Clima: funghi, batteri e piante reagiscono al caldo

I risultati dello studio condotto dall'Università di Stanford confermano l'ipotesi che i cambiamenti climatici interferiscano in maniera pericolosa nei processi di simbiosi  

Un'immagine di campagna devastata dal cemento

Studi e ricerche condotte sul patrimonio forestale stanno incidendo in maniera importante nel dibattito sulla salvaguardia degli ecosistemi ambientali. Sono decisamente interessanti i risultati dello studio internazionale coordinato dall’Università di Stanford tra 70 centri di ricerca  – compresi la Fondazione Edmund Mach (Fem), il Muse di Trento e l’Università di Firenze – con il quale si definisce l’intricato scambio di nutrienti che si sviluppa nei suoli forestali, tra funghi, batteri e flora. Relazioni simbiotiche, in cambio di carbonio, legate ai mutamenti delle temperature terresti.

Gli scienziati, nell’ambito della Global Forest Biodiversity Initiative (Gfbi), hanno raccolto i dati da oltre 1 milione di siti naturali nel mondo, che includono 28mila specie di alberi, rivelando i fattori che determinano dove le diverse tipologie di simbiosi hanno maggior successo. Le analisi hanno riguardato tre delle più comuni simbiosi, di cui due tra funghi e radici (chiamate ‘micorrize arbuscolari’ e ‘ecto-micorrize’) e la terza tra batteri azoto-fissatori e le radici degli alberi. I risultati confermano l’ipotesi che il clima, tramite la sua influenza sul processo di decomposizione delle piante, determini la distribuzione delle diverse tipologie di simbiosi. Lo studio è il modo scientifico per riuscire a fare previsioni e stabilire che le simbiosi potrebbero cambiare entro il 2070 se le attuali emissioni di carbonio continuassero inalterate. Tale scenario comporterebbe una riduzione del 10% nella biomassa delle specie di alberi associati con un particolare tipo di funghi che si trova primariamente nelle regioni fredde del pianeta.

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