pare che una nuova bocca si stia aprendo a 18 km di distanza».

Per secoli dal villaggio di Ahmed Ela – letteralmente “il pozzo di Ahmed”, ultimo avamposto prima del deserto, dove arriva l’acqua potabile del fiume Saba e da qualche anno anche corrente elettrica e copertura telefonica – le carovane si sono messe in marcia prima dell’aurora alla ricerca della giusta crosta da lavorare. Centinaia di cammelli e muli, scortati da un esercito di fokolo (cavatori) ed edele (intagliatori), che avanzano in una sterminata fila indiana, spesso unico elemento in grado di marcare l’orizzonte che separa cielo e terra. Una volta individuata l’area adatta all’estrazione, i fokolo spezzano la crosta salina a colpi di scure e poi la sollevano con lunghe pertiche di legno. Le lastre così estratte vengono scolpite dagli edele, che le trasformano in mattonelle chiamate ganfur. Nonostante si lavori sotto un sole cocente e con oltre 50 gradi di temperatura, gli operai della Dancalia devono indossare calzini e guanti per proteggersi dal sale. Una volta caricato il dorso degli animali, le carovane risalgono il canyon del Saba fino al villaggio di Berhale, dove il sale viene trasferito sui camion della grande distribuzione. Gli stessi mezzi che oggi possono però arrivare fino ai margini della piana del sale, rendendo inutile il viaggio delle carovane.

I clan Afar si sono battuti a lungo per proteggere questa economia secolare. Quando, nel 2011, la Berhane e Zewdu Plc ha provato ad avviare l’estrazione industriale e ad installarsi ad Ahmed Ela, una serie di continui sabotaggi ha costretto la compagnia ad abbandonare il villaggio l’anno successivo. In seguito, i carovanieri si sono opposti anche alle nuove regole volute dal governo etiope, che ha provato a imporsi come unico compratore e a stabilire un prezzo fisso di vendita. Molte carovane hanno invece continuato a spingersi più lontano di Berhale, fino a raggiungere luoghi dove spuntare un prezzo migliore per il proprio carico.

Ormai però, a quei fortunati che le incontrano ancora, le carovane rischiano di apparire come i fantasmi di un’epoca finita. La piana del sale di Ahmed Ela sembra condannata a trasformarsi in una realtà simile a quella che da ormai vent’anni popola le sponde del lago di Afrera (noto anche come lago Giulietti, dal nome dell’esploratore italiano morto qui alla fine del XIX secolo): da questo grande lago salato nella Dancalia meridionale, idrovore rudimentali pompano l’acqua in una sconfinata serie di vasche, dove il sale è lasciato “congelare” alcuni mesi fino a formare una coltre compatta. I braccianti, arrivati in massa dall’altopiano, devono poi ridurla in polvere a colpi di mazza. Un’attività che ha riempito la zona di coloni disperati, bettole scadenti e prostituzione. Un universo molto diverso da quello che per secoli ha tenuto in vita i clan delle carovane. Magari però tra quei pochi ostinati carovanieri che ancora oggi discendono e risalgono il canyon del fiume Saba coi loro animali carichi di sale, qualcuno continua anche a spingersi fino in cima alla collina sacra, a danzare con i propri figli impegnati nel primo viaggio, per presentarli alle divinità che custodiscono il canyon e assicurarsi che la tradizione resista alla modernità dalla lingua biforcuta.