Clima: le chiacchiere stanno a zero

DAL MENSILE I negoziati della Cop25 di Madrid si sono chiusi con pessimi risultati. Il target europeo sul taglio delle emissioni al 2030 oggi è del 40% ma Ursula von del Leyen lo vuole portare al 55%. L’Italia, ferma a un modesto 37%, non può più temporeggiare

Cambiamenti climatici
Opera di Isaac Cordal

A Cop25 chiusa, con pessimi risultati, ora l’attesa è per la prossima a Glasgow, dove gli Stati dovranno rivedere, al rialzo, gli obiettivi climatici presentati a Parigi, che sono insufficienti e ci porterebbero a + 3,2 °C al 2100. Obiettivi che dovrà rivedere anche l’Italia, che nei fatti ha presentato dati poco soddisfacenti. Già, perché se rispetto agli obiettivi europei del 2020, quelli del 20-20-20 per intenderci, abbiamo saltato l’asticella con anticipo, per quanto riguarda quelli al 2030 proprio non ci siamo. Ma su ciò è necessario fare una premessa per inquadrare al meglio contesto e prospettive.
Il nostro Paese ha un passato remoto fatto sia di rinnovabili, l’idroelettrico, sia di efficienza, specialmente industriale vista la cronica scarsità d’energia che ha certamente fatto da base per il raggiungimento degli obiettivi al 2020. Un “tesoretto” di tecnologie e buone pratiche che è già stato sfruttato, ragione per cui nel prossimo decennio si dovranno mettere in campo vere politiche industriali per le rinnovabili, l’efficienza energetica – strada in salita perché il suo aumento non è lineare – e per le emissioni. Anche sui soli numeri del Piano nazionale energia e clima (Pniec), il documento di programmazione per l’energia e il clima per il prossimo decennio, si rilevano delle incongruità non da poco.
L’obiettivo europeo circa il taglio delle emissioni al 2030 oggi è del 40%, ma è probabile che Ursula von del Leyen lo porti al 55%, visto che il Parlamento europeo ha votato in tal senso. E in questo quadro il Belpaese che fa? Scrive nero su bianco un modesto 37%, mettendo una seria ipoteca sui tagli, necessari a contenere la crisi climatica, dei vent’anni successivi. «Il Pniec non solo non ha fatto nulla di più sulle emissioni, ma vorrebbe fare di meno – spiega G.B. Zorzoli, presidente del Coordinamento Free – Sulle rinnovabili si deve arrivare a coprire almeno il 35% (dell’energia primaria, ndr), possibilmente il 40%. L’obiettivo fissato nel Pniec è del 30%, sempre due punti in meno rispetto alla media europea». Passare dall’odierno 18% ai numeri citati da Zorzoli significa abbattere drasticamente le fonti fossili, che nel 2018 hanno rappresentato il 79% delle fonti energetiche nostrane, cosa che non sarà possibile fare con la sola uscita dal carbone, che rappresenta un esiguo 6%, prevista nel 2025.

Limiti da superare
Si dovrà incidere su settori politicamente “scomodi” sui quali siamo leader negativi, come quello dei trasporti, che in Italia appare intoccabile. Al punto da smentire persino le passate previsioni fossili. Nel lontano 2004 l’Unione Petrolifera stimava 150.000 auto elettriche in Italia al 2015. Nel 2018 quelle circolanti nel nostro Paese erano di poco sopra le diecimila. Detto ciò, il settore dei trasporti utilizza per il 91,8% petrolio e per il 2,4% gas: totale fossili 94,2%, con delle emissioni procapite di 1,67 tCO2 contro le 1,13 della media del G20. Se a ciò aggiungiamo il fatto che abbiamo 869 veicoli ogni mille abitanti e che l’82% dei passeggeri si muove su gomma, come il 78% delle merci, ci si rende conto della gravità del problema. E anche qui il Pniec mostra i suoi limiti: prima di tutto sovrastima il contributo dei veicoli ibridi plug-in (Phev), ossia quelli a trazione fossile abbinata a quella elettrica che possono ricaricarsi dalle colonnine, e del metano. Non si occupa inoltre del trasporto aereo, settore dove ognuno di noi emette 0,2 tonnellate di CO2 contro la media del G20 che è di 0,15. Ma l’abbaglio più grande il Pniec lo prende sul fotovoltaico. E qui si parte dalle basi. Per l’energia dal sole si stima il passaggio dai 20 GW installati oggi ai 50 nel 2030. Un tasso di crescita del 158% in dieci anni. Ma il problema è come avverrà questa crescita. Nei primi cinque anni, infatti, si prevede di installare circa 7 GW, i restanti 23 nei cinque successivi. «E non solo – dice Paolo Rocco Viscontini, presidente di Italia Solare – La stima circa la produttività del fotovoltaico del Pniec è di 1.465 kWh per kWp installato all’anno, decisamente sovrastimata visto che sul territorio italiano siamo a 1.200 kWh per kWp. Anche per questa ragione pensiamo che per raggiungere gli obiettivi al 2030 serviranno 50 GW di nuove installazioni, non 30». Insomma, dovremmo installare in media 5 GW di fotovoltaico all’anno mentre nel 2019 ne abbiamo realizzati appena 0,6, il 12% del necessario. Gli spazi non sarebbero il problema, perché oltre alle aree agricole dismesse e a quelle industriali, l’Italia è piena di capannoni in grado di ospitare impianti di buone dimensioni. «Il vero problema è quello autorizzativo – dice Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club – È necessario un patto fra il quadro politico nazionale e le Regioni affinchè si sblocchi il problema, dopodiché si dovrà dare un grande ruolo all’accumulo in grado di rendere stabile la produzione dalle rinnovabili intermittenti». Quella delle autorizzazioni infinite sarebbe una riforma a costo zero per l’amministrazione, ma si giunge al paradosso. «Arriviamo al punto che una Sopraintendenza ha bloccato in un’area industriale un impianto da 550 kW (dimensioni piccole-medie, ndr) per motivi paesaggistici», incalza Zorzoli.

Panorama inquietante
«Negli ultimi anni abbiamo visto un rallentamento nella diminuzione delle emissioni nei trasporti e nell’edilizia – denuncia Luca Lombroso, meteorologo Ampro e osservatore nella Cop25 per Sisc-Unimore – Si tratta dei settori più complicati da efficientare, ma sui quali intervenire è indispensabile. E oltre a ciò negli ultimi mesi abbiamo anche assistito a una ripresa delle emissioni del settore energetico». Si tratta di una ripresa legata al rallentamento delle nuove installazioni delle rinnovabili e alla minore produzione dovuta all’idroelettrico, cosa che dimostra, se ce ne fosse bisogno, che la via delle rinnovabili imboccata dall’Italia a oggi non è strutturale, mentre la diminuzione nell’utilizzo del carbone si è fermata. «Sulle emissioni, inoltre, bisogna dire che dopo il grosso calo del 2008-2012 abbiamo assistito a una ripresa – prosegue Lombroso – E ciò significa che il tanto auspicato disaccoppiamento fra produzione ed emissioni non è avvenuto e che la diminuzione è stata frutto della crisi economica».
Insomma, quello tracciato dai vari governi che si sono succeduti, non è un panorama positivo. Climate Trasparency, nel proprio report dedicato ai Paesi del G20, scrive che non siamo nemmeno lontanamente vicini a una road map verso gli 1,5 °C al 2100. Le emissioni nostrane del 2017 sono state di 428 MtCO2e, quelle indicate negli Ndcs (gli obiettivi volontari presentati a Parigi nel 2015) 364, mentre quelle necessarie al target di 1,5 °C sarebbero, il condizionale è d’obbligo, di 115 MtCO2e, il tutto al 2030. Insomma se chiediamo durante le Cop di avere più ambizione, teniamo conto che in casa l’ambizione dovrebbe – altro condizionale – essere tripla. Il tutto in dieci anni.

(ha collaborato Raffaella Bullo)

 

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