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Cop26, una Babele al vertice

Ricchi, poveri, industrializzati, vulnerabili, con economie in transizione o ferme sulle fossili. I Paesi a Glasgow parlavano lingue e interessi diversi. I commenti ai risultati fotografano la ricerca del compromesso

di Antonio Piemontese

Dal mensile di dicembre Erano alte, forse troppo, le aspettative per la Cop26. Centonovantasette Paesi, agli antipodi per grandezza, economia e cultura si sono ritrovati attorno a un tavolo a Glasgow, in Scozia, per l’assemblea più ampia e rappresentativa a livello globale. E, per questo motivo, quella in cui è più difficile trovare un consenso. Troppo disomogenei i partecipanti. Isole piccolissime, territori ai confini tra la guerra e la pace come l’Afghanistan, giganti da miliardi di individui nel pieno dello sviluppo, Paesi ricchi: tutti ammassati nella stessa, immensa aula. Una Babele. Da cui, all’improvviso, ci si può staccare per passare al chiuso delle salette riservate, dedicate alle negoziazioni bilaterali, al riparo da occhi indiscreti. È lì che si è deciso il vertice. Il Paese con più delegati è stato il Brasile (479), seguito da Turchia (376) e Repubblica Democratica del Congo (373). Ma il gruppo più nutrito allo Scottish exhibition center è stato quello delle lobby dei combustibili fossili: oltre 500 persone, ha calcolato la Bbc, che si aggiravano e sorvegliavano i lavori, imponendo una pressione silenziosa ai negoziatori. Il processo di accreditamento ha permesso ai governi di imbarca-re un certo numero di impresentabili, dai lobbisti a esponenti dei servizi segreti. Non solo. In Scozia è andata in scena una vera e proprio guerra dei think tank: nei giorni della conferenza, circolavano sintesi estremamente precise dei lavori. Riassunti utilissimi ai giornalisti; i quali, però, raramente si sono domandati la provenienza. A Glasgow, insomma, la stampa ha dato in appalto l’interpretazione dei risultati e si è lasciata guidare. Ricchi, poveri, industrializzati, vulnerabili, con economie in transizione o ferme sulle fossili. I Paesi a Glasgow parlavano lingue e interessi diversi. I commenti ai risultati fotografano la ricerca del compromesso.

Mancanza di coraggio

Passeggiava nervosamente per i saloni Jennifer Morgan, direttrice esecutiva di Greenpeace e memoria storica della Cop. «È un accordo debole e manca di coraggio – ha commentato a caldo alla fine, il telefonino sempre in mano per rispondere alle richieste dei media – L’obiettivo di limitare il riscaldamento globale entro la soglia di 1,5 °C è appeso a un filo, ma a Glasgow è stato dato un segnale chiaro: l’era del carbone è agli sgoccioli, ed è questo che conta». Francesco La Camera, una carriera al ministero dell’Ambiente prima di proiettarsi verso la direzio-ne generale di Irena, l’agenzia internazionale per le rinnovabili, vede un segno positivo. «Nel giudicare la Cop bisogna partire dalle aspettative e dalla natura stessa della Conferenza – commenta – Già prima dello svolgimento avevo affermato che sarebbe stata un successo, perché la questione principale sul tavolo era capire se l’innalzamento delle ambizioni, contenuto nei documenti approvati negli anni passati, consentisse di mantenere aperta la finestra per con-tenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi. Ora è chiaro che è così. La Cop, quindi, da questo punto di vista ha svolto la propria funzione – prosegue La Camera – e ci porta a ben sperare. Questo va al di là del documento negoziale; e anche il comunicato congiunto Usa-Cina, pur non contenendo nulla di concreto, è fonte di speranza». Per Smail Khennas, esperto di energia e climate change tra i più quotati in seno all’Ipcc l’esito è stato, invece, deludente. «Non siamo andati lontano riguardo le fonti fossili e la produzione di carbone – dice Khennas – Ma la dicitura phase down (rallentamento, rispetto all’originale phase out, eliminazione, ndr) è comunque un risultato, specialmente se pensiamo ai discorsi di tre mesi fa. Mi aspetto che nel giro di un paio d’anni si facciano progressi per tutte le fonti fossili».

Scienza alla guida

Il ruolo dell’Ipcc esce decisamente valorizzato. Ora l’agenzia Nobel per la Pace nel 2007, assieme ad Al Gore, è diventata il barometro del clima e quindi, de facto, uno degli artefici del mondo di domani. Come dire: da oggi nessuno potrà più negare il cambiamento climatico, è la scienza a prendere il timone. E su questo gli Stati si sono trovati d’accordo, alla faccia dei negazionisti. «Ora, come dicono i britannici – chiosa La Camera – all hands are on desk». «Dobbiamo riconoscere che ci sono stati dei progressi – concorda Manuel Pulgar-Vidal, a capo del settore Clima ed energia del Wwf – Ci sono nuove opportunità per i Paesi per mettere in campo quanto deve essere fatto per evitare la catastrofe. Perché – aggiunge – a meno che non si mostrino risultati sostanziali, la loro credibilità è a rischio». E forse l’attenzione pubblica alle questioni ambientali è il risultato migliore di questo vertice. Un risultato destinato a durare.

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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