sabato, Ottobre 31, 2020

Clima, allevamenti intensivi sotto accusa per le emissioni

Allevamenti Intensivi: "Meno è meglio"

di ANGELO GENTILI, responsabile Agricoltura Legambiente

Secondo il recente studio pubblicato dall’Ispra, gli allevamenti intensivi sono tra i principali responsabili della formazione di particolato atmosferico. Negli ultimi sedici anni, il settore della zootecnia è salito dal 10,2% al 15,1% come quota sul totale delle emissioni di particolato rilasciate in atmosfera, con un incremento del 32%. Molto più di industria, agricoltura e traffico messi insieme. Gli allevamenti contribuiscono infatti in modo determinante allo sviluppo di particolato secondario, ovvero di particelle solide sospese, formate da nitrati ed in minor misura solfati di ammonio. Le cause sono principalmente da rintracciare nelle deiezioni zootecniche che durante lo stoccaggio e la successiva distribuzione generano ammoniaca gassosa che reagisce con NOx, inquinante  tipicamente urbano in  larga misura prodotto dal traffico.

Da ciò si evince con chiarezza che la formazione di particolato secondario da fonte zootecnica è possibile solo quando l’ammoniaca degli allevamenti incontra il principale inquinante da traffico di cui ha gran parte della responsabilità la motorizzazione in maggior misura diesel. Per abbattere il particolato secondario e le polveri ultrafini, le più nocive alla salute, occorre quindi intervenire in modo significativo da un lato sull’eccessiva concentrazione zootecnica e dall’altro sul tasso di veicoli a motore nelle città italiane, a dir poco elevato rispetto a quello delle altre città europee.

Stando ai dati Ispra , il 76,7% dell’ammoniaca liberata nell’aria è di origine zootecnica. Tale dato, però, peggiora in maniera importante nelle Regioni ad elevata vocazione zootecnica. È questo il caso della Lombardia che con il 51% della popolazione suina e il 24% di quella bovina è senza dubbio la Regione con il meggior numero di capi allevati e con una concentrazione di ammoniaca per il comparto zootecnico pari al 98%.

Il dato è pesantissimo e mette a nudo tutte le problematicità legate all’attuale modello di allevamento intensivo. Basti ricordare che in Italia il 7% di tutte le morti per cause “naturali” è imputato proprio  all’inquinamento atmosferico. È urgente pertanto correre ai ripari al fine di evitare gravi problematiche legate ai superamenti delle emissioni provocate dallo stoccaggio degli animali nelle stalle e la gestione dei reflui.

L’Ispra indica tra le soluzioni più efficaci per limitare questa vera e propria emergenza ambientale e sanitaria la riduzione del numero degli animali negli allevamenti intensivi. Il fenomeno è territorialmente legato, in misura significativa, al bacino padano, le cui condizioni orografiche e climatiche rendono particolarmente difficile la compatibilità tra allevamenti e qualità dell’aria, ma riguarda anche altre aree del centro e sud Italia, da Frosinone ad Avellino e Napoli. Le linee guida delle Regioni per cercare di limitare gli effetti negativi dell’allevamento intensivo risalgono a due anni fa e, con evidente insufficienza, si limitano a prevedere il divieto di spandimento dei reflui zootecnici da novembre a febbraio e la copertura delle vasche di raccolta in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Piemonte.

È evidente che occorre prevenire e ridurre con decisione ed efficacia gli enormi impatti dei megallevamenti di suini, bovini e avicoli che stanno determinando conseguenze pesantissime sull’ambiente, con carichi emissivi e di inquinamento di grave entità non solo nell’aria, come conferma lo studio dell’Ispra, ma anche nel suolo e nell’acqua, influendo in modo pesantissimo sugli ecosistemi e la salute umana. Questi enormi impatti causati dall’allevamento intensivo sono strettamente correlati all’assenza di attenzione all’effettivo benessere animale, con esemplari chiusi nelle stalle con spazi minimi, spesso in condizioni igieniche precarie. Proprio queste condizioni di allevamento costringono troppo spesso a dover ricorrere a farmaci, in particolare antibiotici, nonostante le crescenti preoccupazioni del mondo della medicina nei confronti dello sviluppo di sempre nuovi ceppi microbici antibiotico-resistenti che generati dall’abuso dei medesimi farmaci.

Alle preoccupazioni di carattere ambientale si sommano quindi quelle nutrizionali, sia in riferimento all’eccessivo consumo di carne, che per quanto riguarda la progressiva perdita di qualità nutrizionali di carni e derivati ottenuti da allevamenti intensivi con un conseguente elevato utilizzo di farmaci. Occorre pertanto favorire con decisione la riconversione degli allevamenti intensivi verso progetti che riducano significativamente le densità degli animali per superficie e rispettino il benessere animale, comprese le esigenze etologico/ambientali delle diverse specie allevate. Da subito, occorre altresì sostenere e valorizzare i piccoli e medi allevamenti che consentono la stabulazione libera ed hanno un rapporto vero con la terra. In Italia sono molti gli esempi di buon allevamento con un positivo rapporto con il territorio, che producono latte e carne di grande qualità. Per difendere concretamente queste produzioni di qualità ambientale, salutistica e animale, e farle riconoscere agli occhi dei consumatori nella scelta sugli scaffali, come Legambiente chiediamo che il Ministero dell’agricoltura attivi al più presto l’etichettatura rispetto al metodo di allevamento, sulla base di parametri chiari e specie-specifici, come avviene in altri paesi europei.

Allo stesso tempo, è fondamentale tenere accesi i riflettori sulle emissioni climalteranti e sui fenomeni di inquinamento di acqua, aria e suolo causati dagli allevamenti intensivi per ridurne con decisione l’impatto. Legambiente chiede a tal proposito al Governo che si faccia portavoce affinché nella nuova Pac si introduca una netta discontinuità nel sostegno agli allevamenti intensivi che oggi, oltre ad essere responsabili di buona parte delle  emissioni climalteranti, non garantiscono le condizioni basilari di benessere animale e di qualità delle produzioni. Secondo Eurostat, il 72% degli animali allevati in Europa proviene da aziende intensive di grandi dimensioni e se il numero totale degli allevamenti è diminuito, ciò è avvenuto solo a scapito dei piccoli allevamenti, mentre i grandi e molto grandi sono aumentati rispettivamente del 23% e 21%. Occorre in tal senso sostenere con apposite linee finanziarie gli allevatori che riescono a garantire attraverso un rapporto con la terra una filiera che rispetti tutte le caratteristiche basilari in termini di densità di allevamento, benessere animale e carichi emissivi. È molto importante inoltre che il cittadino-consumatore, come sta già avvenendo, riduca l’utilizzo di carne e derivati nella dieta per rispettare sia la propria salute che quella del Pianeta, riscoprendo e valorizzando l’importanza della dieta mediterranea, come gli studi sull’alimentazione e la nutrizione dimostrano, ponendo al centro del regime alimentare quotidiano cereali, legumi, frutta e verdura. Infine, è di fondamentale importanza che nel consumo di carne si previlegi quella certificata e biologica, oltre che proveniente da filiere controllate, per essere certi di alimentarsi con prodotti sani e di qualità.

Angelo Gentilihttps://www.lanuovaecologia.it
Angelo Gentili è presidente di Festambiente e responsabile Agricoltura di Legambiente

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