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Emergenza climatica, serve un’immediata inversione di rotta

Le politiche climatiche messe in campo dai governi ci portano pericolosamente verso un aumento di 2.9°C entro la fine del secolo. Lo dicono le proiezioni dell’autorevole Climate Action Tracker

L’emergenza climatica continua ad aggravarsi. Stiamo avvicinandoci a un punto di non ritorno. È l’allarme lanciato dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ai capi di Stato e di governo del G7 riuniti in Cornovaglia, invitandoli ad assumere impegni ambiziosi in grado di contenere il riscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1.5°C. La temperatura media globale, infatti, è già aumentata di 1.2°C rispetto al suo livello preindustriale (1850-1900). Gli ultimi sei anni sono stati i più caldi mai registrati. E vi sono il 40% di possibilità, secondo il World Meteorological Organization (Wmo), che in almeno uno dei prossimi cinque anni la temperatura media annua raggiunga temporaneamente la soglia critica di 1.5°C.

Serve un’immediata inversione di rotta. Le politiche climatiche messe in campo dai governi sino ad ora ci portano pericolosamente verso un aumento di 2.9°C entro la fine del secolo, secondo le proiezioni dell’autorevole Climate Action Tracker (Cat). E con i nuovi impegni al 2030 di riduzione delle emissioni (NDCs – National Determined Contributions) annunciati si viaggia pericolosamente verso i 2.4°C (come si può vedere dal grafico seguente).

Anche nello scenario più ottimistico l’aumento della temperatura media globale supera la soglia critica attestandosi sui 2°C. In questo scenario si prendono in considerazione gli impegni di raggiungere zero emissioni nette entro il 2050-2060 annunciati da 131 Paesi che rappresentano il 73% delle emissioni globali, includendo così anche quei Paesi che non hanno ancora rivisto gli obiettivi di riduzione per il 2030.

Ma, come ha evidenziato l’ultimo Emissions Gap Report dell’Unep, senza un’azione climatica globale ambiziosa in questo decennio sarà impossibile contenere l’aumento della temperatura entro la soglia critica di 1.5°C prevista dall’Accordo di Parigi. È cruciale secondo l’Unep che i governi mettano in campo politiche climatiche ambiziose in grado di consentire una riduzione media annua delle emissioni climalteranti di almeno il 7,6% da qui al 2030. Ed è ancora tanta la strada da fare. Secondo le ultime proiezioni del Cat, come si vede dal grafico seguente, con i nuovi impegni (NDCs) il gap nel 2030 tra il livello di emissioni previsto e quello compatibile con la traiettoria di 1.5°C si è ridotto appena dell’11-14%.

Nei prossimi mesi va definita una roadmap, da concordare alla Cop 26 di Glasgow, per colmare questo gap. È una sfida che possiamo e dobbiamo vincere. Oltrepassare la soglia di 1,5°C entro la fine del secolo avrà effetti devastanti e irreversibili sull’ecosistema globale e sulle generazioni future. Un aumento della temperatura associato agli impegni attuali comporterà una perdita del 14% del Pil globale entro il 2050, secondo il recente rapporto Economics of Climate Change Risks di Swiss Re. Le economie asiatiche saranno le più danneggiate, a partire dalla Cina che rischia una perdita del suo Pil di quasi il 24%. E tra le maggiori economie del pianeta gli Stati Uniti possono perdere circa il 10% e l’11% l’Europa. Danni di gran lunga superiori agli investimenti necessari per fronteggiare l’emergenza climatica. Secondo le stime di Swiss Re basta aumentare del 10% gli attuali investimenti globali in infrastrutture che ammontano a 6.300 miliardi di dollari l’anno.

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Mauro Albrizio
Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles

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