Clima: c’erano una volta i ghiacciai

Reportage dall’alta via dell’Ortles sulle Alpi Retiche in Alto Adige: 120 km, con un dislivello di 8.126 metri, che attraversano i ghiacciai più grandi, raccontandone la grande sofferenza. E offrendo una delle testimonianze più tangibili del cambiamento climatico in Italia

ghiacciai

La lingua del ghiacciaio si protende rabbiosa sul versante meridionale dell’Ortles, 3.905 metri sul livello del mare, una delle cime più alte delle Alpi Retiche, in Alto Adige. Alcuni seracchi incombono sul sentiero sottostante, il Glacier Weg. Poco sotto si vedono alcuni blocchi di ghiaccio precipitati sulle rocce di dolomia metamorfica e schiantati con violenza in tutte le direzioni. Per il turista “occasionale” il ghiacciaio dell’Ortles appare imponente. Eppure basta vedere le immense morene laterali circostanti, nate dall’accumulo di detriti trasportati dal ghiacciaio, per capire che ciò che scorge il nostro occhio è soltanto un’ombra del suo passato.
«Dopo settemila anni il ghiacciaio è tornato a muoversi», dice Oskar Moser, classe 1948, tirolese doc, una delle più vecchie guide del gruppo dell’Ortles-Cevedale. Cita una recente scoperta, certificata dalla Ohio University. «Quando venivo da ragazzo, cinquant’anni or sono, il ghiaccio scendeva fino a laggiù… Oggi resta una piccola ombra di se stesso». Le sue parole disegnano una geografia invisibile, che solo chi ha attraversato migliaia di volte queste rocce può conoscere. «I crepacci si imparano a memoria, ma oggi tutto muta così velocemente che ogni anno il ghiacciaio è diverso», continua Oskar. Indica un vecchio saracco che si vedeva quando gli scarponi erano solo di cuoio, il dito segue una traccia dove si passava con i ramponi quando il terzo millennio non era ancora arrivato e che oggi è invisibile all’occhio. Dove c’erano le lingue imponenti dei ghiacciai, oggi c’è solo roccia e sfasciumi.
Stiamo percorrendo l’alta via dell’Ortles, un nuovo circuito alpino di sette tappe: 119,5 km di natura incontaminata e un dislivello complessivo di 8.126 m, che porta il viaggiatore attraverso alcuni dei ghiacciai più grandi – se così si può dire – delle Alpi Retiche, raccontandone la storia di grande sofferenza e offrendo una delle testimonianze più visibili, misurabili, del cambiamento climatico nel nostro Paese.

Montagna a pezzi
Al rifugio Casati, 3.269 m s.l.m., ci si arriva con ramponi e corda. Da qui si parte per raggiungere il monte Cevedale (3.769 s.l.m.), partendo alle 4 del mattino, frontalino in testa. Meglio evitare di essere sul ghiacciaio quando, in estate, il sole picchia inesorabile. «Questi percorsi sono diventati instabili e tanta gente non sa riconoscere il ghiaccio giusto su cui camminare». Non passa neanche un minuto che un gruppo di tre persone avanza a corda lasca, camminando su una striscia di neve. «Quello è un ponte sul crepaccio – commenta la guida alpina, intimando ai tre di spostarsi – Meglio stare sul ghiaccio lucido». Qui negli ultimi anni hanno perso la vita quattordici persone, inghiottite dai ghiacci instabili. «La montagna è diventata più pericolosa, i ghiacciai si ritirano e i sassi non tengono», dice Oskar, mentre da Cima Solda ci avviamo a scendere il ghiacciaio sottostante, ben serrati in cordata per evitare crepacci e insidie. «Ci sono sempre più incidenti in montagna, sia per il ghiaccio instabile che per le frane», spiega mentre sostiamo sull’orlo di un abisso glaciale.
Dietro la rapida mutazione di questi ghiacciai e di tanti altri dell’arco alpino ci sono i cambiamenti climatici, dall’aumento delle temperatura, che ne accelera la fusione, alla riduzione dell’innevamento, che ne limita la formazione. Una ricerca del dipartimento di Scienze e politiche ambientali (Esp) dell’Università degli studi di Milano, coordinata da Davide Fugazza e pubblicata in agosto, ha dimostrato che i ghiacciai del gruppo Ortles Cevedale non si sciolgono più rapidamente soltanto per l’aumento delle temperature sopra la media ma anche perché sono meno innevati e sempre più sporchi. Osservando quarant’anni di dati satellitari Landsat, gli scienziati hanno notato com’è diminuito l’albedo dei ghiacciai, ovvero la capacità di riflettere la radiazione solare e quindi di non assorbire calore. Fra le principali cause c’è l’aumento della copertura detritica, proveniente dalle pareti rocciose circostanti il ghiacciaio. Fa più caldo e cedono intere pareti, non più protette dal permafrost collassano su se stesse. Un importante contributo all’annerimento viene inoltre dalle polveri trasportate attraverso l’atmosfera, siano esse di origine naturale (principalmente deserti) o antropica (gli scarichi delle nostre auto diesel, delle fabbriche della Pianura Padana e dei caminetti a legna).
«Si tratta del primo studio in cui l’entità dell’annerimento è valutata su ghiacciai dell’arco alpino in un periodo di tempo così ampio – spiega Davide Fugazza – Conoscere l’intensità di questo fenomeno permette di stimare la fusione del ghiaccio in maniera più accurata, valutare gli effetti dell’annerimento sul regresso dei ghiacciai e sviluppare modelli previsionali per ottenere indicazioni sulla sensibilità dei ghiacciai ai cambiamenti climatici».

Siccità d’alta quota
Se per molte persone gli studi scientifici sono “astratti” e difficili da capire, basta compiere un giro lungo l’alta via dell’Ortles con qualche foto storica alla mano o una brava guida con qualche primavera sulle spalle per capire la tragedia in corso. «Qui è sempre tutto cambiato, oggi però la mutazione è rapidissima», riprende Oskar. Ma gli impatti non sono certo esclusivamente paesaggistici o limitati ai soli alpinisti. Per chi vive sulle Alpi il clima non è affatto un concetto astratto. Per il settore turistico è fonte di preoccupazione. Entro il 2050 i ghiacciai sopra i 3.000 metri si ritireranno e la neve d’inverno per lo sci sarà sempre più scarsa negli impianti più bassi. Inesistente sotto i 1.800 metri. Più giù, guardando verso la Val Venosta, s’intravedono ovunque i meleti irrigati. Un gigantesco frutteto da 300.000 tonnellate nette l’anno di produzione. Già oggi l’approvvigionamento idrico è un problema, si legge nello studio del centro di ricerca altoatesino Eurac, “Rapporto sul clima”. Ma con la scomparsa dei ghiacciai la situazione potrebbe diventare esplosiva. «Piove pochissimo in valle, la Venosta è una delle più secche dell’Alto Adige – racconta il proprietario del rifugio Zufallhütte, Ulrich Müller – Lo spazio per i serbatori di riserva aggiuntivi è limitato. Per alcuni rifugi è già un problema trovare l’acqua. Figuriamoci in valle!». Anche nei pascoli incombe il rischio siccità. Non è possibile utilizzare impianti a goccia e la resa dei campi non giustifica l’alto investimento dei nuovi impianti. Addio formaggi di malga e latte di montagna. Gli alpeggi sono sempre più aridi.
Arrivando al rifugio Hintergrad Hütte, l’Ortles e il suo vicino Gran Zebrù appaiono come maestosi monumenti arcaici. Seduti su una roccia al limitare della morena, lo sguardo non riesce a separarsi da quell’incanto in grado di elevare la commedia dell’esistenza umana alla dignità di una tragedia. Non è ancora l’ultimo atto però. Essere spettatori di questa bellezza è un atto catartico che spinge a diventare attori. Per evitare che tutto ciò non diventi una memoria evanescente relegata ai racconti eroici degli alpinisti. Per evitare che i nostri nipoti non conoscano questi giganti e le loro chiome di ghiaccio, è tempo di agire.