Coronavirus, a maggio in Cina +4-5% di emissioni di CO2

Nel gigante asiatico l’inquinamento atmosferico sta tornando ai livelli pre Covid, complici l’aumento delle domande di petrolio e acciaio, la produzione di cemento e l’uso di diesel e benzina per il trasporto di merci e persone / Coronavirus e ambiente, la natura dell’emergenza

Cina emissioni Co2

Le emissioni di CO2 in Cina a maggio sono tornate ai livelli pre-Covid, registrando un aumento del 4-5% su base annua. A dirlo sono gli ultimi rilevamenti sull’inquinamento atmosferico diffusi dal governo di Pechino. L’aumento esponenziale di CO2 nell’aria è collegato principalmente alla ripresa delle attività delle industrie del carbone, del cemento e delle altre industrie pesanti.

Dunque come era prevedibile, e come era già stato anticipato a inizio giugno dal Center for Research on Energy and Clean Air, Pechino non ha “perso tempo”. E gli effetti del calo senza precedenti del 25% di emissioni di CO2 nei mesi di lockdown, imposti dal governo cinese per contenere il contagio del virus Sars-Cov-2, stanno già svanendo.

Secondo i dati di Wind Information e del National Bureau of Statistics cinese riportati da Carbon Brief, ad oggi le emissioni di CO2 continuano a essere inferiori di circa il 6% rispetto allo stesso periodo del 2019. Ma è un dato che non durerà ancora a lungo. Lo spegnimento di fabbriche e centrali elettriche e il congelamento del traffico stradale e aereo, hanno migliorato sensibilmente la qualità dell’aria nel gigante asiatico. Al contempo ciò, però, ha fatto sì che per la prima volta in trent’anni la Cina non sia riuscito a centrare gli obiettivi di crescita economica che si era posto, spingendo il governo ad accantonare la “linea verde” a favore dello sfruttamento di fonti fossili.

Tra i principali fattori che hanno portato all’aumento di emissioni di CO2 a maggio è stato, in particolare, l’incremento del 9% della generazione di energia termica. In parallelo sono aumentate anche le produzioni di energia nucleare (14%), eolica (5%) e solare (7%), che però nel complesso non sono state sufficienti per compensare il calo del 17% di energia idroelettrica.

Oltre al settore energetico, a maggio è lievitata anche la produzione di cemento, fattore che ha rappresentato un quinto dell’aumento complessivo delle emissioni mensili di CO2 rispetto allo scorso anno. La crescita della domanda di cemento è stata favorita da grandi investimenti in nuove infrastrutture e nel settore immobiliare.

Anche la domanda di petrolio e la sua trasformazione nelle raffinerie del petrolchimico è tornata ai livelli pre-pandemia, complici i prezzi bassi del greggio. Così come è aumentato in modo repentino la domanda di acciaio per il settore delle costruzione, l’uso del diesel per il trasporto di merci e per le attività industriali, e quello di benzina per le auto private.

Prima del lockdown Pechino prevedeva un aumento fino al 50%, entro la fine del 2020, di impianti fotovoltaici. Ma dopo il blocco delle attività produttive, la stima è stata ovviamente rivista al ribasso. Il fotovoltaico dovrebbe chiudere l’anno con una crescita di circa il 15-30% (35-40 GW installati), mentre eolico e solare potrebbero registrare un segno positivo del 25% (70 GW installati). A giugno dal governo centrale è stato dato mandato a tutte le province del Paese di dare priorità alla produzione di energia pulita. Una richiesta che sa di slogan, dietro la quale l’industria pesante cinese sta tornando a marciare a ritmi forsennati.

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