lunedì 30 Novembre 2020

Rilancio rinnovabile

Pale eoliche

Possiamo tornare al mondo com’era prima o affrontare con decisione le questioni che ci rendono tutti inutilmente vulnerabili alle crisi”. Di fronte al bivio indicato a fine marzo dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, per superare l’emergenza Coronavirus, i grandi del pianeta hanno fatto valere uno spirito di conservazione.

Gli Stati Uniti, letteralmente travolti dal contagio, con New York che ha strappato alla città cinese di Wuhan il triste primato di epicentro della pandemia, hanno puntato a un pericoloso gioco al rialzo. Il presidente Donald Trump ha prima teso la mano ai suoi alleati delle lobby delle fonti fossili, spingendo l’Environmental protection agency (Epa) a sospendere temporaneamente l’applicazione delle sanzioni per le aziende inquinanti. Poi, nel tentativo di distrarre l’attenzione dagli evidenti errori di valutazione commessi nel contenimento del virus, ha puntato l’indice contro un bersaglio facile di questi tempi, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Finita sotto accusa per una serie di errori inanellati tanto nell’analisi quanto nella gestione del Coronavirus, l’Oms dovrà adesso fare a meno dei sostanziosi contributi degli Usa, che nel 2019 sono stati pari a 400 milioni di dollari. La Cina, dove la pandemia è esplosa, sta provando a ripulire la propria immagine elargendo dispositivi sanitari agli altri Stati più colpiti, Italia inclusa. Ma i non detti di Pechino sono una macchia che non si laverà via in fretta poiché hanno inciso in modo irrimediabile sulla diffusione del virus a livello globale. Bocche serrate anche in Russia, dove però nascondere una pandemia che genera morti a ritmo incalzante è un’impresa impossibile anche per un abile stratega come Vladimir Putin. Mentre l’Europa non è riuscita a far altro che avvitarsi su se stessa, con i suoi Stati membri entrati questa volta in contrasto sulla concessione degli eurobond, gli ipotetici titoli obbligazionari emessi in “comune” all’interno dell’area euro.

Ritorno al passato da evitare

In questo caotico scenario il rapporto dell’Onu “Shared responsibility, global solidarity: responding to the socio-economic impacts of Covid-19” (Responsabilità condivisa, solidarietà mondiale: rispondere alle conseguenze economiche del Covid-19) presentato a fine marzo e in cui, in sostanza, veniva chiesto ai Paesi più sviluppati di mettere le risorse necessarie – almeno il 10% del Pil globale – per salvare l’intero pianeta da questa crisi, è presto finito nel dimenticatoio. A prendere sempre più piede rischia invece di essere il fronte della “vecchia maniera”. Un movimento eterogeneo che, spinto dalla retorica populista e dagli interessi di un’estesa cerchia di multinazionali, sostiene che per superare questa nuova recessione – per molti peggiore rispetto a quella del 2009 – occorra tener fede alle ricette economiche della tradizione, a cominciare dal settore energetico: sfruttamento di fonti fossili, dunque, per tarpare le ali alla crescita delle rinnovabili e smontare sul nascere piani di lungo termine come il Green new deal europeo.

In Italia a marciare in questa direzione sono soprattutto la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che attraverso i suoi parlamentari a Bruxelles ha chiesto alla Commissione europea di “rinviare il Green deal fino al termine della crisi”, e il segretario della Lega Matteo Salvini, che ha parlato di condono, pace fiscale, pace edilizia e di blocco del Codice degli appalti. «Ma non possono essere queste parole e queste scelte a orientare il difficile cammino che il nostro Paese sarà chiamato a percorrere nel momento in cui si lascerà alle spalle il lockdown. Siamo dentro una crisi – spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – che è parte di una più ampia crisi globale del pianeta, una crisi collegata ai cambiamenti climatici, al degrado ambientale, all’iper sfruttamento delle terre: fenomeni e dinamiche che in tante parti del mondo provocano conseguenze dirette sulla salute delle persone e degli animali e sul loro benessere. A questa grande crisi dobbiamo dare risposte che non possono più essere rinviate».

Energia di qualità

Ma ci sono anche tante opportunità di rilancio economico che in questa emergenza devono essere colte. Se vent’anni fa poteva forse avere un senso realizzare una centrale a carbone, una tangenziale, un inceneritore o una schiera di palazzi in periferia, oggi questi investimenti oltreché insostenibili non sono più nemmeno convenienti. Il caso del Texas, storico feudo delle estrazioni di petrolio e gas diventato negli ultimi anni lo Stato americano in cui si è registrata la maggiore crescita di installazioni eoliche e solari, lo dimostra.

È in questa direzione che va il piano lanciato a inizio aprile da Legambiente e Fillea Cgil per la ristrutturazione energetica di 1,2 milioni di condomini in Italia entro il 2025. Un intervento dagli effetti rilevanti sul piano della ripresa economica e occupazionale, oltre che per il risparmio energetico e la tutela dell’ambiente, il cui valore aggiunto è di non appesantire il debito pubblico italiano in quanto viene attuato attraverso la riorganizzazione e il rifinanziamento di una serie di strumenti fiscali già in vigore, come i bonus ambientali e antisismici. A dimostrarlo sono i numeri: 430mila posti di lavoro diretti, 37 miliardi di investimenti diretti e indiretti, 900 milioni di entrate per le casse previdenziali, un risparmio per le famiglie in bollette di circa 620 euro l’anno ad alloggio, un aumento dei valori immobiliari stimato fra il 5 e il 15%, una riduzione delle emissioni di CO2 di 840.000 tonnellate annue e un taglio dei consumi di gas di 418,5 milioni di metri cubi l’anno.

«Da questa emergenza possiamo risollevarci puntando su un nuovo modello di sviluppo – commenta Alessandro Genovesi, segretario generale della Fillea Cgil – e il settore delle costruzioni deve essere al centro di questo percorso. Oltre a garantire un minor impatto ambientale delle nostre città e a far risparmiare le famiglie, la nostra proposta offre anche una grande occasione per rilanciare l’occupazione con la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro di qualità: da manovale il lavoratore diventerebbe prima montatore e poi manutentore». Ma non solo. Questo piano consentirebbe di far emergere anche molto lavoro nero, una dimensione di cui il Paese sembra essersi improvvisamente accorto nel momento in cui è scattata la crisi e i lavoratori del sommerso sono stati costretti a rimanere a casa, senza alcuna speranza di poter accedere a un sussidio. Secondo le più recenti stime del ministero del Lavoro e dell’Inps, su circa tre milioni di lavoratori in nero che ci sono in Italia, almeno 350-400mila operano proprio nell’edilizia privata. «Per spingere sulla qualità proponiamo che tutti gli incentivi fiscali vengano subordinati alla dimostrazione di utilizzo di lavoro regolare e del corretto contratto collettivo nazionale di lavoro contro ogni forma di dumping contrattuale – continua Genovesi – Il governo deve scegliere quale strada prendere: quella suggerita da chi pensa che la ricostruzione dell’apparato produttivo e il rilancio dell’economia passi per la vecchia ricetta “meno regole, meno tutele, meno attenzione a diritti e ambiente” o quella che propone, come facciamo noi e Legambiente, di scommettere su più sostenibilità ambientale, sulle nuove professioni del greenbuilding, sulla qualità del lavoro e dell’impresa».

Nuove risorse in campo

Un altro appello, lanciato al governo da chi sta provando a ridisegnare i meccanismi che devono muovere la nostra economia verso una maggiore equità sociale e sostenibilità ambientale, è di proseguire con l’approvazione di nuovi decreti end of waste. Ciò consentirebbe di sbloccare decine di impianti di riciclo che permettono di trasformare i rifiuti in risorse. Un passo importante è stato compiuto a inizio aprile con la firma del decreto per la gomma riciclata dei pneumatici fuori uso (pfu) da parte del ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Una vera e propria boccata d’ossigeno per venticinque aziende e oltre mille lavoratori che in Italia già lavorano per far diventare gli pneumatici asfalti stradali, campi di calcio, granulo da utilizzare per l’edilizia e le panchine. “Linfa all’economia green, un nuovo tassello per la ricostruzione del Paese post Covid-19”, ha dichiarato nell’occasione Costa. Un passaggio che ha raccolto la soddisfazione di Ecopneus, il principale operatore del settore in Italia con la raccolta e il riciclo di circa 200.000 tonnellate di pfu ogni anno. «Grazie a questo decreto – commenta il direttore generale Giovanni Corbetta – le aziende del trattamento e quelle che utilizzano granulo e polverino di gomma da riciclo dei pfu potranno beneficiare di un definitivo slancio verso una sempre maggiore espansione delle applicazioni della gomma riciclata, ad esempio nel settore degli asfalti stradali, dell’impiantistica sportiva, del benessere animale, dell’edilizia, negli impieghi industriali e molto altro ancora». I prossimi passi saranno le approvazioni di altri due decreti: il primo per la carta da macero, il cui rilascio potrebbe concretizzarsi a giugno; il secondo per i rifiuti da costruzione e demolizione, che rappresentano una fetta preponderante della produzione di rifiuti speciali: 51 milioni di tonnellate annue, considerando anche le terre e le rocce da scavo.

Tempo della lungimiranza

L’Italia ha di fronte a sé una lunga fase di convivenza con questa crisi. Per gestirla nel migliore dei modi non può arroccarsi su vecchi sistemi che già prima dell’emergenza avevano mostrato la loro inadeguatezza. Un’economia orientata, ora più che mai, su modelli di sviluppo basati sul rispetto e sulla qualificazione del lavoro, sulla valorizzazione delle fonti energetiche rinnovabili e sul riciclo e il riuso dei rifiuti, è la via alternativa da imboccare per guardare al futuro oltre la durata della pandemia. è la strada che Legambiente suggerisce al governo con 30 proposte presentate a fine aprile (vedi box a pagina 15). «Non stiamo parlando di investimenti dettati dall’ideologia, semplicemente le vecchie strategie sono fuori dal tempo e fuori dagli interessi anche dell’Italia – conclude Edoardo Zanchini – La sfida che abbiamo di fronte, per rispettare l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e non sforare gli 1,5 gradi che significherebbero nuove sciagure ambientali, è accelerare su questi investimenti. Farlo adesso, ai tempi del Coronavirus, sarebbe una grande dimostrazione di lungimiranza non solo da parte del nostro ma di tutti i Paesi».

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