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Continua la raccolta firme per la proposta Rodotà sui beni comuni

Stefano Rodotà

Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli”. Riparte da qui, dall’articolo 71 della Costituzione e da una proposta di legge di iniziativa popolare, il progetto di tutela dei beni comuni definito dalla commissione Rodotà dieci anni fa e mai discusso in Parlamento. Proprio per celebrare il decennale di quel progetto, lo scorso 30 novembre si è tenuto all’Accademia dei Lincei un convegno che ha avviato il cammino verso la legge di iniziativa popolare. Cammino “benedetto” in quell’occasione anche dal presidente della Camera, Roberto Fico. “Non possiamo nascondere le tante e complesse implicazioni dell’introduzione di questa nuova categoria giuridica”, ha premesso Fico durante il convegno, per aggiungere poi: “Credo sia giunto il momento di riportare all’attenzione del Parlamento la necessità di un dibattito sullo statuto dei beni comuni e sulla valorizzazione e tutela dei beni pubblici. Non soltanto per dare piena attuazione ai principi costituzionali e per dare ai cittadini il senso dell’attenzione delle istituzioni verso le loro istanze, ma anche per allontanare la tentazione di utilizzare beni collettivi o pubblici per fare cassa”.
La commissione sui Beni pubblici presieduta da Stefano Rodotà è stata istituita presso il ministero della giustizia nel 2007 per elaborare uno schema di legge delega che modificasse le norme del codice civile in materia di beni pubblici e le rendesse più in linea con i bisogni del presente. L’esigenza di un contesto giuridico dei beni che fosse più al passo con i tempi nasce da un gruppo di studiosi, che quattro anni prima presso il ministero dell’Economia e delle finanze lavorava per la redazione di un conto patrimoniale delle amministrazioni pubbliche. Di questa esigenza si fece carico appunto il dicastero della Giustizia istituendo la commissione Rodotà, i cui lavori sono iniziati nel luglio 2007 per concludersi con una proposta di testo.
La prima grande novità della proposta Rodotà è l’introduzione della categoria giuridica dei beni comuni, definiti “cose necessarie all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona”. Il punto di partenza, quindi, non sono i beni ma i diritti che i beni comuni contribuiscono a garantire. Beni comuni, questo prescrive il testo della legge, che “devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future”. Titolari di beni comuni “possono essere persone giuridiche pubbliche o privati. In ogni caso deve essere garantita la loro fruizione collettiva”. Quando sono di proprietà pubblica “sono collocati fuori commercio; ne è consentita la concessione nei soli casi previsti dalla legge e per una durata limitata, senza possibilità di proroghe”. La commissione stila così una prima non esaustiva lista di beni comuni: i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria; i parchi naturali, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le zone paesaggistiche tutelate.
Un’altra novità del progetto Rodotà è la diversa articolazione della categoria dei beni pubblici, per la quale si prevede una distinzione tra “beni ad appartenenza pubblica necessaria”, “beni pubblici sociali”, “beni pubblici fruttiferi”. I beni ad appartenenza pubblica necessaria sono quelli che soddisfano interessi generali fondamentali: non sono né usucapibili né alienabili e vi rientrano, fra gli altri, le opere destinate alla difesa, le spiagge, la reti stradali, autostradali e ferroviarie, lo spettro delle frequenze, gli acquedotti, i porti e gli aeroporti. I beni pubblici sociali sono quelli necessari a soddisfare bisogni “corrispondenti ai diritti civili e sociali della persona”, come le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli ospedali, le scuole, le reti locali di pubblico servizio. Non sono usucapibili. Infine sono definiti beni pubblici fruttiferi quelli che non rientrano nelle precedenti due categorie e, a differenza degli altri, sono alienabili. Con un implicito riferimento ai tanti vizi delle concessioni pubbliche (alcuni dei quali saliti di recente all’onore delle cronache), il progetto di legge dà indicazioni sulla gestione dei beni. Per i beni gestiti da un privato prescrive, ad esempio, il pagamento di un corrispettivo “rigorosamente proporzionale” ai vantaggi che può trarne l’utilizzatore, che va sempre individuato attraverso il confronto fra diverse offerte.
«Questo progetto di legge, pur avendo fatto parlare tra loro tante istituzioni e tanti cittadini, non solo italiani, poi purtroppo è stato sostanzialmente boicottato dalle istituzioni». Il giudizio amaro è di Alberto Lucarelli, ordinario di Diritto costituzionale all’università di Napoli Federico II, già membro della commissione Rodotà e fra gli autori del quesito referendario del 2011 sull’acqua pubblica. Lucarelli è anche e tra i promotori del comitato popolare di difesa beni comuni, sociali e sovrani “Stefano Rodotà”, che promuove la proposta di legge di iniziativa popolare e che, il 18 dicembre scorso, ne ha presentato il testo in Cassazione. Un altro promotore del comitato, già componente della commissione Rodotà e anche lui fra i redattori del quesito per l’acqua pubblica, Ugo Mattei, giurista dell’università di Torino, spiega come il comitato si sta muovendo: «Stiamo lavorando moltissimo per legarci con tutte le realtà territoriali in lotta per i beni comuni, con tutte le istituzioni che vogliono partecipare e tutte le persone che pensano che la riforma Rodotà sia importante nell’interesse di tutti e del Paese”. A oggi la coalizione di forze sociali appena nata per raccogliere le firme vede coinvolti Libertà e Giustizia, Arci, Slow food, Fondazione Pistoletto, Fair Coop, con Federnotai che ha messo a disposizione la propria rete per l’autentica delle firme. Raccolta firme che ha preso il via il 19 gennaio. «Facciamo un appello — aggiunge Lucarelli — per una grandissima raccolta di firme, ben oltre le 50.000 previste dalla Costituzione, affinché il progetto Rodotà possa ripartire, con l’obiettivo di avviare un processo di consapevolezza sui beni comuni, sui beni sociali e quelli sovrani”. Consapevolezza di cui davvero si sente il bisogno.l

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