venerdì 4 Dicembre 2020

Coronavirus, ripensare l’ecologia e gli stili di vita nei giorni dell’emergenza

L'immagine di una donna con la mascherina a bordo di una moto

di LORENZO FRATTINI*

Nelle zone di crisi del Coronavirus l’atmosfera sospesa e rarefatta in cui viviamo da settimane porta inevitabilmente a riconsiderare molti aspetti e priorità della nostra esistenza. L’emergenza ci ha obbligato in pochi giorni a fare i conti con rallentamenti forzati e con cambiamenti radicali negli stili di vita: spostamenti delle persone ridotti ai minimi termini, riunioni di lavoro annullate, bambini a casa da scuola, vita sociale azzerata e abitudini stravolte. Una situazione che non si era mai verificata nel dopo guerra. Uno stato di eccezionalità da cui sarebbe utile trarre anche qualche insegnamento. Non vorrei essere frainteso, non sto minimizzando. Da questa crisi sconteremo conseguenze pesanti sia a livello sociale che economico. Ma deve essere anche un’occasione di riflessione e potremmo imparare anche qualche cosa di utile per il futuro, sia a livello politico e di comunità, sia rispetto ai nostri stili di vita.

Lorenzo Frattini Foto
Lorenzo Frattini, presidente Legambiente Emilia-Romagna

A livello politico sicuramente abbiamo fatto una scoperta: la capacità di intervento che le istituzioni locali e gli organismi internazionali hanno mostrato di poter mettere in campo rispetto a un rischio collettivo che ci minaccia. Di fronte all’ipotesi di un contagio incontrollato, in queste settimane c’è stata una reazione fortissima che ha messo in secondo piano gli indici di borsa e ridimensionato persino la litigiosità tra schieramenti politici.

Una capacità di definire le priorità collettive che purtroppo manca in tanti altri casi di emergenza, in particolare per i rischi ambientali. Se guardiamo al numero dei morti l’emergenza Coronavirus sembra ancora paragonabile a quanto produce una normale influenza stagionale. In tanti hanno paragonato questi dati al numero – ben più consistente – di decessi annui dovuti all’inquinamento (le stime sono variabili, ma solo in Italia si parla almeno di 45.000-85.000 morti premature ogni anno). Se guardiamo poi ai rischi derivanti dal cambiamento climatico l’attuale rischio del Coronavirus sembra quasi trascurabile. Per il clima ci sono proiezioni di mortalità annua in crescita vertiginosa (250.000 morti/anno al 2024), previsioni di danni economici dell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari all’anno, spinte sempre più immani alle migrazioni di massa. Qualche studio avanza anche il rischio della fine della nostra civiltà. Per il CNR dal 2010 al 2017 solo in Italia ci sono state 45.000 persone evacuate per eventi climatici estremi. Le agenzie assicurative già oggi faticano a coprire i danni climatici per l’agricoltura e si domandano come potranno coprire i rischi crescenti sugli immobili. Sono tutte affermazioni fondate su dati già disponibili o su stime prodotte dal mondo scientifico, così come lo sono quelle relative al Coronavirus. Ma inquinamento e clima non hanno generato finora le stesse reazioni del Coronavirus: eppure minacciano di più i nostri figli di quanto non faccia il virus.

La differenza fondamentale è il fattore tempo: ci è stato spiegato che il rischio del Coronavirus deriva dalla velocità dei contagi che ci potrebbe portare in tempi brevissimi all’incapacità del Sistema sanitario a ricevere tutti i malati e dunque al suo collasso. È questo il rischio più serio di questa epidemia, prima del tasso di mortalità del virus. Anche per il clima tutti dicono che dobbiamo prendere subito decisioni drastiche, pena conseguenze incalcolabili, ma il rischio appare più indistinto perché più lontano. È un atteggiamento umano: anche a livello di percezione individuale ognuno di noi si preoccupa molto di più di un piccolo infortunio nella vita di tutti i giorni che di un ipotetico rischio mortale tra qualche anno. Ma se questo vizio di percezione, che rende debole l’azione contro il cambio climatico, risulta comprensibile a livello emotivo non può essere accettato sul piano razionale. E a maggior ragione non può esserlo sul piano dell’azione delle istituzioni e della politica.

La riflessione che tanti stanno facendo in questi giorni sulla fragilità della nostra società probabilmente produrrà esiti utili: servirà a ridare forza al Sistema sanitario nazionale e nella diffusione di una maggiore cultura della prevenzione. Ma sarà vitale estendere questa fase di riflessione anche agli altri pericoli mortali che ci minacciano e alle politiche di prevenzione che dovremo mettere in campo.

Venendo a una dimensione sociale e personale, anche in questo caso vale la pena usare bene questa pausa forzata che ci troviamo a vivere, riflettendo sulle nostre scelte ed i nostri stili di vita. Dobbiamo prepararci a saper tornare alla normalità, combattendo il rischio che dopo la crisi continui a permanere la paura, che la società sia meno aperta e i rapporti umani si impoveriscano. Ma abbiamo anche occasioni da sfruttare. Le misure per limitare la mobilità delle persone stanno mostrando a enti e aziende come una quota significativa dei nostri spostamenti possa essere facilmente sostituito da riunioni on-line. Ci accorgiamo con sorpresa che lo smart working e il telelavoro sono opzioni che possono funzionare anche alle nostre latitudini e non solo nel Nord Europa. Si tratta di possibilità che semplificano la vita famigliare e riducono i nostri consumi energetici e le nostre emissioni. Non sarebbe bene sostituire i nostri rapporti umani con quelli digitali, ma una misura maggiore di flessibilità nei tempi di lavoro può solo giovare.

Se per un po’ di tempo luoghi chiusi e affollati non saranno praticabili appena le misure saranno meno restrittive, potremo prenderci un po’ di tempo per visitare le bellezze vicino a casa nostra: percorrere le campagne vicino alla città, scoprire gli scorci meno conosciuti. Già nelle scorse settimane molte zone verdi delle nostre città – anche quelle solitamente snobbate – sono state riscoperte. Avremo l’occasione per visitare le tante aree protette del nostro territorio che regalano scorci e sorprese inaspettate. Dopo la crisi, invece, il primo weekend fuori porta che ci concederemo dovremmo farlo scegliendo tra le realtà turistiche più colpite dal calo di prenotazioni di questi giorni. Ma andandoci in treno! Purtroppo oggi l’uso dei mezzi di trasporto pubblici è tra le opzioni da ridimensionare. Non possiamo permettere che diventi una condizione permanente: dovremo lavorare affinché il timore di oggi non abbia effetti negativi nel lungo termine su uno dei settori fondamentali per combattere gli impatti ambientali.

Anche le sacrosante battaglie per abbandonare l’usa e getta inutile (ad esempio stoviglie e posate nelle mense) potrebbe subire un brutto colpo. Per evitare un impennata nella generazione dei rifiuti e del consumo di materie prime, dopo la crisi dovremo avere la lucidità di fare passare i dati scientifici combattendo le paure immotivate.

La sospensione di molte riunioni di lavoro, trasferte, corsi ed eventi pubblici, lascia molti di noi con maggiore tempo: può essere l’occasione per provare – una volta tanto – opzioni più ecologiche per i nostri stili di vita che trascuriamo nella frenesia abituale. Potremmo provare a fare in bicicletta o a piedi un tragitto che normalmente facciamo in macchina. Potremmo prenderci il tempo per decidere di cambiare il fornitore di energia elettrica, passando a una proposta 100% rinnovabile, oppure scegliere i tanti oggetti inutili che popolano le nostre case da destinare – quando usciremo – ad un centro del riuso.

La chiusura delle scuole ha influito molto sulla vita dei genitori con figli piccoli e dei relativi nonni. I disagi sono molti, ma anche in questo caso i tentativi delle scuole di proseguire un minimo di didattica fuori dalle aule, ha portato a sperimentare sistemi di cooperazione inedite tra scuole e famiglie. Esperienze salutari in un periodo storico dove genitori e insegnanti sembrano essere spesso ai lati opposti di una barricata. Questa spinta all’innovazione nelle modalità dell’insegnamento – così come quella attivata verso la dematerializzazione dei servizi delle Pubbliche amministrazioni – potrebbe essere utile anche per affrontare un altro nodo del nostro territorio: quello dei servizi da garantire nelle aree marginali dell’Appennino, che da sempre convivono con il problema dell’isolamento, anche senza virus in circolazione. Le soluzioni di oggi per garantire i servizi nelle città le potremo forse mantenere per migliorare la situazione delle aree interne.

Infine, guardando a una dimensione più intima e personale, certamente c’è il rischio di uscire da questa fase di isolamento con maggiori resistenze e verso l’altro e timori sulle forme di socialità. Gli anziani soli oggi stanno vivendo un momento di ulteriore solitudine. Ma c’è anche qualche rovescio della medaglia che potremmo valutare positivamente: ad esempio l’azzeramento delle agende degli impegni extrascolastici dei nostri figli – spesso troppo fitte – oggi ci dà l’opportunità di ripensare i loro e i nostri tempi assieme.

*presidente Legambiente Emilia-Romagna

Redazionehttps://www.lanuovaecologia.it
Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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