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Congo, un genocidio dimenticato

Dal mensile. Tra fine Ottocento e inizio Novecento dieci milioni di persone furono uccise nello “Stato libero del Congo”, allora proprietà privata del re belga Leopoldo II. Lo scrittore Arthur Conan Doyle fu tra i primi a denunciare l’orrore

di ALESSANDRO MICHELUCCI

Per lungo tempo il primo genocidio del XX secolo era considerato quello armeno (1915-1923), che in realtà fu lo sterminio di tutte le minoranze cristiane dell’Impero ottomano (armeni, assiri e greci). Poi ne è emerso uno precedente, quello degli herero e dei nama (1904-1908), pastori nomadi dell’Africa di Sud-Ovest (oggi Namibia), che vennero massacrati dall’esercito coloniale tedesco. Quasi sicuramente, invece, il primo genocidio del secolo ancora precedente fu quello degli indigeni congolesi, che fra il 1885 e il 1908 vennero sterminati dall’esercito belga. Un genocidio anomalo, non realizzato in pochi anni e non diretto contro un popolo specifico ma contro tutti quelli che abitavano un determinato territorio. Per capire meglio è necessaria una digressione storica.
La Conferenza di Berlino (1884-1885), organizzata per regolare i rapporti fra le potenze coloniali europee, aveva sancito il dominio belga su quello che veniva paradossalmente chiamato “Stato libero del Congo”. Ma prima di diventare ufficialmente una colonia belga (1908), questo sconfinato territorio africano (2.365.000 km2, otto volte l’Italia) era una proprietà privata di re Leopoldo II, che per gestirla aveva creato un’apposita Association internationale africaine. A questo scopo il monarca si era assicurato un aiuto prezioso, che sostiene ogni espansione coloniale, quello dei missionari. “Ovviamente dovrete evangelizzare, ma dovrete farlo nell’interesse del Belgio… Il vostro compito primario è quello di facilitare il lavoro degli amministratori e degli industriali, cioè dovrete utilizzare il Vangelo per proteggere nel modo migliore gli interessi di questa parte del mondo”, si legge nella lettera che scrisse alle autorità ecclesiastiche coloniali nel 1883.
Nel suo “Stato libero del Congo” si praticava il lavoro forzato: gli indigeni venivano costretti a tagliare i rampicanti da cui si estraeva il caucciù. I ribelli venivano torturati e spesso interi villaggi dati alle fiamme. In questo modo le truppe belghe sterminarono un numero di persone valutato fra i cinque e i dieci milioni.
All’epoca l’Europa aveva raggiunto la massima espansione coloniale. Nel 1901, quando morì la regina Victoria, la Gran Bretagna era la massima potenza mondiale: un quarto degli abitanti del pianeta erano sudditi dell’Impero “dove non tramontava mai il sole”. Eppure fu proprio in questo Paese che nacque la Congo reform association (Cra), fondata dal giornalista Edmund Dene Morel e dal diplomatico Roger Casement per denunciare la durezza spietata del colonialismo belga. Uno degli aderenti più motivati era un certo Arthur Conan Doyle (1859-1930), il padre di Sherlock Holmes. Il suo nome viene automaticamente legato al celebre investigatore, anche se oltre la metà dei suoi scritti è composta da una ricca varietà, che spazia dai racconti medici a quelli fantascientifici, da una storia dello spiritismo a numerosi testi politici. Lo scrittore scozzese non si limitò a sostenere l’associazione ma scrisse una vibrante denuncia, “The crime of the Congo”, pubblicata nel 1909.
Il libro, finora inedito in Italia, è stato tradotto col titolo Il crimine del Congo dalle edizioni Bordeaux e pubblicato lo scorso giugno (pp. 196, 14 euro). Ancora una volta è un editore piccolo e coraggioso a strappare all’oblio una testimonianza preziosa ma dimenticata. L’edizione italiana è stata curata in modo eccellente da Giuseppe Motta, docente di Relazioni internazionali all’Università “La Sapienza” di Roma, autore di varie opere sulle minoranze europee. Oltre a curare la traduzione, Motta ha scritto un’ampia introduzione che permette al lettore di situare l’opera nel suo contesto storico e geopolitico.
Il crimine del Congo è una denuncia lucida e spietata, un’iniziativa editoriale di alto livello. Ma trattandosi di un libro pubblicato oltre un secolo fa, come mai non ha alterato le nostre cognizioni sui genocidi? Il motivo è semplice: perché per circa un secolo la tragedia congolese non è stata considerata tale.
Se è vero che i genocidi coloniali sono finalmente oggetto di attenzione accademica, è altrettanto vero che neanche oggi i responsabili dimostrano l’intenzione di riconoscerli. Dagli herero e i nama massacrati dalla Germania agli indiani del Nord America sterminati dagli Stati Uniti, il tema è assente da qualsiasi dibattito politico.

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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