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Coronavirus, diario dall’isolamento: ventiquattresimo giorno

MascherinaDiario dall’isolamento, ventiquattresimo giorno. Quando i numeri della pandemia ce lo consentiranno, usciremo dalla “fase dell’isolamento” per entrare in quella della convivenza. E fino a quando non ci sarà un vaccino, avremo un solo oggetto in grado di garantirci un minimo di protezione dal coronavirus: la mascherina. Da quella che ancora non hanno, nelle quantità necessarie, i medici di famiglia, come mia moglie, a quella che indosso ogni volta quando esco di casa, per fare la spesa o gettare l’immondizia. Trovata miracolosamente in un negozio di prodotti made in Cina e pagata 1,5 euro.

Le mascherine con cui ci copriamo il naso e la bocca hanno cambiato l’immagine dell’umanità. Basta guardare in tv un servizio realizzato in uno qualsiasi degli oltre 90 paesi del mondo in cui, secondo la mappatura realizzata dall’agenzia di stampa “France presse”, 3,9 miliardi di persone, quasi il 50% della popolazione mondiale, sono costrette o fortemente invitate a restare a casa. E, quando escono, a indossare la mascherina.

E’ stato innanzitutto per colpa delle mascherine se l’Unione europea ha rischiato, molto prima dello scontro sui “coronabond”, di andare in frantumi, quando Germania e Francia bloccavano le esportazioni di questi indispensabili “dip” (dispositivi individuali di protezione) nel nostro Paese. Senza i quali i primi ad infettarsi, come purtroppo è accaduto in maniera abnorme, sono stati i medici. Gli aerei cargo che atterrano nei nostri aeroporti non scaricano più merci, magari di lusso, ma il nuovo “oggetto del desiderio” del commercio mondiale: le mascherine. E la Guardia di finanza, nel nostro Paese, non sequestra più merci contraffatte, che non compra più nessuno, ma sempre più spesso migliaia di confezioni di mascherine illegali, perché realizzate senza rispettare le norme di sicurezza previste dall’Unione europea. Com’è accaduto, clamorosamente, con le 200.000 mascherine sequestrate in Lombardia e fornite dalla Protezione civile agli ospedali della Regione, sufficienti per poco più di un giorno di lavoro.

Hanno fatto meno notizia altri sequestri. Dalle mascherine illegali vendute in diverse farmacie pugliesi alle 700 confezioni prodotte “in casa” da una sartoria di Roma fino a quelle sequestrate in una rivendita di materassi di Ostia, aperta nonostante i divieti in vigore e gestita da un soggetto legato da vincoli di parentela a un esponente del clan Fasciani . Un pacco da 50 “dip” su cui la Guardia di finanza indaga, giustamente, come se fosse una partita di droga, per risalire la “filiera” del traffico illegale.

Di mascherine si è dovuto occupare il ministero della Salute, con una circolare che risale al 22 febbraio, in cui tutti i “dip” usati non solo nelle strutture sanitarie ma anche per la pulizia di “locali non sanitari potenzialmente contaminati” vanno smaltiti come “materiale potenzialmente infetto”. Persino l’Istituto superiore di Sanità ha dovuto pubblicare, il 4 marzo scorso, delle “Indicazioni ad interim” sulle mascherine: quelle usate in casa vanno “cautelativamente” gettate nei rifiuti indifferenziati, a meno che non provengano da abitazioni dove vivono persone positive al tampone, in isolamento o quarantena obbligatoria. Lo stesso discorso vale per quelle usate nei luoghi di lavoro, sempre a meno che non si decida di adottare maggiori cautele. E gestirli come “rifiuti speciali, prodotti al di fuori delle strutture sanitarie, che come rischio risultano analoghi ai rifiuti pericolosi a rischio infettivo”.

Ancora non sappiamo bene come e dove produrre o acquistare i miliardi di mascherine che diventeranno sempre più indispensabili per “convivere” con il “Sars-cov-2”, come viene definita scientificamente la malattia che ha stravolto l’umanità. Ma siamo ancora più impreparati per gestire questi oggetti, che hanno fatto irruzione nella nostra vita quotidiana, quando diventano rifiuti. Gli attivisti di “Ocean Asia”, impegnati a monitorare l’inquinamento di microplastiche in mare nelle isole di Sokos, vicino Honk Kong, ne hanno trovate migliaia che galleggiavano in acqua o erano finite sulle spiagge. Sbaglierò a pensarlo, ma mi aspetto che prima o poi, nel nostro Paese, spunti fuori un’inchiesta su un nuovo traffico illecito di rifiuti pericolosi, perché potenzialmente infetti: le mascherine. #quellocolbongo.

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Enrico Fontana
Giornalista. membro della segreteria nazionale di Legambiente. Responsabile dell’Osservatorio Ambiente e legalità di Legambiente

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