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Dalla parte di Bugoma

Dal mensile. In Uganda una riserva tropicale è minacciata dalle lobby della canna da zucchero, che radono al suolo centinaia di ettari per far attecchire nuove piantagioni. Una campagna internazionale, dall’anima italiana, per proteggerla

Migliaia di ettari di natura incontaminata inghiottiti da piantagioni di canna da zucchero. Accade nella foresta di Bugoma, 411 chilometri quadrati di vegetazione tropicale inframezzata da praterie nella parte occidentale dell’Uganda, adiacenti al Lago Alberto. Bugoma è l’ultimo blocco di foresta lungo la Rift Valley, che collega il Parco nazionale delle Cascate Murchison con quelli di Semliki e Kibale, preservando i corridoi migratori di varie specie animali. Al suo interno convivono primati (500 scimpanzé, gli endemici mangabi ugandesi, i colobi bianchi e neri, le scimmie dalla coda rossa e le scimmie blu), alcuni esemplari di elefante africano di Savana, il gatto dorato africano, lo sciacallo dalle strisce laterali. E tanti volatili: in totale 221 specie, fra cui quelle a maggior rischio di estinzione come il Francolino di Nahan e il pappagallo grigio. Oltre a essere custode di questo patrimonio faunistico, la foresta ha una fondamentale funzione stabilizzatrice per gli equilibri ecosistemici regionali. E con il suo grande bacino idrico alimenta le coltivazioni caratteristiche di questa terra: tè, caffè e mais.

Land grabbing di Stato

Sin dal primo lockdown, scattato un anno fa con l’avvento della pandemia da Covid-19, anche a queste latitudini la foresta ha abbassato le proprie difese immunitarie. Il blocco degli arrivi dall’estero ha congelato la crescita dell’ecoturismo, fonte di introiti sempre più redditizia per il Paese, che nel 2019 ha generato un fatturato pari a 1,6 miliardi di dollari. Meno introiti hanno portato meno controlli, che già erano a singhiozzo, da parte dei ranger della National forestry authority (Nfa), l’ente governativo che ha in carico la gestione di Bugoma. La riserva naturale ha così prestato il fianco a vecchie e nuove “cattive abitudini”: dal taglio illegale di alberi secolari a un vero e proprio land grabbing di Stato.
È il 25 aprile del 2019 quando l’Alta corte di Masindi delibera che la società ugandese Hoima Sugar limited e Bunyoro Kitara Kingdom (regno dell’Uganda occidentale guidato da Solomon Iguru I, ndr) sono i proprietari legittimi di una parte della foresta, che invece rientra nella riserva protetta. Il 14 agosto 2020 la Nema (National environment management authority) autorizza così la società a piantare canna da zucchero su 5.579 ettari di foresta.
Quello che è accaduto dopo è storia recente. Da inizio agosto dello scorso anno le ruspe della Hoima Sugar limited hanno iniziato a marciare senza sosta. Dove la società non può agire direttamente, lo fa tramite imprese amiche. Come la Mz Agencies, che attualmente sta dando battaglia in tribunale per aggiudicarsi lo sfruttamento di altri 925 ettari di foresta. Bugoma si è così trasformata in un enorme mercato illecito di legname e carbone. E una volta che le coltivazioni intensive di canna da zucchero attecchiranno, sulla foresta pioveranno diserbanti tossici, con danni alle falde acquifere e dunque per la popolazione e la fauna locale.

Richiesta d’aiuto

Dal 2012 l’Associazione per la conservazione della foresta di Bugoma (Acfb) lancia l’allarme su questa aggressione indiscriminata. Alla sua guida c’è un italiano, Costantino Tessarin, direttore dell’agenzia di turismo locale Destination Jungle e del Bugoma Jungle Lodge, che ha abbracciato appieno questa causa. «Hoima Sugar limited ha potenti influenze politiche che le hanno permesso di impossessarsi di una parte importante della foresta – racconta a Nuova Ecologia – In questi anni ha dimostrato di essere in grado sia di direzionare a proprio favore gli esiti delle azioni legali, sia di ottenere il favore di quelle stesse istituzioni che dovrebbero essere preposte alla preservazione della foresta, come l’Uganda land commission o la National environment management authority of Uganda».
Per impedire che la foresta finisca definitivamente schiacciata dagli interessi delle lobby della canna da zucchero, nel giugno del 2020 l’Acfb ha lanciato la campagna “Save Bugoma Forest” per fare pressione sull’Unione Europea e su tutte le istituzioni ugandesi coinvolte affinché fermino le deforestazioni. Poche settimane dopo, il 31 agosto, è stata avviata un’azione legale contro la Nema presso l’Alta corte di Kampala. Alla campagna hanno aderito realtà internazionali e ugandesi. Tra quest’ultime c’è anche il Civic response on environment and development (Cred). Bashir Twesigye, il direttore esecutivo, spiega che quanto sta accadendo nella foresta è il risultato di «un grave fallimento della governance locale. Non sorprende – aggiunge – che chi si vuole accaparrare le terre e chi taglia la legna illegalmente sia protetto dall’esercito e dalle forze di sicurezza».

Una mano dall’Italia

In questa lotta l’Acfb può contare sul sostegno che arriva dall’Italia. Raffaella Gianotti, socia volontaria dell’associazione, da tempo è promotrice nel nostro Paese di alcuni progetti portati avanti in Uganda per la difesa della foresta. Tra questi vi sono la piantumazione di nuovi alberi, attività di ecoturismo, l’organizzazione di programmi di educazione sulla conservazione della natura in collaborazione con gli scout ugandesi, l’inziativa “Every 5 Acres” per l’acquisto di terreni in privato da riconvertire a foresta tropicale, la condivisione di sistemi più sostenibili per fare apicoltura. «Inoltre – dice la volontaria – dal marzo del 2017 è stata avviata un’attività di pattugliamento privato, chiamata “Chimp T-rap” (azione rapida di pattugliamento, ndr), che coinvolge ragazzi del posto. I giovani conoscono bene questi territori e segnalano alle autorità le azioni illegali, come il taglio degli alberi o l’avvelenamento degli animali».
Un percorso di volontariato ambizioso, certamente non semplice soprattutto sul piano logistico, che punta in prospettiva a riconsegnare alle comunità locali – alle sue donne, ai suoi agricoltori e contadini – la foresta con tutte le sue risorse. «Tutto ciò richiede tempi lunghi e risorse economiche molto ingenti – conclude Costantino Tessarin – Ci sentiamo un po’ come Don Chisciotte contro i mulini a vento al cospetto del potere di chi combattiamo. La Hoima Sugar limited si difende dagli attacchi ambientalisti dichiarando che “crea sviluppo e posti di lavoro”. In realtà corrompe per distruggere parte della foresta per scopi e interessi privati. Noi cerchiamo di spiegare che questa foresta, invece, deve essere preservata per mantenere e garantire condizioni minime di salute sia umana sia ambientale, e per guardare a una vera forma di sviluppo attraverso un’economia sostenibile».

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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