Cous cous Klan, la riscossa degli Altri

In uno scenario futuristico in cui il divario tra ricchi e poveri è ormai esasperato, vive una comunità di senzatetto, tra roulotte fatiscenti e cadaveri di auto. Una recinzione separa i ricchi dai poveri, che si ribellano al controllo. Uno spettacolo della Carrozzeria Orfeo

Lo spettacolo Cous cous klan

di LISA BUETI

In uno scenario futuristico ma decisamente reale e possibile, in cui l’acqua è stata privatizzata e il divario tra ricchi e poveri è ormai esasperato, vive una comunità di senzatetto, tra roulotte fatiscenti e cadaveri di auto. Una recinzione separa i ricchi dai poveri, che si ribellano al controllo, ma sono costretti a sopravvivere tra mancanza d’acqua, scarsità di cibo e espedienti per rimediare qualche soldo per vivere. Questa la scena che si presenta davanti agli spettatori di Cous cous Klan, spettacolo di Carrozzeria Orfeo, regia di Gabriele De Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi, in questi giorni in scena al piccolo Eliseo.

Un luogo di degrado urbano e fisico, ma metaforicamente anche dell’anima, dove povertà e disperazione alimentano i conflitti, sollevano tensioni ma che in fondo contribuiscono ad unire ed umanizzare i personaggi.

In una roulotte tre fratelli: Caio, un ex prete depresso che è anche il “capo della banda”, Achille, sordomuto ed omosessuale e Olga, una donna alle prese con il ticchettio del suo orologio biologico e un fantasma del passato. Nella roulotte a fianco Mezzaluna, un musulmano che di notte fa l’ambulante e di giorno è prigioniero del padrone italiano che gli tiene in ostaggio il permesso di soggiorno per costringerlo a seppellire rifiuti tossici per la sua organizzazione criminale, angosciato dalla figura di un padre che sogna per lui un futuro da terrorista.

Allo sgangherato gruppo si aggiunge Aldo, uno strampalato pubblicitario, separato con figlio a carico, caduto in rovina per una scappatella con una ragazza minorenne. Ad unire le loro sorti e traghettarli verso la riscossa morale arriva Nina, giovane e affascinante ragazza con qualche rotella fuori posto.

Si riconosce immediatamente il marchio di fabbrica di Gabriele De Luca, una drammaturgia come sempre ineccepibile composta da dialoghi ruvidi e concitati che aprono il cuore dello spettatore per poi spiazzarlo con risate mai banali e attimi di pura poesia. Colpisce la cura maniacale dei particolari, una scenografia curata fin nel minimo dettaglio, che non è mai di contorno ma viene usata, stressata dagli attori fino a diventare parte integrante della narrazione e che consente allo spettatore di immergersi profondamente nella realtà portata in scena. La grande qualità artistica del cast permette a questo piccolo miracolo teatrale di realizzarsi ancora una volta, riuscendo a non annoiare mai nonostante le due ore di dialoghi serrati.

Menzione speciale ad Alessandro Tedeschi: il suo Achille è talmente reale da non sembrare un’interpretazione e ad Alessandro Federico per un personaggio che cresce di intensità e di senso di minuto in minuto.

Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, ma questo non interesserà chi non ha avuto finora il piacere di conoscere la compagnia, il personaggio interpretato da Beatrice Schiros è un po’ troppo simile al precedente in Animali da bar, ma l’attrice splende come sempre per la sua bravura e le si perdona tutto. Si conferma vincente la già collaudata regia a tre, così come il sapiente uso delle luci che, senza esagerare, creano scene degne di un dipinto del Caravaggio.
Uno spettacolo crudo, dissacrante, poetico, vero. Da non perdere, al Piccolo Eliseo di Roma fino al 28 gennaio.
Tutte le date sul sito della compagnia