Custodi a guardia del futuro

DAL MENSILE Violazione dei diritti umani, assalti, abusi da parte di cercatori d’oro, taglialegna e allevatori. Foraggiati dal clima d’odio alimentato da Bolsonaro. Ma gli indios non si arrendono Cronache dal fronte / Radici estirpate / Pesticidi senza freni / Non solo Brasile / Non deforestate in nostro nome

Amazzonia

Sono considerati i migliori custodi dell’Amazzonia, in grado di garantire la conservazione di un ecosistema essenziale per contenere gli effetti dei cambiamenti climatici. Sono i popoli indigeni, incontattati e non, che popolano la più grande foresta pluviale tropicale del mondo. Nonostante secoli di colonizzazioni e genocidi sono riusciti a mantenere identità, tradizioni e specificità. E a preservare il sacro mondo naturale, indispensabile per la sopravvivenza culturale e spirituale delle loro comunità. Oggi come ieri, politiche predatorie continuano a minacciarne i diritti, le terre ancestrali e la loro stessa esistenza in nome dello sviluppo e del profitto. Ma le tribù indigene sono decise a resistere, per proteggere la foresta e i loro mezzi di sussistenza.

La febbre dell’oro
In Brasile il vento d’odio scatenato dalla politica anti-indigenista del presidente Bolsonaro ha alimentato un’escalation di incursioni, assalti, roghi e omicidi nei territori protetti, a opera di allevatori, cercatori d’oro, taglialegna e coltivatori. A garantire l’impunità, una serie di misure atte a smantellare le protezioni ambientali e i diritti degli indigeni, considerati dalla Costituzione del 1988 “primi cittadini” del Paese. Dal ridimensionamento del Funai, l’ente pubblico responsabile della protezione delle tribù, al blocco delle procedure di demarcazione di nuove aree protette, fino alla riduzione dei controlli e delle sanzioni per i crimini ambientali. Obiettivo: assimilare gli indios nella società e sottrargli le terre in favore dell’agroindustria e delle aziende minerarie.
Nel mese di luglio sono stati circa diecimila i cercatori d’oro (garimperos) che hanno invaso il Parco Yanomani, il più vasto territorio indigeno, al confine fra Brasile e Venezuela. “Stanno inquinando i corsi d’acqua col mercurio usato per l’estrazione, con effetti devastanti sulla pesca, diffondendo la malaria e costringendo le donne alla prostituzione”, ha dichiarato David Kopenawa, leader Yanomami, minacciato di morte per le sue denunce. «Sono migliaia le donne indigene che ogni anno in Amazzonia sono vittime di violenza, rese schiave e uccise», conferma Francesca Casella di Survival International, organizzazione che da anni opera al fianco degli indigeni nel mondo, promuovendo campagne internazionali.

Genocidio programmato
Sotto attacco anche la Valle di Javari, al confine fra Perù e Colombia, territorio con il più alto numero di tribù incontattate del Paese (18 su 80), particolarmente vulnerabili perché prive delle difese necessarie per combattere le malattie portate dai minatori. Soprattutto dopo la decisione del ministero della Salute di trasferire l’erogazione del servizio sanitario dal Sesai – la Segreteria speciale di salute indigena, che conta 34 distretti geografici, epidemiologici ed etnici – ai singoli municipi, privi di personale formato per fronteggiare le epidemie in aree remote. “Municipalizzare la salute significa il nostro genocidio”, ha ribadito Sonia Guajajara, prima candidata indigena alle elezioni presidenziali con il Psol, che lo scorso agosto ha occupato con centinaia di indigene la sede Sesai della capitale Brasilia, e leader dell’Abip (Articolazione popolazioni indigene brasiliane)
La scia di sangue seminata dall’ondata di invasioni è lunga. Dal 2018, secondo il Consiglio indigeno missionario, sono stati uccisi 110 indigeni. Nella Valle di Javari, lo scorso 6 settembre, è stato freddato un funzionario del Funai, Maxciel Pereira Dos Santos. A luglio, nello Stato di Amampà, è stato pugnalato il capo indigeno Emyra Waiapi, 68 anni, nella Riserva Wajapi, presa d’assalto da garimperos armati. “Un omicidio terribile”, ha commentato Michelle Bachelet dell’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu, sottolineando che la protezione delle popolazione indigene riguarda il mondo intero. “Non sono riusciti a estinguerci né ai tempi della colonizzazione né sotto la dittatura. Lo stanno facendo oggi con carta e penna, allentando le regole sull’uso delle armi”, ha dichiarato Celia Xafriabà, membro del dipartimento della Pubblica istruzione di Minas Gerais. “Noi non moriamo solo quando colpiscono un nostro leader, moriamo collettivamente quando ci portano via la terra”.

Resistere per esistere
Per farlo, il governo ha bloccato le procedure di demarcazione delle aree protette (circa 500 quelle respinte), spostando il potere decisionale dal Funai al ministero dell’Agricoltura, espressione dell’elite latifondista interessata esclusivamente al possesso dei territori. Inoltre, come ha ricordato Sonia Guajajara, “mentre l’Amazzonia era in fiamme, la Camera dei deputati discuteva la Pec 187 (proposta di modifica della Costituzione, nda), concepita per permettere di affittare le terre indigene alle società agroalimentari, idroelettriche e minerarie. Vogliono provare ad azzerare i nostri diritti, noi lotteremo instancabilmente”. Contro la Pec 187 si sono mobilitati a Brasilia i popoli indigeni dello Stato di Rondônia, mentre le tribù rivali Kayapó e Panará, in guerra da decenni, siglavano la pace “per combattere gli invasori”. Diversi i gruppi autorganizzati che hanno intensificato i controlli nella foresta. Dai Ka’apor, nel territorio dell’Alto Turiaçu, che si servono di archi, frecce, ma anche di localizzatori gps e trappole fotografiche, ai Guardiani dell’Amazzonia, formati dagli indigeni Guajajara, che proteggono la tribù incontattata degli Awa dai taglialegna. Sono girati da loro molti dei video che documentano gli abusi, pubblicati sul sito della organizzazione no profit Midia India e poi rilanciati dalle testate internazionali. Insieme ai satelliti dell’Inpe, l’istituto nazionale per la ricerca spaziale, a giocare un ruolo chiave per sensibilizzare la società civile e lanciare le mobilitazioni sono i social media. Sono state più di settanta le città brasiliane e un centinaio nel mondo a scendere in piazza per l’Amazzonia. Lo scorso agosto, inoltre, la prima Marcia della donne indigene ha portato l’agenda ambientale, della salute e dei diritti umani nella Capitale. Con loro anche gli esponenti del mondo indigeno Lgtb, vittime dalla deriva omofoba che ha investito il Paese. “Chiediamo alla comunità internazionale di sostenerci e di amplificare le nostre voci – ribadisce l’Articolazione delle popolazioni indigene brasiliane in una nota – Non chineremo la testa. Continueremo a resistere per esistere, in difesa della nostra cultura, dell’Amazzonia e del benessere delle future generazioni”.