Coronavirus, più investimenti per la salute e meno per le armi

Nuovo appello dei promotori della campagna per la “Difesa civile, non armata e nonviolenta”, sostenuta anche da Legambiente. A fronte di un aumento della spesa militare, negli ultimi anni nella sanità gli investimenti sono passati dal 7% al 6,5% del Pil e tagliati oltre 43.000 posti di lavoro / Coronavirus e attività umane, Unep: “La pandemia è un avvertimento della natura”Coronavirus, le sue origini animali e la trasmissione all’uomo / Wmo: il minor inquinamento non faccia venir meno le azioni per il clima

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Tra i settori produttivi bloccati tramite decreto della presidenza del Consiglio per far fronte all’emergenza Coronavirus, non c’è traccia dell’industria militare. Un paradosso inaccettabile secondo i promotori della campagna per la “Difesa civile, non armata e nonviolenta”, sostenuta anche da Legambiente.

Per i promotori della campagna è inconcepibile che la spesa militare, arrivata secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x nel 2019 a circa 25 miliardi di euro (1,40% rispetto al PIL) e con una previsione di oltre 26 miliardi di euro per il 2020 (1,43% rispetto al PIL), non sia stata minimamente considerata dal governo nel piano di blocco della produzione nazionale.

Questa emergenza deve rappresentare l’occasione giusta per invertire finalmente questa tendenza spostando risorse dall’industria militare al settore sanitario, che al contrario negli ultimi anni ha visto ridotti gli investimenti a suo vantaggio passati dal 7% al 6,5% del Pil, con un taglio di oltre 43.000 posti di lavoro e in dieci anni un definanziamento complessivo di 37 miliardi e numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali sceso al 3,2 nel 2017 (la media europea è del 5, dati della Fondazione GIMBE – Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze).

“È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35 – dichiarano sul Manifesto Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, e Francesco Vignarca, coordinatore Rete Italiana per il Disarmo – Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie)”. Per questo l’impegno delle reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo si basa da tempo sulla richiesta di una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali”.

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