Coronavirus, diario dall’isolamento: ventiseiesimo giorno

Se non arriveranno subito i provvedimenti richiesti rischieremo di veder marcire nei campi, più di quanto non accada nella “normalità”, i prodotti dell’agricoltura italiana diventati oggi vitali nell’economia autarchica da Covid-19 Il racconto dei giorni precedenti

caporalato

Diario dall’isolamento, ventiseiesimo giorno. E’ solo una coincidenza. Ma ad avere un ruolo decisivo per evitare una terza crisi, dopo quella sanitaria e quella economica, causata dal coronavirus sono tre donne: la ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, quella dell’Agricoltura, Teresa Bellanova e la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo. Senza provvedimenti immediati da parte dei loro ministeri, infatti, rischiamo prima di veder crescere vertiginosamente di prezzo e poi sparire dai banconi la frutta e la verdura coltivate nel nostro Paese. A lanciare l’allarme sono Coldiretti, Cia, Confagricoltura, Flai Cgil, l’Alleanza delle cooperative agroalimentari, associazioni come Terra, Gruppo Abele, Arci, Acion Aid, Oxfam e persino il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori.

La ragione di questa imminente, ulteriore emergenza, quella del cibo, è duplice. E rivela, nella sua semplicità, il segno dei tempi che stiamo vivendo. A causa del coronavirus molti lavoratori stranieri impegnati più o meno regolarmente in agricoltura (oltre 400.000) sono tornati nei loro paesi di origine e quelli che occorrerebbero nei campi (almeno 250.000) non arriveranno più, per il blocco delle frontiere o per l’incubo di ammalarsi in Italia di sars-cov-2. L’ennesimo inverno surriscaldato dai cambiamenti climatici, invece, sta facendo anticipare i raccolti primaverili, una stagione cruciale per la produzione di frutta e verdura.

Gli appelli, numerosi, si susseguono da almeno due settimane. Finora inascoltati, purtroppo. Come le soluzioni proposte, alcune molto semplici da accogliere, almeno in apparenza, altre già assunte da Paesi europei alle prese con lo stesso problema, come il Portogallo. Ho provato a sintetizzarle, per punti: a) prorogare gli attuali permessi per lavoro stagionale in scadenza; b) semplificare radicalmente i voucher che consentirebbero l’impiego in agricoltura di cassaintegrati e studenti, considerata la chiusura di fabbriche, scuole e università; c) regolarizzare e garantire condizioni di vita dignitose e sicure agli immigrati che lavorano illegalmente nelle campagne, soprattutto del Sud, costretti a vivere nei ghetti; d) approvare in tempi rapidi un nuovo decreto flussi, si chiama così, che consenta alle imprese agricole di assumere, stagionalmente, lavoratori non comunitari. Ce ne sarebbe una quinta, che prevede la definizione di “corridoi garantiti” per gli spostamenti dei lavoratori stagionali agricoli dei Paesi europei ma con il clima che si respira oggi a Bruxelles mi sembra, francamente, fantascienza.

Dopo la primavera, arriverà, questo è sicuro, l’estate. E il lavoro nei campi diventerà, oltre che più faticoso per le condizioni climatiche, persino più importante, considerati i consumi stagionali di frutta e verdura e i benefici che ne derivano per la nostra salute. Ma se non arriveranno subito i provvedimenti richiesti e che competono, innanzitutto come responsabilità politica ma anche dal punto di vista amministrativo, alle tre ministre del governo Conte, rischieremo di veder marcire nei campi, più di quanto non accada nella “normalità”, i prodotti dell’agricoltura italiana diventati oggi vitali nell’economia autarchica da coronavirus. E allora coraggio, ministre Lamorgese, Bellanova e Catalfo: raccogliete gli appelli e adottate le soluzioni proposte da tutte le realtà, associative e sindacali, impegnate ogni giorno, ciascuna con i propri legittimi interessi e i propri valori da promuovere, nella più importante filiera economica dei nostri, difficili, giorni: quella agroalimentare. Perché servono tutte, nessuna esclusa. Ed è persino possibile che il Pase ne esca più civile di prima. #quellocolbongo.

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