Cooperazione, dove sei?

Il nostro Paese è pronto a schierare un contingente militare in Niger, per bloccare i flussi migratori diretti verso la Libia. Ma restano forti perplessità

immagine di soldati nigeriani

Si chiama Niger il nuovo fronte caldo dell’Italia in Africa. È qui, nel cuore del Sahel, dove si incrociano alcune delle principali rotte dei migranti dalla regione subsahariana al Mediterraneo, che il nostro Paese si appresta ad avviare una nuova missione militare. In totale verranno schierati circa 470 soldati: 120 da qui a giugno, il resto entro la fine del 2018. A ciò si aggiunge l’invio di 130 mezzi terrestri e di due aerei per una spesa complessiva pari a 49,5 milioni di euro. L’operazione ha un profilo “no combat”: tradotto, significa attività di addestramento delle unità di frontiera nigerine con l’obiettivo di frenare l’immigrazione clandestina verso la Libia.

Fin qui tutto chiaro, almeno sulla carta. Poggiare gli scarponi in Niger non sarà però una passeggiata. «Il Niger – spiega Alessandra Morelli, responsabile dell’Unhcr (l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati) nel Paese africano – è il Paese più militarizzato dell’Africa. Prima di noi sono arrivati francesi, americani e spagnoli. Questo Stato ospita più di trecentomila fra rifugiati, sfollati interni e migranti che hanno bisogno di protezione internazionale. Il nostro lavoro è assistere chi fugge da Boko Haram o dal nord del Mali, dove operano gruppi jihadisti legati soprattutto ad al Qaeda nel Maghreb islamico, ed effettuare trasferimenti con ponti aerei dalle aree di crisi. Cerchiamo, così, di ricreare fiducia e di proteggere la dignità di chi fugge da violenze e conflitti».

Il contingente italiano verrà dispiegato in parte alla periferia della capitale Niamey. I riflettori presto saranno però puntati sulla base francese di Madama, costruita attorno ai resti di un fortino della Legione straniera e situata a meno di 100 chilometri dal confine con la Libia. In quest’area, militari delle nostre forze speciali potrebbero essere chiamati a spingersi oltre le iniziali “regole di ingaggio” per contrastare i clan criminali e i gruppi jihadisti che hanno in mano i traffici dell’immigrazione clandestina, così come quelli di schiavi, armi e droga.

Ogni mossa dovrà però essere prima concordata con la Francia, potenza di casa in Africa occidentale per il suo passato coloniale, per la sua imponente presenza militare (migliaia di soldati distribuiti fra l’operazione antiterrorismo Barkhane e la missione Onu Minusma) e per il suo ruolo di supervisore del Sahel G5, piattaforma di difesa regionale a cui aderiscono Niger, Mauritania, Chad, Burkina Faso e Mali. Senza dimenticare l’uranio, materiale strategico per le centrali nucleari francesi. Il Niger è il quarto produttore al mondo e la prima società straniera a estrarlo è Areva, leader mondiale dell’energia nucleare civile controllata all’80% dallo Stato francese.

Al netto degli interessi dichiarati (contrasto dell’immigrazione clandestina) e di quelli supposti (partnership energetiche più proficue con la Francia) che spingono l’Italia verso il Niger, restano almeno altre due questioni in sospeso, che rimandano alle modalità con cui questa missione è stata approvata e finanziata. L’operazione è passata in Parlamento lo scorso 17 gennaio, dunque a Camere sciolte, il che crea un “pericoloso” precedente per il futuro. Ma soprattutto ci sono serie perplessità sulla scarsa trasparenza nella gestione delle risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo dei Paesi poveri. È il caso, appunto, del Fondo per l’Africa. Istituito dalla legge di bilancio per il 2017 “per interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”, il Fondo riceverà una nuova iniezione di liquidità di 80 milioni di euro per il biennio 2018-2019. Il 40% di questi soldi andranno proprio al Niger, che insieme alla Libia e in parte minore alla Tunisia riceve la fetta più ampia dei finanziamenti. Addestramento per monitoraggio dei confini e rimessa in efficienza dei mezzi militari sono le voci che coprono i maggiori costi di spesa. «Ma lo strumento militare, se usato con intelligenza e buon senso, può essere molto utile – puntualizza il viceministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Mario Giro – In Niger non andiamo a fare la guerra. Questo Paese ci ha chiesto un aiuto anche per liberarsi da altre ingerenze. Andiamo lì a formarli, a dare loro dei mezzi, a contribuire alla difesa delle loro frontiere soprattutto dai gruppi terroristici che vogliono destabilizzare l’area. Non guardiamo questa missione solo dal punto di vista dell’immigrazione. Guardiamola anche secondo le loro esigenze: non si tratta di guerra, si tratta di sostenere uno Stato. Non sarà il migliore del mondo, vero. Proveremo a migliorarlo. Ma è meglio trattare con uno Stato che, come in Libia, con le milizie». Sperando che 500 militari possano bastare per non commettere, di nuovo, gli errori del passato.

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