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Cobalto killer

una foto di un bambino che lavora in una miniera in Congo

“Sembrava il selvaggio West”. Così Debora Patta, corrispondente della Cbs news, ha descritto le derelitte zone meridionali della Repubblica democratica del Congo, dove decine di migliaia di bambini vittime di sfruttamento estraggono uno dei minerali più importanti per l’industria tecnologica d’avanguardia: il cobalto. Il reportage della celebre tv statunitense, andato in onda a marzo 2018, è solo l’ultima di una serie di denunce che hanno gettato un’ombra sui più grandi gruppi che operano nell’innovazione.

Il cobalto è presente negli smartphone di Apple e Samsung, nei computer di Microsoft o nelle auto elettriche di Tesla. Tutti beni di consumo la cui domanda cresce ogni anno, senza che a valle della filiera sia mai cambiato niente: l’ultima ricerca del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) stima che quarantamila bambini vengano impiegati illegalmente nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo. E troppo spesso le grandi imprese non sono in grado di controllare i passaggi nella filiera, per evitare che il loro business sia macchiato delle peggiori violazioni dei diritti umani.

Più della metà delle forniture globali di cobalto proviene dal Congo, che è di gran lunga il primo produttore mondiale. Seguono a grande distanza Russia, Australia e Canada. Il 20% del cobalto congolese viene estratto a mano: un lavoro pesante per un uomo adulto, ma letteralmente sfiancante per un bambino. Eppure il lavoro minorile è ancora largamente utilizzato nel Paese africano, anche per l’estrazione di coltan, materia fondamentale per la produzione di pc e cellulari, di cui il Congo detiene il 50% dei giacimenti mondiali.

I minatori adulti scavano fino a venti metri usando le pale e le mani, senza protezioni o macchinari. I minori vengono calati nelle strette gallerie, con il costante pericolo di rimanere sepolti. Bambini di quattro o cinque anni trascinano pesanti sacchi di cobalto dalla miniera al fiume, per separare il minerale dai detriti. In un’indagine del 2016, Amnesty international riportava i racconti di alcuni di loro: storie di giornate lunghe dodici ore nelle miniere, bevendo acqua contaminata e trasportando carichi pesanti sulle gracili spalle, per guadagnare uno o due dollari al giorno. Le stime fatte dall’Onu di 80 morti l’anno sul lavoro sono largamente conservative, perché molte vittime vengono seppellite per sempre dalle macerie dei crolli.

Quel cobalto finisce in dispositivi utilizzati da miliardi di consumatori, ma secondo tante inchieste le aziende che li vendono non fanno abbastanza per impedire lo sfruttamento nelle loro filiere. Come ha notato Emmanuel Umpula, direttore della ong Afrewatch, «è un paradosso che alcune delle aziende più ricche e innovative del mondo siano in grado di commercializzare dispositivi incredibilmente sofisticati senza dover rivelare dove acquistino le materie prime».

Oltre ai più celebri marchi della tecnologia, altre compagnie estraggono profitto dalle miniere del Congo: è il caso del colosso svizzero Glencore, primo produttore al mondo con circa 40.000 tonnellate di cobalto l’anno. Si tratta del 35% del totale globale, stimato intorno alle 110.000 tonnellate. Glencore intende aumentare ancora le attività in Africa, soprattutto dopo un accordo con l’azienda cinese Gem, cui venderà quest’anno un terzo di quanto estratto.

L’espansione dei colossi minerari nella regione e la crescente domanda da parte dell’industria automobilistica hanno spinto la Repubblica democratica del Congo a pianificare un aumento dal 2 al 5% della tassa sull’export. Denaro che, probabilmente, non verrà utilizzato per riscattare quei quarantamila bambini dalla dannazione del lavoro in schiavitù.

Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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