Coronavirus, gli effetti disomogenei del lockdown sull’inquinamento atmosferico

Se in Cina ed Europa le misure restrittive imposte per contenere il contagio hanno prodotto un vistoso calo di emissioni, lo stesso non si sta verificando in altri Paesi come gli Stati Uniti o il Messico. I dati di un’analisi pubblicata sulla rivista Nature / Coronavirus, confermato il collegamento tra pandemia e perdita di habitat degli animaliCoronavirus, Ilaria Capua: “La nostra salute interagisce con il pianeta” / Sondaggio: i cittadini asiatici chiedono la chiusura dei wet market

Il blocco progressivo degli spostamenti delle persone, della circolazione dei mezzi e delle attività produttive a causa dell’emergenza Coronavirus, ha ridotto sensibilmente i livelli di inquinamento in molte città del mondo, ma non in tutte. Questa dinamica è illustrata in un’interessata analisi pubblicata sulla rivista Nature. I rivelamenti satellitari degli ultimi mesi hanno mostrato un forte calo delle emissioni di biossido di azoto (NO2) in Cina e nel nord Italia, come noto i due focolai che per primi e in modo più pesante sono stati colpiti dalla diffusione del contagio. Le concentrazioni di NO2 nell’aria sono diminuite anche nelle aree metropolitane del Regno Unito, della Germania e dei Paesi Bassi, Paesi in cui per il contenimento del virus è stato attuato attraverso un blocco totale o parziale delle attività.

Al netto di questi primi dati piuttosto eloquenti, servirà però un’analisi più approfondita e di lungo respiro dei rilevamenti satellitari per confermare che le concentrazioni più basse di sostanze inquinanti in atmosfera siano collegate in modo preponderante al lockdown globale. Non va dimenticato, infatti, che nell’emisfero settentrionale della Terra le concentrazioni di NO2 in atmosfera in genere diminuiscono fino al 50% tra gennaio e maggio di ogni anno a causa dell’angolo di incidenza dei raggi solari. Inoltre, il clima mediamente favorevole di inizio primavera potrebbe aver contribuito al calo dell’inquinamento atmosferico osservato nelle ultime settimane. Insomma, serve tempo per quantificare in che misura le riduzioni dell’inquinamento registrate dall’inizio dell’anno sia una conseguenza diretta del blocco imposto per il Coronavirus. E serve ancora tempo per capire perché in altre parti del pianeta questa correlazione non sia stata per ora così marcata.

Negli Stati Uniti, ad esempio, i dati secondo cui l’inquinamento atmosferico si sia sensibilmente ridotto a New York (principale focolaio dell’intero Paese) e in altre grandi città a causa delle precauzioni (tardive) imposte sul finire di marzo per contenere il Covid-19 sono ancora prematuri. “Non ho visto alcun cambiamento statisticamente significativo nell’inquinamento atmosferico nella maggior parte delle città degli Stati Uniti”, ha confermato in tal senso Dan Goldberg, ricercatore dell’Argonne National Laboratory di Lemont, nell’Illinois. Secondo i dati ricavati attraverso Tropomi (TROPOspheric Monitoring Instrument, strumento di monitoraggio della troposfera), l’unica città degli Stati Uniti che sta registrando un miglioramento statisticamente significativo della qualità dell’aria è Los Angeles, in California, dove però a incidere in questa direzione nelle ultime settimane è stato anche il clima particolarmente piovoso. 

Anche i rilevamenti sul rilascio di polveri sottili in superficie non sembrano mostrare particolari cambiamenti. Sempre a New York è stata riscontrata una leggera diminuzione del livello di polveri sottili. Mentre ci sono Paesi, come ad esempio il Messico, dove addirittura questa forma di inquinamento è addirittura aumentata a marzo complici pratiche agricole particolarmente intensive. 

In generale, il rischio è che presto i benefici del lockdown lasceranno il posto agli interessi economici. Con Cina e Stati Uniti che faranno di tutto per far recuperare alle loro industrie il “tempo perduto” in questi mesi a causa del Coronavirus. 

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