Cooperare per resistere

Alle prese con profonde trasformazioni, le realtà italiane del commercio equo e solidale puntanto sulla collaborazione con soggetti che condividono gli stessi valori. Partendo da progetti concreti

E’ un vortice di mille sfumature quello che oggi avvolge il mondo del commercio, alle prese con un aumento dei consumatori etici, attenti e selettivi, esigenti al punto da costringere i retailer a trovare difficili equilibri fra prezzo e qualità, senza far sconti sulla trasparenza e la sicurezza. In questo caleidoscopio si muove anche la galassia del fair trade, abitata da tutte quelle organizzazioni che da decenni lavorano alla promozione di filiere etiche, sostenibili, attente all’ambiente e ai lavoratori soprattutto nel Sud del mondo. Oggi le realtà del commercio equo e solidale si trovano, almeno in Italia, alle prese con profonde trasformazioni. Da soli è sempre più difficile tirare avanti, con le tradizionali botteghe che hanno patito la contrazione dei consumi dovuta alla crisi economica. La strada imboccata per uscire dall’impasse è quella che passa per la collaborazione con soggetti affini o interessati a condividere i valori del fair trade.

L’unione fa il progetto
Ne è un esempio l’appello lanciato a marzo da Altromercato, principale organizzazione italiana del commercio equo, durante la prima conferenza dei partner a Verona. Per sostenere le attività di cooperazione nei prossimi cinque anni, coinvolgendo centinaia di lavoratori in decine di Paesi in via di sviluppo, sono state scritte trenta idee di progetto. Hanno aderito ong, università, fondazioni, istituzioni, ma anche aziende spinte a intraprendere un percorso di responsabilità sociale d’impresa.
I primi progetti concreti sono stati avviati con la Provincia autonoma di Bolzano, Fondazione con il Sud e Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, sia nel Sud del mondo che nel nostro Paese. Gli obiettivi variano a seconda delle necessità dei produttori: in alcuni casi servono mezzi o strutture, altre volte assistenza tecnica, consulenza o formazione. La complessità degli interventi è variabile, «ma alcuni progetti tecnici di infrastrutture possono rivelarsi più complicati di altri – spiega Martina Madella di Altromercato – Lo stesso può dirsi di alcuni progetti legati alla formazione delle risorse umane, perché l’impatto è più variabile e i risultati più incerti».
Ad oggi le partnership hanno permesso alla cooperativa cilena Apicoop di costruire un nuovo impianto per la produzione di miele, mentre in Ecuador i produttori di Copropap beneficiano di un impianto per la produzione di panela, gli indigeni dell’associazione Plaza Pallares si godono il nuovo magazzino per lo stoccaggio dell’orzo e la filanda di Salinas ha potuto acquistare i suoi macchinari.

Italiano e solidale
Nata come cooperativa nel 1988 per valorizzare produzioni dal cosiddetto “Global South”, Altromercato è oggi un consorzio di 109 soci fra cooperative e ong che gestiscono 260 botteghe sul territorio nazionale, per un fatturato complessivo di 34 milioni di euro. Dal 2011 il consorzio ha deciso di lavorare anche con produttori italiani, avviando progetti di cooperazione con realtà dell’economia sociale sviluppatesi in carcere o sulle terre confiscate alla mafia. L’idea si è concretizzata nella collaborazione con Cgm, Slow food e Aiab, selezionando realtà che garantiscono prezzi trasparenti e adottano i metodi dell’agricoltura sociale e della filiera corta. Oggi sono 25 i produttori italiani che hanno aderito alla rete, dando vita a 60 prodotti a marchio “Solidale italiano Altromercato”: si va dalle farine di grani antichi ai taralli, dalla frutta secca ai legumi, fino alla pasta e alle immancabili passate di pomodoro, prodotto dal forte significato simbolico perché sempre associato all’oscuro fenomeno del caporalato nel Mezzogiorno. Proprio in questo caso, la collaborazione con il consorzio campano Nco ha portato alla coltivazione di pomodori biologici su terreni confiscati alla camorra, raddoppiando la produzione di trasformati di Altromercato, prima basata unicamente sui pelati della cooperativa sociale Pietra di scarto, di Cerignola.

L’ambiente in testa
La cura dei rapporti di filiera non si ferma all’aspetto economico e sociale. «Anche la sostenibilità ambientale è un valore fondamentale – sottolinea il direttore generale di Altromercato, Andrea Monti – che perseguiamo in tutti i passaggi delle nostre filiere, dal seme, dalla materia prima, al consumatore finale». Il consorzio mette in campo una serie di iniziative volte a ridurre l’impatto ambientale dei prodotti e delle produzioni, privilegiando ad esempio metodi di coltivazione biologica. «Ma anche per i prodotti non alimentari, come la cosmesi e la moda etica, prediligiamo materie prime tutte naturali, che oltre all’ambiente rispettino la salute di chi li acquista», chiarisce Monti. Anche il packaging è inserito in una strategia di riduzione dell’impatto: Altromercato dichiara che il 90% degli imballi è totalmente riciclabile, mentre il 40% è realizzato con materiali riciclati. Le confezioni di caffè e cioccolato, ad esempio, sono prive di componenti in alluminio e utilizzano solo materiali riciclabili. Sulla logistica, l’impegno è a far viaggiare le merci in container pieni su bancali certificati Fsc.

Dalle botteghe ai supermercati
Queste prassi, tipiche di un approccio del “piccolo è bello”, vengono applicate anche su scala più ampia. Sebbene la valorizzazione dei canali di nicchia sia ancora oggi un messaggio centrale per il mondo del fair trade, è anche vero che ormai buona parte del fatturato viene dalle vendite nella grande distribuzione organizzata (Gdo), mercato che catalizza il 70% degli acquisti alimentari nel nostro Paese. I principali prodotti del consorzio, ad esempio, sono presenti anche in 1.400 punti vendita della grande distribuzione e in duemila negozi specializzati bio. I numeri parlano chiaro: le vendite di prodotti a marchio Altromercato nella Gdo ha registrato una crescita dell’8% nell’anno fiscale 2015-16. Attraverso questo canale oggi passa circa la metà delle vendite dell’organizzazione.
Per tutto il mondo del fair trade entrare nei supermercati non è stato un passaggio facile. Su questo si sono confrontate due scuole di pensiero: quella fedele alle radici, decisa a puntare tutto sul commercio di piccola scala per offrire un modello alternativo alla massificazione dei consumi, e quella più “riformista”, che vedeva nella Gdo un altoparlante irrinunciabile per lanciare il proprio messaggio.
Le relazioni con un soggetto orientato al profitto di questa taglia garantiscono ai fornitori un bacino di consumatori più ampio, ma senza contromisure si rischia una progressiva concentrazione di potere negoziale nelle mani del distributore. Per evitarlo, Altromercato negozia con le principali insegne della Gdo in Italia strategie di marketing, posizionamento, comunicazione e promozione. Il tentativo è non far ricadere eventuali tagli del prezzo sui produttori.

Equità mondiale
Supermercati o meno, ciò su cui sono tutti d’accordo è di non dimenticare le piccole botteghe, cuore identitario del commercio equo e luoghi di forte valore simbolico sul territorio. Su questa ossatura di piccola e piccolissima distribuzione si è creata una rete globale che mette in connessione produttori e consumatori da trent’anni. Una rete coordinata da centinaia di realtà come Altromercato, riunite sotto il grande ombrello della World fair trade organization (Wfto), l’Organizzazione mondiale del commercio equo. Dal 9 al 13 novembre a New Delhi, in India, avrà luogo la conferenza biennale di questo grande forum, che riunisce produttori, grossisti e rivenditori da tutto il pianeta. L’obiettivo è far incontrare il fair trade con il movimento per l’agricoltura biologica: non a caso il meeting coincide per località e date con l’Organic world congress (Owc), il Congresso mondiale del biologico.
Il processo di networking fra le diverse realtà che a livello nazionale provavano a mettere in piedi un commercio alternativo è iniziato negli anni ‘70, condensandosi in una federazione nel 1987. Negli anni gli aderenti sono aumentati (Altromercato ha aderito nel ‘98) e nel 2008 l’unione ha preso il nome attuale. In seno alla Wfto, che raduna 370 organizzazioni e 40 singoli associati in 70 Paesi, si definiscono gli standard che gli operatori dovranno rispettare e si condivide un codice di condotta basato su giusto prezzo, trasparenza, protezione di donne e minori e difesa dell’ambiente. Gli obiettivi del fair trade sono principalmente tre: garantire un accesso diretto al mercato ai piccoli produttori del Sud del mondo, rafforzare il loro ruolo e quello dei lavoratori, agire a livello politico-culturale per migliorare le regole del commercio mondiale. Le organizzazioni del commercio equo si impegnano a instaurare relazioni durature con i partner, in modo da costruire rapporti di filiera più stabili e non legati unicamente a dinamiche di mercato.

Quale globalizzazione?
Fino agli anni ‘80 i prodotti del commercio equo sono stati venduti principalmente nel mercato di nicchia dei fair trade shops europei e statunitensi. Alla fine del decennio dall’Olanda sono stati stretti i primi accordi con i principali canali distributivi: è nato così un sistema pilota di certificazione fair trade. Da quel momento, certificatori ed etichette hanno cominciato a fiorire ovunque, cambiando contorni e missione del commercio equo. Come ha scritto Rudi Dalvai, fondatore di Altromercato e oggi presidente della Wfto, il termine fair trade “non definisce più una rete di organizzazioni per lo sviluppo dei piccoli produttori, quanto piuttosto una garanzia contro lo sfruttamento. Da strumento di sviluppo si è trasformato in strumento di marketing”. I mezzi originari erano le partnership, il contatto diretto, la sensibilizzazione e lo scambio alla pari. Gradualmente il mercato, l’impostazione degli standard etici e gli organismi di certificazione hanno preso il sopravvento. È stato un male? Certamente ha portato all’aumento dei fenomeni di fairwashing: dai prodotti a basso contenuto di materie fair trade venduti con il marchio etico di qualche certificatore, ai produttori che non soddisfano i criteri del commercio equo ma vendono linee fair senza il proprio marchio. Perfino alcuni grandi produttori e piantagioni industriali sono riusciti ad accreditarsi come nuovi fornitori di prodotti equosolidali. “Il commercio equo si trova a un bivio fondamentale – scrive ancora Dalvai – restare vittima del suo successo oppure spostare nuovamente le priorità dal mercato alla solidarietà”.

Regole e controlli
Per evitare di finire risucchiati nei gorghi della globalizzazione e conservare il controllo sulla filiera, Altromercato assicura ispezioni severe sui produttori. Inoltre, essere associato ad Equo garantito, l’assemblea generale italiana del commercio equo e solidale che raduna 82 realtà nazionali, permette al consorzio di poter contare su un organo di controllo e certificazione dei soggetti, non dei prodotti. Equo garantito verifica che le organizzazioni aderenti adottino prassi contrattuali conformi alla carta italiana dei criteri del commercio equo e solidale e agli standard internazionali fissati da Wfto. Il sistema di monitoraggio consta di tre diversi livelli: autovalutazione dei soci, verifica interna svolta da Equo garantito sui propri associati e verifica esterna svolta dall’istituto di certificazione Icea. Un meccanismo tra i più severi del mondo, che cerca di ridurre al massimo i rischi di fairwashing.

La legge scomparsa
Per impostare un ulteriore livello di tutela servirebbe una legge che offra una definizione precisa di commercio equo e solidale, preveda un sistema di controllo capace di tutelare le organizzazioni e i consumatori dalle false imitazioni. Dopo un iter di dieci anni, il 3 marzo 2016 la Camera dei deputati ha approvato il testo depositato nel 2006. Un passaggio accolto con soddisfazione dal settore, ma l’entusiasmo si è lentamente intiepidito. Da un anno e mezzo non si hanno notizie di una calendarizzazione al Senato. «Un rallentamento che non si spiega con motivazioni legate ai contenuti della proposta normativa – si stupisce Andrea Monti – sui cui fin dalla prima stesura c’è stata sostanziale adesione e comunione di intenti fra tutte le parti. Il commercio equo non può più aspettare di veder finalmente riconosciuto, anche formalmente, il suo ruolo nella promozione di un’economia solidale e di uno sviluppo sostenibile per tutti». l