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Cop 26, senza l’uscita dalle fossili non ci sarà un accordo ambizioso a 1,5 °C

L’inviato a Glasgow. I Paesi più vulnerabili chiedono un fondo aggiuntivo finanziato dalla tassazione dei combustibili fossili per il trasporto aereo e marittimo e da una parte dei ricavi del mercato del carbonio

Siamo entrati nella seconda settimana dei negoziati qui a Glasgow, che con l’arrivo dei ministri stanno entrando nel vivo.
I negoziati dovranno tradurre in impegni concreti gli annunci fatti dai Capi di Stato e di Governo la scorsa settimana al World leader summit. A partire dagli annunci di aumento degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo per raggiungere i 100 miliardi l’anno di dollari promessi a Parigi per il periodo 2020-2025, quindi 600 miliardi complessivi, e che secondo una prima valutazione della presidenza britannica della Cop con gli impegni attuali potranno essere raggiunti solo entro il 2023.

Ebbene, più di 120 Paesi in via di sviluppo hanno detto chiaro e forte che complessivamente si aspettano un piano per il mantenimento degli impegni complessivi dei 600 miliardi qui a Glasgow senza il quale non sarà possibile un accordo ambizioso in grado di tenere vivo l’obiettivo di 1,5 °C indispensabile per fronteggiare l’emergenza climatica.
Nelle ultime ore sta crescendo forte la richiesta, soprattutto da parte dei Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici in corso, di un fondo aggiuntivo per far fronte ai disastri dovuti alla crescente crisi climatica.

C’è poi il capitolo del fondo aggiuntivo “loss & damage”, ossia delle perdite e dei danni dovuti ai fenomeni estremi che questi Paesi chiedono sia aggiuntivo al fondo dei 100 miliardi l’anno destinati alla mitigazione, ovvero alla riduzione delle emissioni, e all’adattamento ai cambiamenti climatici in corso. È un fondo aggiuntivo che questi Paesi, in particolare i 55 Paesi del Vulneable Countries Forum, quelli più colpiti dagli eventi climatici estremi, chiedono sia finanziato attraverso una tassazione dei combustibili fossili utilizzati per il trasporto aereo e marittimo e da una parte dei ricavi del mercato del carbonio.

Se si affronta positivamente con risposte chiare e forti dei Paesi industrializzati alle domande giuste e di buon senso di aiuto economico da parte dei Paesi più poveri e vulnerabili sarà più facile la strada per un accordo ambizioso. Serve l’adozione di una road map al 2023, alla Cop 28, quando ci sarà il primo gobal stock tacke, cioè il bilancio globale degli impegni di riduzione e finanziari, per arrivare a una revisione di questi impegni in grado di dimezzare le emissioni al 2030 al punto di mantenere vivo l’obiettivo 1,5. Solo così sarà possibile facilitare il raggiungimento di un accordo ambizioso, trovando pieno riconoscimento all’annuncio fatto la settimana scorsa da molti capi di Stato e di Governo di avviare il phasing out della produzione, dell’utilizzo e dei sussidi ai combustibili fossili.

Il phasing out dei combustibili fossili e dei loro sussidi deve essere un punto centrale della road map per la riduzione delle emissioni di qui al 2030. Senza il phasing out dei combustibili fossili non sarà possibile dimezzare le attuali emissioni entro il 2030. Ecco perché nei prossimi giorni servono risposte concrete da parte dei Paesi industrializzati.

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Mauro Albrizio
Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles

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