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Cresce l’impatto della domanda di olio di palma per il biodiesel

deforestazione olio di palma foto di Mighty Earth

È atteso un aumento disastroso della domanda di biodiesel e, soprattutto, di biocarburante per l’aviazione nei prossimi anni: lo scenario di domanda più alta, di olio di palma e di olio di soia al 2030, comporterebbe un aumento della deforestazione aggiuntiva calcolabile in 5,4 milioni di ettari di foreste tropicali (soprattutto Brasile e Indonesia) e in 2,9 milioni di ettari di torbiere (dove la foresta ha accumulato carbonio per millenni). Una estensione paragonabile al nord d’Italia, ma con conseguenze molto pesanti per l’intero pianeta: perché nella foresta tropicale si concentra la massima biodiversità vegetale e animale terrestre e perché si libererebbe in atmosfera 9,1 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Quanto emette in combustibili fossili solo la Cina, primo paese inquinante al mondo.

Sono queste le conclusioni del report uscito oggi di Rainforest Foundation Norway, NGO che lavora per proteggere le foreste fluviali, in collaborazione con 60 altre associazioni distribuite in tutto il mondo. Il rapporto si intitola Biofuel to the fire, l’impatto della continua espansione di domanda di olio di palma e di soia attraverso la politica sui biocarburanti e prende in esame tre scenari di crescita della domanda di biocarburante (stazionaria, media e massima) dovuta in gran parte ad un aumento dei consumi di biodiesel in America Latina e Indonesia e, soprattutto, ad una nuova forte richiesta di biocarburanti dell’aviazione che, non potendosi convertire rapidamente all’elettrico, fingerebbe una conversione green ricorrendo a biocarburanti. Un vero e proprio “greenvashing” visto che, come dimostrano gli studi di settore richiesti dalla Commissione Europea, la combustione di olio di palma è causa diretta ed indiretta di emissioni di CO2 triple del cherosene o gasolio fossile, mentre quella da olio di soia doppie di equivalenti quantità di carburanti fossili. Un finto bio, finto rinnovabile e “green”, peggiore del male che si propone di alleviare.

Esattamente che è stato assodato dall’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato (AGCM) con la multa erogata il 15 gennaio scorso ad Eni per il proprio ENIdiesel+, proposto come capace di ridurre (sino al 40%) le proprie emissioni, proprio perché con il 15% di componente “bio” (essenzialmente olio di palma). Non è vero per nulla.

L’Italia, in questo gioco mondiale, importa grandi quantità di soia per gli allevamenti e gli alimenti, ma soprattutto enormi quantità di olio di palma e acidi grassi derivanti dalla distillazione di olio di palma (circa 2 milioni di tonnellate nel 2019!) soprattutto per alimentare le due raffinerie di Gela e Porto Marghera che producono biodiesel per le pompe di carburante italiane ed europee.

Secondo settore di consumo in ordine di importanza (564 mila tonnellate) è quello dell’olio di palma di importazione indonesiana (75% nel 2018) e malese (25%) per alimentare direttamente grandi motori diesel che producono elettricità (l’1,3% della domanda nazionale), anche in questo caso altamente inquinante e ben poco rinnovabile e “green”. Solo una minoranza (35%) dell’olio di palma e suoi derivati viene usata dall’industria alimentare (soprattutto dolciumi) e detergenti (saponi e prodotti per lavare) e cosmesi. Per queste ragioni Legambiente ha richiesto la fine di ogni sussidio all’uso all’olio di palma usato nei carburanti (attualmente l’1% della spesa di ogni rifornimento) a partire dal 1 gennaio 2021, come previsto dalla nuova Direttiva europea sulle rinnovabili: una richiesta al governo ormai sottoscritta da 59.000 cittadini italiani nelle petizione www.change.org/unpienodipalle

 

Andrea Poggio
Segreteria nazionale Legambiente. socio fondatore. responsabile mobilità sostenibile e stili di vita (www.viviconstile.org). Autore di Vivi con stile (2007). Viaggiare leggeri (2008). Green Life. (2007). Twitter: ap_legambiente FB: viviconstile.org

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