Dakota Access Pipeline chiuso dopo anni di lotte: la rivincita dei Sioux

Sconfitta per Trump, che nel 2017 aveva ordinato di interrompere le analisi di impatto ambientale e attivare l’oleodotto in un’area considerata sacra. Grande vittoria per i Sioux di Standing Rock / Trump sfida i Sioux / Banche coinvolte nel Dakota Access Pipeline

Sono serviti anni di battaglie e diversi cambi di governo. Ma il giudice distrettuale degli Stati Uniti James Boasberg ha ordinato la chiusura dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, fino a nuovo ordine, in attesa di una più approfondita analisi di impatto ambientale. L’oleodotto Dakota Access è lungo quasi 1.900 chilometri e trasporta quotidianamente circa 800mila barili di petrolio passando sotto al fiume Missouri, appena a nord della riserva di Standing Rock, dove la tribù di indigeni Sioux attinge l’acqua. Dalla presentazione iniziale del progetto, nel 2015, gli indigeni Sioux hanno protestato a gran voce, a volte con azioni violente, mossi dal timore che questo progetto provocasse l’inquinamento delle acque e un generale impoverimento di una zona da loro considerata sacra. Nel 2016, con il governo Obama, gli indigeni avevano conquistato una grande vittoria, cioè il divieto di costruzione concesso dall’Army corps of engineers, che aveva considerato troppo gravi gli impatti ambientali che potevano essere generati dall’infrastruttura. 

Nel 2017 però, appena insediato come presidente, Donald Trump ha sbloccato i lavori per la sua costruzione e attivazione. Il Dakota Access Pipeline ha quindi iniziato a trasportare petrolio dal Nord Dakota attraverso il Sud South, l’Iowa e l’Illinois nel giugno 2017, inquinando le acque e rovinando i territori della sesta più grande riserva nativa americana degli Stati Uniti. 

Nell’ordinanza del giudice Boasberg si legge ora che l’oleodotto deve essere bloccato entro il 5 agosto, pur considerando tutte le difficoltà che un’azione così rapida potrebbe provocare. La decisione è arrivata dopo che in aprile lo stesso giudice si era pronunciato sull’oleodotto definendolo “altamente controverso” ai sensi della legge federale sull’ambiente e sostenendo che era necessaria una rivalutazione complessiva dell’opera.

La società Energy Transfer, proprietaria dell’oleodotto, non ha ancora rilasciato commenti, mentre gli indigeni festeggiano la loro vittoria.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER 

SOSTIENI IL MENSILE