Contrabbando senza confini

I traffici illeciti di animali e di loro parti generano circa 160 miliardi di euro all’anno. Una rete globale con al centro l’Europa e l’Italia. I numeri del Rapporto Ecomafia

Racing Extinction Tiger Skins

Ammonta a circa 160 miliardi di euro il fatturato globale annuo legato ai traffici di animali. Un mercato secondo al mondo solo a quello della droga e delle armi, in mano alle organizzazioni criminali internazionali e che cresce anche grazie alle vendite sulle piattaforme di e-commerce e agli annunci sui social network. L’80% di questi traffici riguarda animali vivi, la cui vendita è limitata o vietata dalla Cites, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie a rischio. A denunciarlo è l’Ifaw, il Fondo internazionale per la protezione degli animali.
Le più richieste sono le specie esotiche, con in testa i rettili (sono oltre 20mila gli esemplari rari intercettati ogni anno alle dogane, in buona parte tartarughe) e uccelli selvatici (in particolare pappagalli e rapaci), seguiti da mammiferi (elefanti, grandi felini, orsi, rinoceronti, scimmie e cetacei). Aumenta anche il numero di animali pericolosi, come le tigri che dagli zoo passano in pianta stabile nei giardini privati. E si espande il contrabbando di parti di animali: corni di rinoceronte, scheletri di tigri e leoni e, ovviamente, le zanne d’avorio degli elefanti nonostante lo storico divieto sulla compravendita approvato in Cina a inizio 2018.

Rotte europee
Se l’Africa è il terreno di caccia prediletto, sono le rotte che attraversano l’Europa a essere le più remunerative per i trafficanti, come confermato da un’indagine sui crimini informatici sulla fauna selvatica condotta nel 2018 dall’Ifaw. Nel Vecchio continente la voce dominante è quella delle importazioni: i Paesi chiave sono Gran Bretagna, Francia, Germania e Russia. In Italia si concentra, invece, il volume più consistente delle trasformazioni connesse al settore della moda, alla pelletteria di lusso e all’attività manifatturiera. Pelli di coccodrilli e pitoni sono i prodotti più gettonati.
A far luce su quanto accade nel nostro Paese è il Rapporto Ecomafia 2019. Dal capitolo dedicato alle zoomafie nel dossier realizzato da Legambiente emerge che, nonostante l’alto numero di operazioni condotte dalle forze di polizia (nel 2018 sono state 7.291 le infrazioni registrate, quasi 20 al giorno, e 6.280 le persone denunciate), ad oggi solo una minima parte degli illeciti contro gli animali sia domestici che selvatici – dai traffici di cuccioli di cane al mercato illegale di animali “da macello” – vengono fermati.
«I commerci illegali che provengono dall’estero riguardano soprattutto parti di animali, ma c’è anche una quota considerevole di specie vive – spiega Antonino Morabito, responsabile nazionale fauna e benessere animale di Legambiente – Sono traffici che però fanno poca notizia perché, rispetto ad esempio ai grandi felini o ai primati, suscitano meno allarme sociale. Mi riferisco ai pesci che finiscono negli acquari, oppure a fringillidi, piccoli uccelli canori, che arrivano da Malta e Cipro e hanno molto mercato nel Centro e Sud Italia. Da oltre confine, specie dai Paesi arabi, sono invece molto richiesti i rapaci catturati in Sicilia: dal falco pellegrino al lanario all’aquila del Bonelli».

Animali sotto scacco
A tenere insieme le diverse fasi di questi traffici illeciti – dall’allevamento alla cattura fino alla vendita al dettaglio e alle spedizioni all’estero – sono vere e proprie organizzazioni criminali che, specie nei contesti mafiosi, agiscono in modo strutturato generando un fatturato annuo di diversi miliardi di euro. Il problema, però, è che queste associazioni a delinquere non affiorano dalle tante indagini condotte nel nostro Paese. In pratica, il reato scovato si ferma solo alla superficie: chi viene colto in flagrante va incontro a una pena che non supera le 2.000 euro, mentre tutto ciò che c’è dietro e davanti resta sommerso.
«Per andare in profondità, e arginare in modo efficace il fenomeno, servirebbe l’attivazione parallela di almeno due iniziative – aggiunge Morabito – Da una parte bisogna mettere a disposizione delle autorità preposte ai controlli, specie alle dogane, tecnologie idonee al riconoscimento delle specie animali che varcano in entrata o uscita i confini del Paese; dall’altra serve rendere il quadro normativo italiano molto più stringente». Per mettere in pratica quest’ultimo punto Legambiente propone da anni di introdurre un delitto specifico contro le attività illecite su fauna e flora protette, un passo in avanti che andrebbe in continuità con la legge sugli ecoreati approvata nel 2015. «Il nostro sistema giuridico colloca ancor oggi gli animali tra le cose, dunque tra gli oggetti, privandoli pertanto di diritti propri – conclude Antonino Morabito – Fino a quando tutti gli animali, pur essendo esseri viventi, non avranno riconosciuti diritti, non si potrà andare oltre le piccole sanzioni per chi commette reati contro di loro. Solo quando la Costituzione riconoscerà il diritto fondamentale alla tutela della vita agli animali, essi avranno concrete possibilità di essere tutelati». E si potrà stringere il cerchio attorno a chi, sulla loro pelle, fa ricavi miliardari.

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