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Coronavirus, diario dall’isolamento: ventitreesimo giorno

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Diario dall’isolamento, ventitreesimo giorno. Ho letto questa mattina una bella metafora che mi ha fatto riflettere molto sulle conseguenze degli inediti stili di vita a cui siamo costretti dal coronavirus. L’ha usata Marco Magnaghi, economista della Luiss e autore del libro “Fatti non foste a vivere come robot”, nell’intervista di Francesco Gnagni, pubblicata da formiche.net: “Dobbiamo comportarci meno come cow-boy e più come astronauti. I primi si dirigono a ovest, pensando che le risorse siano infinite. I secondi sanno che le loro risorse nella navicella sono limitate e devono farvi attenzione, perché se ne abusano rischiano di finire male”.

L’intervista a Magnaghi offre un’infinità di spunti, ora che siamo alle prese con temi diventati d’improvviso popolari, come lo smart working, la formazione a distanza, i big data e la nostra tracciabilità. Ma la metafora mi ha fatto pensare soprattutto alle sensazioni che devono provare i pochi fortunati a cui è concesso di osservare, come astronauti, con la mascherina al posto del casco, quello che sta accadendo negli ambienti naturali liberati dalla nostra ingombrante presenza. Dai pesci che popolano i canali di Venezia alle acque del fiume Sarno, il più inquinato d’Europa, tornate finalmente limpide. Deve sentirsi come un’astronauta anche l’architetta paesaggista del parco del Colosseo, Gabriella Strano: intervistata da “Repubblica” racconta di fagiani, conigli, germani reali, istrici” che si sono “riappropriati dei loro spazi”. Compreso il picchio che ha nidificato, scrive “Repubblica”, su un antico cedro dell’Himalaya, in cima al colle Palatino, di cui si sente il “martellare incessante”.

Anche io, in queste giornate di risvegli all’alba, ascolto canti di uccelli a cui non sono abituato. Non ho le conoscenze di un ornitologo per distinguerli ma alcuni sono abbastanza certo di non averli mai sentiti. Merito de rumore scomparso. Anzi, per usare la definizione giusta, dell’inquinamento acustico che non devo più subire, anche se vivo in un quartiere di Roma, Rebibbia, dove è meno intenso di altre zone della Capitale. Così come non sono il risultato di una “stranezza della natura” i pesci nei canali di Venezia, le acque del Sarno pulite, gli animali selvatici del parco del Colosseo. E non è “innaturale” l’aria senza smog della pianura Padana. Semmai è vero il contrario: sono tutti segnali concreti di quanto sia “pesante” la nostra impronta ecologica. E di quali guasti possa causare alla qualità dell’ambiente che condividiamo ogni giorno.

Saremo costretti a vivere come “astronauti” per un tempo ancora abbastanza lungo, quando questo isolamento forzato, piano piano, comincerà a diventare un ricordo. E dovremmo approfittarne, se non vogliamo precipitare, di nuovo, negli incubi a cui ci eravamo assuefatti, come l’aria irrespirabile delle città, le acque avvelenate dei nostri fiumi. Oppure di viverne altri, dalle conseguenze sempre più drammatiche dei cambiamenti climatici a una nuova pandemia. La Terra può tornare a meravigliarci, come sta accadendo ora che siamo costretti a rispettarla di più. Oppure diventare un pianeta sempre più inospitale, come ci sta insegnando il covd19. In fondo dipende da noi, da come decidiamo di comportarci: cow-boy del passato o astronauti del futuro, che sanno usare tutte le straordinarie tecnologie di cui sono in possesso semplicemente per vivere, tutti, meglio.

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Enrico Fontana
Giornalista. membro della segreteria nazionale di Legambiente. Responsabile dell’Osservatorio Ambiente e legalità di Legambiente

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