COP 23, tradurre in realtà la promessa di Parigi

IL COMMENTO. Si è aperta ieri a Bonn la Conferenza sul clima. Non è più il tempo del dibattito. Serve un’azione urgente globale per limitare il surriscaldamento del pianeta

Gli impatti disastrosi dei mutamenti climatici sono di fronte ai nostri occhi. Il 2017 si appresta ad essere ancora una volta l’anno più caldo con una concentrazione di CO2 ormai stabilmente sopra i 400ppm. E sempre più diffusi eventi metereologici estremi sono responsabili di danni inimmaginabili con numerose perdite di vite umane e costi sempre più crescenti nell’ordine di miliardi dollari.

Non è più il tempo del dibattito. Serve un’urgente azione globale per limitare il surriscaldamento del pianeta alla soglia critica di 1.5°C ed il tempo rimasto non è molto. Mentre la lobby degli interessi fossili è al lavoro per ritardare l’urgente azione globale, numerosi governi, imprese e comunità locali hanno invece messo in campo investimenti crescenti nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica. Primi passi di una rivoluzione climatica che deve essere più veloce e più ambiziosa.

La Conferenza sul Clima, che si apre oggi a Bonn, è la prima presieduta da un paese delle isole del pacifico. Fiji e le altre isole del pacifico rappresentano comunità che stanno vivendo sulla loro pelle i disastrosi impatti climatici e che nello stesso tempo sono riconosciuti come campioni dell’azione climatica. La presidenza figiana rappresenta una grande opportunità per estendere e rafforzare l’azione climatica globale, sostenuta da una più ambiziosa azione a livello nazionale da parte di tutti i paesi che hanno sottoscritto l’Accordo di Parigi.

Sono passati due anni dall’adozione dell’Accordo alla COP21 di Parigi. È una promessa di azione collettiva, che ha prodotto una grande speranza fondata sugli ambiziosi obiettivi climatici dell’Accordo – in particolare l’impegno di mettere in campo ogni sforzo possibile per limitare l’aumento della temperatura media globale entro 1.5°C rispetto ai livelli preindustriali – e generato un forte impulso politico, che deve ora servire a tradurre questa promessa in realtà.

Nei mesi scorsi l’Accordo di Parigi ha superato il suo primo importante stress test quando, di fronte al tentativo dell’Amministrazione Trump di minare i suoi valori fondamentali con l’annuncio del ritiro unilaterale statunitense, vi è stata una unanime e globale risposta che l’Accordo non è rinegoziabile. Un messaggio chiaro e forte. Da Parigi non si torna indietro.

La Promessa di Parigi è stata costruita in un ambiente di fiducia e collaborazione tra tutti i paesi. La prima COP del pacifico deve incoraggiare tutte le Parti a rafforzare partnership tra attori e paesi con differenti livelli di vulnerabilità e sviluppo economico.

Solo così a Bonn sarà possibile dare gambe alla visione di Parigi e fare importanti passi in avanti nell’agenda del Programma di lavoro dell’Accordo di Parigi. È importante, pertanto, riuscire a concordare una prima bozza negoziale (il cosiddetto “zero draft”) che includa le diverse opzioni in discussione su tutti gli elementi chiave. In questo modo sarà possibile, grazie al confronto nei successivi incontri preparatori, arrivare con una bozza finale alla COP24 di Katowice, dove poter negoziare gli ultimi punti controversi e adottare le linee guida finali secondo quanto previsto.

La COP23 deve, inoltre, porre le basi, attraverso una roadmap, per il Dialogo di Facilitazione del 2018, in modo da poter valutare collettivamente i progressi fatti verso il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi e concordare come rivedere gli attuali impegni al 2030 sulla base di strategie nazionali di lungo termine al 2050.

Gli attuali impegni di riduzione delle emissioni al 2030 sono inadeguati a mantenere l’innalzamento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C, tantomeno entro 1.5°C. Si marcia pericolosamente oltre i 3°C, come evidenzia il recente “Emissions Gap Report” dell’UNEP. Secondo il rapporto, gli attuali impegni consentono solo un terzo della riduzione necessaria delle emissioni al 2030 per raggiungere gli obiettivi di lungo periodo previsti dall’Accordo di Parigi.

Nei mesi scorsi, grazie alla scelta di Trump, si è costituita una nuova leadership climatica globale guidata da Europa e Cina, insieme alla nuova Alleanza per il Clima statunitense, impegnata a lavorare insieme ai paesi emergenti e in via di sviluppo per accelerare la transizione verso un’economia globale a zero-emissioni.

Serve ora un segnale forte dell’Europa. Deve dimostrare con i fatti la sua leadership globale rivendicata in questi mesi, rafforzando la sua azione climatica domestica con l’aumento degli impegni di riduzione delle emissioni previsti nel pacchetto clima-energia 2030.

In Europa abbiamo tutte le condizioni per poter centrare almeno l’obiettivo del 55% entro il 2030. L’attuale trend di riduzione è già del 30% al 2020. Rivedere l’attuale impegno del 40% è pertanto possibile, senza grandi sforzi e con un impatto positivo sull’economia europea. È ormai provato che l’azione climatica fa bene alla nostra economia. Nel periodo In 1990-2015 si è registrato un forte disaccoppiamento tra riduzione delle emissioni ed aumento del PIL. Mentre le emissioni sono diminuite del 22%, il PIL europeo è invece aumentato del 50%.

 A Bonn l’Europa deve pertanto impegnarsi con forza – come chiesto a larghissima maggioranza dal Parlamento europeo nella sua risoluzione del 4 ottobre scorso – affinché il “Dialogo di Facilitazione” si concluda con un impegno di tutti i paesi ad aumentare entro il 2020 gli attuali contributi di riduzione (NDC) al 2030. Di conseguenza, nella nuova legislazione comunitaria in discussione, va prevista una clausola di revisione periodica al rialzo degli obiettivi al 2030, secondo una traiettoria di riduzione ambiziosa al 2050, in modo da adeguare gli attuali obiettivi al nuovo NDC che l’Unione europea dovrà presentare in attuazione dell’Accordo di Parigi.

Tutti i governi europei sono chiamati a fare la loro parte. A partire dall’Italia. Un impegno indispensabile non solo per tradurre in realtà la promessa di Parigi. Ma soprattutto per accelerare la transizione, fondata su efficienza energetica e rinnovabili, verso la decarbonizzazione dell’economia europea. Solo così sarà possibile vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale, creando nuove opportunità per l’occupazione e la competitività delle imprese europee. Una sfida che l’Europa e l’Italia non possono fallire.