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Coronavirus, diario dall’isolamento: trentanovesimo giorno

Divieti coronavirusDiario dall’isolamento, trentanovesimo giorno. Oggi, per la prima volta da quando è esplosa l’emergenza coronavirus, non ci sarà alle 18 quella drammatica “estrazione di numeri” alla “lotteria del Covid 19” che è sempre stata la conferenza stampa congiunta della Protezione civile e del Comitato scientifico. Curioso destino, proprio ieri il “Corriere della sera” ha pubblicato i risultati del test sierologico fatto tra i dipendenti del Gruppo Mazza di Castelli di Calepio, in provincia di Bergamo, ovviamente con il loro consenso e su indicazione del medico del lavoro: su 295 dipendenti, il 18% aveva gli anticorpi che si sviluppano dopo essere stati infettati dal virus. Sono 53 contagiati in più che non figurano in nessuno dei famosi “bollettini quotidiani” letti fino a ieri a reti unificate. Costo dell’operazione: 14.500 euro.

Potrebbe anche finire il mio odierno “Diario dall’isolamento”, ma la sensazione di essere stato preso in giro da chi ha il dovere istituzionale di garantirmi un’informazione attendibile e trasparente è troppo forte. Nessuno dei dati più importanti in una pandemia (il numero dei contagiati, quello delle vittime e quello dei guariti) che ci vengono comunicati ufficialmente corrisponde alla realtà. Persino il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, in un’intervista a Repubblica dello scorso 24 marzo, ha avuto un sussulto di verità: “Il numero di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”. Quindi, invece del 172.434 uscito ieri sulla “ruota dei contagiati”, avrebbero dovuto dirci che gli italiani infettati dal coronavirus erano almeno 1,7 milioni. Sarebbe stata una stima, è vero, ma molto più vicina alla verità e con ben altro effetto. Se il numero dei contagiati è sballato, ne consegue che anche quello dei guariti non sta in piedi. Ma non è vero, purtroppo, neppure il numero dei morti, come hanno raccontato decine di testimonianza, dai sindaci agli operatori delle agenzie funebri delle zone più colpite. Nessuno potrà dirci, se non gli scostamenti statistici sul numero medio di morti negli stessi mesi dello scorso anno, quante sono state le persone contagiate che hanno perso la vita. Perché molte negli ospedali non ci sono mai arrivate e nessuno gli ha fatto un tampone. Neppure ai ricoverati deceduti nelle ormai famigerate Residenze sanitarie assistite.

Gli unici numeri certi sono quelli della diminuzione costante dei pazienti ricoverati in terapia intensiva. Tant’è vero che dovendo giustificare la cancellazione della conferenza stampa quotidiana, il capo della Protezione civile ha fatto riferimento soltanto a quelli: “I dati sanitari ci indicano che si è alleggerita decisamente la pressione sulle strutture ospedaliere”. Non si può che esserne, ovviamente, felici. Così come va salutata con favore la decisione di far scattare dal prossimo 3 maggio il test sierologico su un campione di 150.000 italiani, per capire un po’ meglio come e quanto si è diffuso davvero il virus.

A far riflettere è il tempo trascorso finora: 77 giorni dalla dichiarazione dello stato di emergenza, dopo i primi due casi di turisti cinesi ricoverati con il Covid 19 allo Spallanzani di Roma; 56 giorni dalla scoperta del primo caso di contagio in un cittadino italiano, fatta “forzando” le procedure ordinarie; 55 giorni dalla prima conferenza stampa. Potevamo e dovevamo reagire più rapidamente e con maggiore efficacia, risparmiando migliaia di vite umane. Se non avessimo smantellato negli anni la sanità pubblica, ignorato quasi ovunque, senza mai investirci davvero, la medicina territoriale, preso sul serio il rischio di nuove pandemie, dopo Ebola e la Sars, attrezzandoci prima. Ora che s’intravede un filo di luce di più in fondo al tunnel, evitiamo almeno di commettere gli stessi errori. Illudendoci di essere, come ha detto papa Francesco, persone sane in un mondo malato. Post scriptum: giovedì scorso Legambiente ha denunciato con forza il rischio che, per errori fatti nel decreto Liquidità, l’emergenza coronavirus, diventi un affare per ecomafiosi ed ecocriminali, com’è sempre capitato nel nostro Paese, dal post terremoto del 1980 in Irpinia a quella dei rifiuti in Campania, solo per fare due esempi. “Raccolgo l’allarme di Legambiente – ha scritto ieri su twitter, il capogruppo alla Camera del Partito democratico, Graziano Delrio – in Parlamento non consentiremo che un solo euro finisca in mano di chi ha commesso reati contro l’ambiente. Nessuno deve sfruttare l’emergenza per interessi poco trasparenti”. Conosciamo la serietà dell’onorevole Delrio e non dubitiamo della sua parola. Perché, nonostante tutto, continuiamo ad avere fiducia nelle istituzioni e vorremmo averla anche verso chi le rappresenta. #quellocolbongo

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Enrico Fontana
Giornalista. membro della segreteria nazionale di Legambiente. Responsabile dell’Osservatorio Ambiente e legalità di Legambiente

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