domenica 24 Gennaio 2021
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Cure fragili

Crollo a Ischia dopo il terremoto del 22 agosto 2017
Crollo a Ischia

Nessuna prevenzione e poche cure. Eppure l’opera di messa in sicurezza dello Stivale, fragile di costituzione e debilitato dal troppo cemento, doveva essere il più grande cantiere del millennio, capace anche di creare occupazione e alzare il Pil di qualche punto. Oltre a rendere più sereni milioni di italiani che vivono in aree a rischio idrogeologico e sismico. E invece le opere, partite con un clamoroso ritardo, sono lontane dall’essere completate. Quelle realizzate o in cantiere, previste nei piani di Italia sicura (l’unità di missione presso la presidenza del Consiglio che si occupa di dissesto idrogeologico e delle strutture idriche), sono 1.337 su 9.397. Neanche il sisma bonus decolla: la detrazione introdotta dalla legge di bilancio 2017 per gli interventi di ristrutturazione ai fini del miglioramento o dell’adeguamento antisismico degli edifici è poco conosciuta e finora snobbata dagli italiani. E gli immobili abusivi restano in piedi. Anche quando ci sono i soldi per buttarli giù, come previsto da un fondo di 10 milioni di euro presso il ministero dell’Ambiente, destinato ai Comuni che demoliscono edifici illegali nelle aree a rischio. A ottobre erano solo 17 le richieste in attesa di validazione, provenienti quasi tutte da amministrazioni del Sud: troppo poche per poter partire con il bando di assegnazione delle risorse.

Il fardello degli abusi
Eppure i danni si presentano ogni volta che piove intensamente o che la terra trema. E gli immobili abusivi fanno la loro parte, moltiplicando i fattori di rischio in territori già fragili. Come dimostra il caso di Ischia, dove il 21 agosto scorso una scossa di terremoto ha causato la morte di due persone e ha riacceso i fari sul fenomeno dell’abusivismo, che trova nell’isola campana una sorta di “capitale” d’Italia. A Ischia, infatti, su una superficie di soli 50 km quadrati sono ben 27mila le pratiche di condono presentate in occasione dei tre condoni nazionali del 1985, 1994 e 2003. E, come se non bastasse, 600 case abusive restano in piedi nonostante abbiano già ricevuto l’ordine definitivo di abbattimento. In Italia demolire gli abusi, d’altronde, non è cosa semplice. In un Paese in cui nel solo 2016 le costruzioni illegali sono state circa 17mila, non si riesce ad abbattere un immobile neanche quando c’è la sentenza di un giudice: dal 2001 al 2011, solo il 10,6% delle case con un’ordinanza di abbattimento è finito a terra. Una percentuale che precipita al 4% nella provincia di Napoli, fino a rasentare lo zero a Reggio Calabria e Palermo. E meno male che non è diventato legge, finora almeno, il cosiddetto disegno di legge Falanga: un provvedimento a firma del deputato di Ala, Ciro Falanga, che fissa un ordine di priorità per gli abbattimenti, legittimando di fatto, secondo le associazioni ambientaliste, un fantomatico abusivismo di necessità che non esiste più da decenni, visto che a spuntare illegalmente negli ultimi anni sono interi quartieri. Lo scorso 17 ottobre il ddl è stato rinviato dal voto in aula, alla Camera, in commissione Giustizia, con la speranza che resti su un binario morto fino al termine della legislatura. «Non si può legittimare un abusivismo di necessità – commenta Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – E non si devono rallentare e complicare le pochissime demolizioni degli edifici abusivi attraverso un ordine di priorità degli abbattimenti, che metterebbe all’ultimo posto gli ecomostri abitati, rischiando comunque di aprire la strada a nuovi ricorsi in tribunale così da rimandare all’infinito le demolizioni». Perché quando un territorio a rischio idrogeologico è sommerso dal cemento illegale la tragedia non viene per caso. Lo sanno bene a Vibo Valentia, in Calabria, regione campione di abusivismo e dove un’orografia complessa e bacini idrografici di piccole dimensioni ne fanno un territorio a forte rischio. Il 3 luglio 2006, 199 millimetri di pioggia caduti in poche ore hanno messo in ginocchio Longobardi, Vibo Maria, Bivona, Portosalvo, frazioni del comune di Vibo Valentia, causando tre morti, 90 feriti, 306 evacuati e danni per 200 milioni di euro.

Stop al consumo di suolo
I rilievi dei tecnici mostrarono subito la causa: interi quartieri sorti abusivamente su aree demaniali con costruzioni che hanno ostruito i canali di scolo delle acque e interventi di manutenzione dei corsi d’acqua ritenuti inadeguati. Non a caso a processo, peraltro mai decollato e a rischio prescrizione, sono finiti per omicidio colposo amministratori del Comune di Vibo, della Provincia e del nucleo industriale. Il cemento illegale è anche all’origine di situazioni paradossali, come quella denunciata dal sindaco di Ardea, Mario Savarese, di fronte ai danni causati dal maltempo il 10 settembre scorso, nonostante gli interventi di pulizia dei fossi fatti dal Consorzio di bonifica di Pratica di Mare: «Buona parte dei danni è da attribuire alle esondazioni in alcuni punti critici dei corsi d’acqua, per i quali non è stato possibile far fare le manutenzioni semplicemente perché alcuni manufatti abusivi impediscono l’accesso ai luoghi». «Più che per rallentare le demolizioni, c’è bisogno di una norma per fermare il consumo di suolo, partendo dal ddl fermo da oltre 500 giorni al Senato – riprende Ciafani – e di provvedimenti efficaci per semplificare gli abbattimenti degli abusi, prevedendo nuovi finanziamenti pubblici per le demolizioni da parte di Comuni e procure già nella prossima legge di stabilità, togliendo così dal ricatto elettorale la decisione di procedere agli abbattimenti, ancora oggi in capo ai sindaci, trasferendola allo Stato attraverso le prefetture».

Desideri in cantiere
«L’abusivismo è un’aggravante: a Ostia, a Fiumicino, sul delta del Tevere, abbiamo dei tappi di costruzioni abusive. È così anche nel comune di Genova – denuncia Erasmo D’Angelis, segretario dell’Autorità di distretto idrografico dell’Italia centrale, già a capo di Italia Sicura – Ora c’è a disposizione un fondo per le delocalizzazioni, bisogna cominciare a delocalizzare proprio le strutture che ostruiscono il deflusso delle acque». Sapendo che però il rischio zero è un’utopia più che un sogno realizzabile. «Il rischio zero è un errore culturale, che ha impedito ogni misura di prevenzione in un Paese votato ai rischi naturali sismici, idrogeologici – aggiunge D’Angelis – Possiamo parlare di “massima sicurezza possibile”, ma per raggiungerla bisogna fare un lavoro immenso. Ad esempio dal rischio sismico ci si salva solo mettendo in sicurezza 5 milioni e mezzo di edifici. Si può fare con le giuste tecnologie, e con il sisma bonus con cui lo Stato ripaga fino all’85% anche per i condomini. Ma c’è ancora poca conoscenza di questo strumento e uno scarso investimento su questo nuovo settore». Come forte resta il ritardo sulle opere contro il dissesto idrogeologico. C’è un piano finanziario per 27 miliardi da spendere in 15 anni, ma siamo ancora lontani dall’obiettivo. «Il vero ritardo, a dimostrazione di un lavoro di prevenzione mai realizzato finora, sta nelle progettazioni – lamenta D’Angelis – Sulle 9.397 opere richieste dalle Regioni solo l’11% dei progetti pervenuti sono esecutivi e pronti per gare e finanziamento. Per una follia tutta italiana, prima Comuni e Regioni non potevano progettare fino a quando non avevano tutte le risorse in cassa, altrimenti incappavano in un’inchiesta per danno erariale. Ora, essendoci il piano nazionale, un’opera progettata può andare a gara e scatta il finanziamento. Ci vorranno dunque fra i dieci e i quindici anni per avere la conclusione di questa fase di cantieri delle 9.397 opere previste sulla base dei 9,6 miliardi disponibili». Sperando che, nel frattempo, i territori a rischio non si moltiplichino. Come purtroppo sta già accadendo.

Francesco Loiacono
Direttore La Nuova Ecologia. Giornalista ambientale autore di inchieste su dissesto idrogeologico, inquinamento industriale, bonifiche e amianto. Email: direttore@lanuovaecologia.it Twitter: @francloia

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