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Coronavirus, diario dall’isolamento: diciannovesimo giorno

Sessanta milioni di alberi da piantare, appello della Comunità Laudato sì

Diario dall’isolamento, diciannovesimo giorno. Trascorreremo la prossima Pasqua nelle nostre case. Lo sappiamo già, anche ancora non è ancora scritto in un decreto. Perché è l’unica maniera che abbiamo per vincere questa lotta di liberazione dal Covid19. Ed esserne consapevoli può aiutarci a conservare il ritmo giusto, come sanno bene i maratoneti, per tagliare il traguardo. Sono altre le scelte su cui bisogna fare più in fretta di quanto non sia accaduto finora: garantire subito la certezza di un reddito a chi è in cassa integrazione, a chi non lavora più, a chi continua ad assistere le persone più fragili. Riconoscere i diritti a chi non è ha mai avuti, come gli immigrati schiavi delle nostre campagne.

Quando quest’emergenza coronavirus sarà finita potremo persino essere, se faremo le scelte giuste e nei tempi giusti, migliori di prima. Perché abbiamo imparato a conoscere, tutti, le conseguenze, devastanti, causate da un sistema economico malato, che ha contagiato il mondo. Fondato su un principio irrazionale di “onnipotenza”, a causa del quale siamo stati messi in ginocchio da un organismo vivente invisibile all’occhio umano. Ha anche un nome questo “virus primordiale”: capitalismo. Lo scrivo senza nessuna nostalgia verso “fantasmi” del passato, anzi. L’origine di questo sistema economico, l’unico rimasto in piedi nella nostra storia, coincide con la prima forma di libertà consapevole e condivisa della specie umana: quella di mercato. Solo che è degenerata. E da scambio è diventata accaparramento. Anche il profitto avrebbe un’etimologia nobile, derivando da “proficere”, che significa letteralmente “avanzare, giovare”. Peccato che sia diventato sinonimo di rapina, anche se rivestita di legalità

La ricostruzione che ci attende, quando l’emergenza coronavirus sarà finita, dovrà vederci impegnati, tutti, nessuno escluso, a edificare, letteralmente, un nuovo sistema economico, fondato su quattro pilastri: il libero mercato, che è un patrimonio irrinunciabile a cui, come ricorda sempre Stefano Zamagni, ha dato origine la cultura italiana; il giusto profitto, senza le aberrazioni del capitalismo; la sostenibilità ambientale e sociale, per generare benefici comuni che durano nel tempo; la democrazia, restituita, come forma e sostanza, al suo significato originale di “potere del popolo”, esercitata secondo i principi della sussidiarietà orizzontale, in cui agiscono sullo stesso piano e con le stesse responsabilità, cittadini, società civile organizzata, istituzioni. Remando insieme.

Anche questo nuovo sistema ha un nome: Economia civile. Insieme al libero mercato ha radici tutte italiane, a partire dalla seconda metà del Settecento, con le “Lezioni di economia civile” di Antonio Genovesi. Come italiane sono le fondamenta su cui è costruito il movimento cooperativo. E sempre italiani sono esempi di imprenditori che alla parola “profitto” hanno cercato di restituire il suo significato autentico, come Adriano Olivetti.

Oggi il mondo ci guarda, anche con ammirazione, perché siamo la prima democrazia che sta affrontando una crisi in cui vengono messe in discussione libertà fondamentali. E abbiamo condiviso, per primi, scelte difficili, che altri Paesi non hanno avuto a lungo il coraggio di fare. Ricordiamocene, quando arriverà il momento della ricostruzione, pensando anche alle nostre radici. #quellocolbongo. (post scriptum: se la mia previsione iniziale fosse sbagliata, sarei, ovviamente, la persona più felice del mondo!)

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Enrico Fontana
Giornalista. membro della segreteria nazionale di Legambiente. Responsabile dell’Osservatorio Ambiente e legalità di Legambiente

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