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Coronavirus, diario dall’isolamento: cinquantesimo giorno

Charlie Chaplin

Diario dall’isolamento, cinquantesimo giorno (-5). Il nostro Paese sta resistendo, stoicamente, alla seconda crisi globale del capitalismo in appena 12 anni: quella della pandemia Covid-19, dopo quella finanziaria del 2008, innescata dai subprime, i mutui ipotecari “tossici”. Ma ieri ha dovuto subire l’insulto con cui una delle vestali di questo sistema economico, l’agenzia di rating Ficht, ha declassato il nostro debito pubblico, portandolo a un gradino dalla “spazzatura”. Il miliardario americano Leon Cooperman, uno che di finanza se ne intende, ha dichiarato alla rete televisiva Cnbc che il capitalismo, per come lo conosciamo, è alla fine. A noi converrà organizzarci perché accada, prima possibile. Anche perché l’alternativa c’è già e si chiama Economia civile.

Prima di accennare, con la sintesi richiesta da un post su facebook, ai capisaldi di questa “rivoluzione gentile”, vale la pena soffermarsi sulle tre principali agenzie internazionali di rating: Moody’s, Standard&Poor’s e, appunto, Ficht, che è la più piccola, con duemila dipendenti e un fatturato di 559 milioni di euro (dati 2018). Tutte e tre saldamente controllate da società americane. Prima curiosità: l’agenzia Ficht, oggi di proprietà della Hearst Corporation, un colosso dei media negli Stati uniti, è stata fondata a New York nel 1913. Quindi, di crisi globali del capitalismo ne ha già attraversate tre, a partire da quella devastante della Grande depressione, innescata dal crollo della Borsa di Wall Street nel 1929.

E’ passato troppo tempo per trovare tracce dei “rating”, cioè delle valutazioni, fatte allora sui rischi di quel mercato azionario. Più facile recuperare quelle sul ruolo avuto dalle tre agenzie di nella crisi finanziaria del 2008.

Ficht, in linea con le due “sorelle maggiori”, assegnava, prima del tracollo finanziario, il massimo del “rating” sia alle due società semi-governative, Fanni Mae e Freddie Mac, intossicate dai loro stessi subprime, sia alla banca d’affari Lehmans Brothers, diventata tristemente famosa per i dipendenti costretti a lasciare la sede di New York con gli scatoloni in mano. Nel 2015 Standard&Poor’s ha patteggiato, con il governo federale, un risarcimento da 1,37 miliardi di dollari per evitare di rispondere all’accusa di aver manipolato i propri standard di rating sui subprime, incassando maggiori provvigioni. E lo stesso ha fatto Moody’s due anni dopo, versandone circa 864 milioni.

Furbizie a parte, non è neppure soltanto colpa loro se nelle valutazioni di rischio sbagliano con un’imbarazzante frequenza. Secondo uno studio fatto nel 2006 dall’associazione di consumatori Adusbef, il 91% dei 1.000 “report” pubblicati sulle società quotate nei mercati finanziari  era “sballato”. A non funzionare sono gli standard con cui leggono l’economia. Anzi, è proprio il sistema di cui valutano il “rating”, cioè la reputazione, che è inaffidabile. Quel capitalismo fondato innanzitutto sul Prodotto interno lordo (Pil) e il profitto, di cui dobbiamo liberarci, se vogliamo bene a noi stessi e all’umanità.

L’orizzonte culturale è quello disegnato, alla metà del Settecento, da un economista italiano sui generis: l’abate Antonio Genovesi, con le sue “Lezioni sull’economia civile”, rigenerate da studiosi come Stefano Zamagni, Luigino Bruni, Leonardo Becchetti, Alessandra Smerilli, solo per citarne alcuni. Al centro c’è la persona umana e l’obiettivo da raggiungere è la felicità. Nel nuovo sistema economico si misurerà il Bes, cioè il Benessere equo e sostenibile, invece del Pil. I criteri con cui valutare il rating delle società quotate e delle finanze dei singoli Paesi saranno quelli Esg (Environment, social e governance), invece dei dividendi e dei tassi d’interesse. Le imprese profit diventeranno tutte benefit, cioè capaci di generare, insieme al giusto profitto, anche benefici sociali e ambientali. I bond saranno solo green o social e gli investimenti, pubblici e privati, verranno remunerati in base ai risultati ottenuti con l’impact investing (miglioramenti concreti e misurabili della qualità della vita, a cominciare da quella delle persone più fragili). Un’utopia? Forse. Ma il Bes, i citeri Esg, i green e social bond, le società benefit, l’impact investing esistono già. Siamo noi che dobbiamo svegliarci. E invece di rassicurare, quasi umiliandoci, Ficht sulla solidità della nostra economia, rispondergli che a finire nella spazzatura sarà il suo rating. Insieme al sistema economico che sta precipitando l’umanità nella spirale infinita delle pandemie, finanziarie, sanitarie e climatiche.

Post scriptum. Ieri, in un commento alla bella diretta organizzata su facebook dall’associazione POP, di cui sono orgogliosamente uno dei soci fondatori, ho scritto che vorrei lasciarmi dietro, finita questa emergenza, la parola autoreferenzialità, di cui sono purtroppo ancora intrisi molti protagonisti dell’Economia civile. E che vorrei portarne con me un’altra: radicalità. Anche perché, se non ora quando? (nella foto: un’immagine del film “Tempi moderni” di Charlie Chaplin) #quellocolbongo

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Enrico Fontana
Giornalista. membro della segreteria nazionale di Legambiente. Responsabile dell’Osservatorio Ambiente e legalità di Legambiente

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