Coronavirus, diario dall’isolamento: diciottesimo giorno

Parla a noi quel Papa solo, in una piazza San Pietro deserta. A noi che ci sentiamo dalla parte dei giusti, noi che lavoriamo nel Terzo Settore. Siamo noi che dobbiamo imparare di più e meglio a “remare insieme” Il racconto dei giorni precedenti

Papa, piazza San Pietro

Diario dall’isolamento, diciottesimo giorno. Parla a noi quel Papa solo, in una piazza San Pietro deserta. A noi che ci sentiamo dalla parte dei giusti. Discepoli di una fede in un mondo migliore. Siamo noi che dobbiamo imparare di più e meglio a “remare insieme”. Sempre noi che, nei nostri egoismi, personali e associativi, veniamo presi da “deliri di onnipotenza”. E’ troppo semplice, dopo aver ascoltato ieri le parole, non nuove, di Papa Francesco ma pronunciate, come mai era successo, in un silenzio rotto soltanto dai gabbiani, consolarci perché “avevamo ragione”. E magari condividerlo su facebook. Anche perché non è vero.

Abbiamo torto anche noi se l’umanità è chiamata ad affrontare questa drammatica emergenza coronavirus, che dilaga nel mondo, dagli Stati Uniti all’Africa, dall’Europa al Sudamerica. Torto quando abbiamo rinunciato alla radicalità necessaria per impedire che il mondo diventasse, com’è, gravemente malato. E ancora più torto quando, in nome di un radicalismo verboso e vuoto, abbiamo rinunciato a condividere le fatiche del cambiamento con chi era meno consapevole di noi. Incapaci di ascoltare e preoccupati quasi esclusivamente di affermare le “nostre” verità, le “nostre” soluzioni.

I primi a dover cambiare, per superare questa “tempesta”, siamo innanzitutto noi, che dedichiamo il nostro impegno, la nostra passione, le nostre idee a curare le patologie a causa delle quali si è ammalato il mondo. Superando le nostre pigrizie, le nostre comode sicurezze. Solo così potremo sconfiggere, quando la pandemia del Covid19 avrà consumato i suoi devastanti effetti, i virus che infettano le relazioni sociali, l’economia, la politica, lo stesso Terzo settore in cui, orgogliosamente, lavoro. Non avevamo bisogno di questa nuova, drammatica testimonianza di Papa Francesco e delle sue preghiere per misurare, ancora una volta, la distanza che lo separa dall’irresponsabilità dei governi nazionali, dell’Unione europea, delle Nazioni unite. Lo sappiamo, fin troppo bene. Piuttosto dovremmo chiederci qual è la distanza che separa noi dalle sue parole, ora che siamo, come tutti, impauriti e smarriti.

Quando Papa Francesco parlava, guardandoci dritti negli occhi, mi sono chiesto cosa potesse significare per me, oggi, non avere paura e andare incontro alla fede. Quella, laica, che anima il mio impegno da ambientalista e quella, più intima, spirituale, che incontro, ogni tanto, guardandomi dentro. Una risposta me la sono data: devo saper rinunciare, quando serve, alle gratificazioni, apparenti ed effimere, di una scelta che mi fa sentire “migliore” ma, inevitabilmente, più solo. Perché quando la tempesta è, come quella che stiamo attraversando, imprevista e incontrollabile, soltanto “remando insieme” si riesce a guadagnare un approdo sicuro. #quellocolbongo

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