Coronavirus, diario dell’isolamento: tredicesimo giorno

In questa lotta al Covid19 dobbiamo essere davvero dalla parte di chi non ha i nostri stessi diritti e doveri per tornare, prima possibile, ad essere liberi. E dovremo interrogarci molto sul senso di questa nostra libertà Il racconto dei giorni precedenti

caporalato

Diario dall’isolamento, tredicesimo giorno. Dopo la decisione assunta dal governo di fermare tutte le attività produttive non essenziali del nostro Paese (peraltro duramente contestata dalle organizzazioni sindacali per le concessioni fatte a Confindustria), non è più tollerabile che non si riescano a garantire le mascherine e le protezioni indispensabili per chiunque è costretto comunque a lavorare, cominciando dal personale sanitario e dai medici di famiglia, così da ridurre al minimo i rischi del contagio e non rendere vana la nostra resistenza. Perché uscire il prima possibile dall’emergenza coronavirus dipende dai loro e dai nostri sacrifici, condivisi come non era mai successo prima. Così come non è più accettabile che non sia assicurata subito un’alternativa a chi in strada è costretto a viverci, semplicemente perché una casa non ce l’ha. Oppure a chi è costretto ad abitare nella baracca di un ghetto, dove ogni mattina viene prelevato dai caporali per andare nei campi a raccogliere la frutta, la verdura, gli ortaggi che compriamo facendo la fila in un supermercato, con le mascherine e i guanti, a un metro di distanza uno dall’altro. Non possiamo più fare finta che siano invisibili. Come i detenuti nelle carceri, che ieri sera ho sentito protestare sonoramente dal vicino penitenziario di Rebibbia. Rischiamo anche noi insieme a loro, come non era mai successo prima. Perché i luoghi in cui vivono, a differenza delle nostre case, possono essere focolai di coronavirus. E rendere vani i nostri sacrifici.

In questa lotta al Covid19 dobbiamo essere davvero dalla parte di chi non ha i nostri stessi diritti e doveri per tornare, prima possibile, ad essere liberi. E dovremo interrogarci molto sul senso di questa nostra libertà. C’è un passaggio del libro “L’economia civile” (Il Mulino, 2015), scritto da Stefano Zamagni e Luigino Bruni, che cito sempre quando mi capita di raccontare l’impegno di Legambiente per la sostenibilità economica, sociale e ambientale del nostro modo di abitare la Terra. E’ quello in cui richiamano l’urgenza di “mettere all’opera la società civile organizzata per giungere a un patto sociale globale tra cittadini uguali e liberi che adottano la cultura del noi”. Un “patto della fraternità, dopo l’uguaglianza e la libertà. Quest’ultime due sono state la conquista della modernità, hanno creato la democrazia e fondato i diritti ma si stanno rivelando incapaci di gestire i beni comuni”. Come ci insegnano l’emergenza coronavirus per la nostra salute e i cambiamenti climatici per la qualità dell’ambiente in cui viviamo. “Libertè ed egalitè – aggiungono Bruni e Zamagni – dicono individuo; fraternitè è il principio della modernità, che dice legame tra le persone”.

L’economia che dovrà ripartire alla fine di questo incubo non potrà che essere civile e circolare, radicalmente diversa da quella che ci ha fatto diventare ospiti di un virus capace di fermare il cuore del nostro Paese. Non è neppure l’unico. Corruzione, mafie, evasione fiscale, criminalità economica e ambientale, consumo di suolo, pesticidi, smog ma anche gli sprechi di beni comuni come l’acqua, di cui pure noi siamo responsabili nella nostra distratta quotidianità, sono altrettanti virus di cui dobbiamo liberarci. E farlo, insieme, il prima possibile. #quellocolbongo

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