sabato 5 Dicembre 2020

Correlazioni pericolose: il punto su smog e malattie

 

Bologna avvolta nello smog

È un dato di fatto: la diffusione del Coronavirus Sars-CoV-2, responsabile della pandemia di Covid-19, sta mettendo a dura prova i sistemi sanitari ed economici del mondo intero e ci ha fatto prendere consapevolezza della nostra fragilità. Per combattere il virus è stato attuato un blocco globale senza precedenti. Il traffico veicolare si è ridotto drasticamente e sono diminuite le emissioni da fabbriche e industrie. Di conseguenza, quindi, è calato l’inquinamento, seppur in modo eterogeneo sul pianeta.

Ora è necessario capire se lo stesso inquinamento abbia giocato un ruolo nella diffusione del virus, come sostengono alcuni. E anche se la sua diminuzione, registrata durante il periodo del blocco, sia sufficiente ad annunciare un miglioramento delle condizioni atmosferiche generali. Dalle informazioni diffuse in materia sono nate numerose polemiche; certo è che in questo momento, con l’epidemia ancora in corso, trarre conclusioni è davvero prematuro. Nella diffusione dei virus, infatti, sono coinvolti fenomeni complessi, che per essere verificati hanno bisogno di molto tempo e di un gran numero di dati, analisi e prove. Spesso, poi, si tende ad attribuire un carattere di causalità a una semplice correlazione. Non basta però che due fenomeni avvengano contemporaneamente per stabilire che uno sia stato causa o conseguenza dell’altro.

Il caso padano
Lo scorso marzo, a meno di un mese dalla dichiarazione del primo contagio avvenuto in
Italia, la Società italiana di medicina ambientale (Sima), in collaborazione con l’Università di Bari e con quella di Bologna, ha reso noto un position paper, cioè uno studio non ancora
pubblicato su una rivista scientifica, in cui si afferma che il particolato atmosferico potrebbe
aver accelerato la diffusione del virus. Tutto sarebbe avvenuto grazie alla funzione di
carrier, ovvero di vettore di trasporto, svolta dalle piccole particelle sospese, che sarebbero
in grado di spostare nell’aria contaminanti chimici e biologici. Il concetto prende spunto da
altri lavori precedenti, scritti a riguardo delle epidemie di Sars e Morbillo. Secondo lo studio, l’inquinamento potrebbe spiegare il rapido aumento del numero di contagi nell’area della Pianura Padana, una delle più inquinate dell’intero territorio italiano. Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno esaminato i dati delle centraline regionali di rilevamento, pubblicati sui siti delle Agenzie regionali per la protezione ambientale (Arpa), registrando il numero di episodi di superamento dei limiti atmosferici consentiti dalla legge. Hanno poi incrociato i risultati con i numeri ufficiali dei casi di contagio da Sars-Cov-2 in Italia. Si è evidenziata così una sovrapposizione fra le concentrazioni elevate di pm10 (materia particolata) e il numero di casi.
«L’ipotesi presentata deve essere ancora dimostrata – spiega Fabrizio Bianchi,
responsabile dell’unità di Epidemiologia ambientale dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr di Pisa – è presto per giungere a conclusioni definitive, ma lavori scientifici in tal senso non
ce ne sono. Anche se il virus riuscisse a fermarsi sulle particelle di particolato, che sono 10 o 20 volte più grandi, subirebbe comunque gli effetti dovuti alla meteorologia, come raggi
ultravioletti, temperatura e umidità, che ne danneggerebbero l’involucro. Mi sembra poco
plausibile che possa rimanere vitale e infettivo per lungo tempo e su lunghe distanze».

Un documento della Rete italiana ambiente e salute, firmato anche dallo stesso Bianchi,
chiarisce però che l’esposizione prolungata a concentrazioni elevate di particolato
atmosferico rende il sistema respiratorio più debole e quindi più suscettibile a infezioni di
virus e batteri. «L’inquinamento – puntualizza il ricercatore – potrebbe aver avuto un effetto predisponente per l’insorgenza della malattia in persone che respirano da tanto tempo aria inquinata». Forse può aver avuto un ruolo nella velocizzazione degli effetti negativi sugli organi, ma questa ipotesi è ancora da verificare. «Dobbiamo ammettere che il determinante principale non è stato l’inquinamento – riprende – La Pianura Padana è una delle aree maggiormente industrializzate in Italia, con un numero elevato di contatti internazionali, scambi commerciali e spostamenti. Questo già sarebbe sufficiente a definire un quadro della situazione».

A inizio aprile, anche l’Università di Harvard ha presentato un lavoro, ancora in fase di revisione, che sottolinea l’evidenza del legame fra abitanti di aree più inquinate e maggiore tasso di letalità. «I risultati sarebbero totalmente inapplicabili alla Pianura Padana: i decessi risulterebbero imputabili solo all’inquinamento, come se non ci fosse infettività della malattia – sostiene Bianchi – Mi sembrano conclusioni un po’ premature e molto estreme». Un altro aspetto da considerare, nell’ottica della riapertura delle attività, riguarda l’eventuale pericolosità degli impianti di areazione e di condizionamento in locali chiusi. È difficile credere che il virus possa sopravvivere a lungo negli impianti, ma sicuramente le correnti d’aria potrebbero svolgere un ruolo nella movimentazione delle particelle. «Bisognerà effettuare presto ricerche sul tema», conclude l’epidemiologo.

Un fenomeno complesso
È necessario specificare che quando si parla di inquinamento atmosferico non ci si riferisce a una sola sostanza, ma a una lunga serie di sostanze che vengono emesse da diversi settori (trasporti, industria, riscaldamenti domestici, agricoltura) e che interagiscono nell’aria, complicando i fenomeni che ne determinano la concentrazione. È anche vero, però, che la variante meteorologica è ancora la causa principale dell’accumulo o della dispersione degli inquinanti. In questi mesi si è registrata una graduale diminuzione dell’inquinamento atmosferico, attribuita principalmente al blocco delle attività antropiche. «A dire il vero, il trend delle concentrazioni di pm10 non è molto dissimile da quello che si registra ogni anno – spiega Andrea Minutolo, coordinatore scientifico di Legambiente – Siamo venuti a conoscenza degli studi che mettevano in relazione i dati dell’inquinamento con il numero dei contagi, così abbiamo cercato di osservare la situazione da un punto di vista analitico». Il periodo compreso fra novembre e gennaio, infatti, è sempre quello più critico per le concentrazioni di particolato atmosferico. A febbraio, in genere, cominciano a smorzarsi i livelli emergenziali delle polveri sottili; a marzo, si verifica invece una transizione strutturale, dovuta alle ventilazioni caratteristiche del passaggio dall’inverno alla primavera, che fa abbassare le concentrazioni e favorisce la dispersione degli inquinanti. L’analisi effettuata da Legambiente con i dati di 193 centraline dislocate in ambienti cittadini, rurali e pedemontani del Nord Italia ha rivelato anche per il 2020 una situazione simile e pressoché omogenea in tutte le aree padane. «A inizio marzo – continua – si è però verificata un’ulteriore impennata nel miglioramento della qualità dell’aria, a seguito delle misure restrittive decise dal governo per contrastare la diffusione dell’epidemia».

Pericolo costante
A riprova del fatto che gli effetti atmosferici non sono immediati, anche con il blocco
generale delle attività sono serviti circa dieci giorni per evidenziare un cambiamento
sensibile delle concentrazioni di polveri sottili. Solo i livelli di diossido di azoto (NO2),
direttamente connessi con i motori diesel, sono diminuiti immediatamente. «Questo ci
indica quanto poco efficaci siano i blocchi emergenziali di un giorno decisi in seguito agli
sforamenti, ancora troppo frequenti, dei livelli d’inquinamento raccomandati», sottolinea
Minutolo. Per rimarcare la complessità del fenomeno, basti dire che nelle ultime settimane
di marzo c’è stato un aumento nelle concentrazioni di pm10 causato dall’utilizzo dei
prodotti zootecnici, precursori delle polveri sottili, impiegati in agricoltura per le semine
primaverili. «C’è stato poi un altro picco, provocato da un’anomalia meteorologica che ha
portato sull’Italia polveri di origine naturale dall’area del Mediterraneo libico, e che sono
state comunque registrate dalle centraline. Sono dannose se respirate, ma non di origine
antropica», chiarisce l’esponente di Legambiente.

Non è ancora certo, dunque, che l’inquinamento abbia favorito la diffusione del virus, ma
non dobbiamo in ogni caso dimenticarci che in Italia ogni anno sono circa 60.000 le morti
premature dovute a concentrazioni di inquinanti superiori a quelle raccomandate
dall’Organizzazione mondiale della sanità. Nella nostra vita quotidiana, respirando, entriamo in contatto costantemente con sostanze inquinanti, che a lungo termine possono indurre malattie croniche nel nostro apparato cardiocircolatorio come in quello respiratorio.
«Avremo tanto da imparare dall’epidemia – conclude Andrea Minutolo – Dovrebbe almeno
averci fatto capire che sono necessarie misure più continuative e sistematiche per ridurre le
emissioni».

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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