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Claudio Damiani: “La lingua è la possibilità che la Natura parli”

Il poeta Claudio Damiani
Foto di Dino Ignani

I poeti non sono famosi. Nessuno li ferma per strada e gli chiede l’autografo. Se qualcuno li intervista, lo fa per una nicchia di persone disposte ad accordargli attenzione. È sempre stato così? Forse no. Lo è sempre? Non sempre, per fortuna. Ma è un peccato, considerata la capacità di interiorizzazione e di analisi che è propria dello scrivere versi. Di certo Claudio Damiani, il cui lavoro è pubblicato da Fazi, ha fra le doti ulteriori quelle del contatto con l’esistente, il creato, il vivente. Siamo partiti proprio dalla sua ultima raccolta e da questo tema per noi così centrale.

“Cieli celesti” – il cui titolo, va detto, nasce da un verso di Beppe Salvia – è un dialogo con la natura. Un dialogo. Non un soliloquio. Intendo dire che c’è quasi la sensazione che chi dice il verso abbia già udito una risposta o una voce precedente. È un essere in dialogo con…
È un omaggio a Beppe Salvia, che per primo ha schiarito la poesia in Italia, è tornato a guardare il cielo, la natura, il mondo, e ha potuto far questo perchè ha ripreso un dialogo interrotto con la lingua, perché la natura senza lingua non è, e le due cose forse sono una. La lingua è la possibilità che la natura parli, che comunichi dentro di sé e dentro di sé crei, e si svolga come natura appunto, e evolva: esseri che si relazionano fra loro e dialogano nascono vivono muoiono nello spazio-tempo. E se anche non si relazionassero, sono relazionati lo stesso, perché sono un tutt’uno. Ecco perché sembra che “chi dice il verso abbia già udito una risposta o una voce precedente”.
“Monte Soratte, se ti guardo col mio tempo/ tu sei sempre stato e sempre sarai/ ma se ti guardo con un tempo più lungo/ anche tu morirai/ diventando completamente piatto,/ ogni giorno infatti diminuisci di un poco”. Penso all’inizio di “Monte Soratte”, all’idea che la natura stia cambiando e si stia modificando sotto i nostri occhi, per così dire, alla moviola. Ma non è un pensiero che lascia inerme la voce della poesia, forse per la dimensione sovratemporale che le è propria. Mi rendo conto che messa così la domanda possa apparire molto interlocutoria… troppo… l’idea era quella di ragionare sul modo in cui la poesia è capace di avvertire il tempo al punto da porsi in dialogo con la natura, che per definizione ha tempi lunghissimi, ere. Mi era piaciuto, perciò, questo tuo dialogo geologico.
Noi siamo dentro la natura, e fuori di lei non c’è niente. Lei ai nostri occhi è estensione e pensiero come diceva Spinoza, ma infinito altro, infiniti altri tempi. Lei non solo non è meccanica, ma infiniti sono i suoi pensieri. Noi siamo uno dei suoi tanti pensieri. Lei anche pensa a noi. Noi, pensando a lei, riceviamo tutta la forza vitale, e solo nella contemplazione e conoscenza di lei possiamo vivere. Noi viviamo solo nella misura in cui sentiamo il suo pensiero infinito e la sua infinita vita vivificarci e farci vivere. Se non l’avessimo amata, non saremmo nati. Se non avessimo sentito lei come il Dio all’origine e alla fine di tutto, creatore e coincidente con il tutto, la ben rotonda verità.

“Pensiamo sempre che la materia venga prima della vita, e se fosse il contrario?” ti domandi in una poesia. Non voglio tanto “sfidarti” sul tema creazionista quanto sull’escatologia. Come finirà tutto secondo te?
Il problema non è come finirà, ma come è, come siamo, chi siamo. Che cosa siamo noi, che cos’è la nostra vita? La nostra vita finirà con la morte? È cominciata con la nascita? No perché siamo parte del tutto e nel tutto sempre restiamo. E se al tutto pensiamo, con lui ci relazioniamo, religiosamente e razionalmente, sentiamo che la vita affluisce in noi, la vita che il tutto ci ha dato. E grande è l’importanza e la responsabilità della nostra vita, in cui Dio si rispecchia e Dio vive, respira. Grande è la responsabilità e il compito dell’umanità, di tutte le umanità del cosmo, che alla natura obbediscono, sembrando a volte che insuperbiscano e si distacchino da lei, ma mai veramente se ne distaccano, né possono farlo. Tutto ciò che è artificiale è natura, tutta la nostra tecnologia è natura, e lei si svela a se stessa nell’evoluzione e svela a noi le sue leggi, per i compiti a cui ci ha destinato. Quando si dice “stiamo distruggendo la natura” diciamo una stupidaggine. Non solo nessuno può distruggere la natura, ma neanche torcergli un capello, possiamo solo amarla conoscerla custodirla e ricevere da lei la vita, come infatti la riceviamo.

Sin dalle tue primissime poesie l’osservazione naturale ha avuto una centralità. La tua stessa biografia è fatta di ripetuti allontanamenti dalla città. Posso chiederti di raccontarmi qual è la vita che cerchi? E cosa non ti piace nella città?
Sono nato in un villaggio minerario della Puglia del nord, sotto il Gargano, e lì ho passato l’infanzia, a contatto diretto con la natura, e con una socialità forte. Trasferirmi con la mia famiglia nella Roma dei primi anni ‘60 fu per me un grande shock. Successivamente ho imparato ad amare molto Roma, perchè è anche lei una miniera, non posso viverci dentro però, amo stare nelle sue vicinanze, dove c’è ancora un ambiente vivibile. La prima cosa per me è l’aria, l’aria che respiriamo e che ci circonda, in cui siamo immersi. L’inquinamento non è solo delle macchine, ma anche delle persone (anche loro, come le macchine, consumano ossigeno e producono anidride carbonica). Le macchine vanno trattate bene, dico in Cieli celesti, perché, essendo nostre figlie, sono nipoti di Dio, e non vanno date tutte le colpe a loro. Chiaro che dobbiamo farle meno inquinanti, come noi anche dobbiamo essere meno inquinanti.
Negli ultimi due secoli la vita in città è molto peggiorata, ma è stato forse un passaggio inevitabile, dettato dalla natura stessa, in quanto è lei che ci spinge, torno a dirlo, nella tecnologia, e ci fa transitare nelle varie fasi, nei vari passaggi più o meno obbligati dell’evoluzione generale.

Visto che stiamo “facendo futuro”, hai una proposta per la preservazione della natura e per la continuità delale città (visto che gli esempi di città più spinte in avanti nell’industrializzazione non sono confortanti in termini d’inquinamento)? La domanda è: come immagini il futuro delle città? La lunga parentesi – di cui mi scuso – era per dire che Mumbai o Pechino, esempi di megalopoli moderne, non sembrano positivi o sostenibili.
Quello che non mi piace della grande città, me l’avevi chiesto prima e non ti avevo risposto, è l’inquinamento dell’aria, il traffico, i rumori. Ma di queste cose si lamentava anche Orazio duemila anni fa, perché il grande inquinante è l’ammassamento eccessivo di gente. Io penso a città più piccole, paesi e villaggi, tornare a loro, riabitare l’antico e creare nuovo con arte. Ritornare a edificare con arte non solo il monumento eccezionale, il bell’oggetto dell’archistar, ma le case dove viviamo. Alle orrende periferie togliere cemento e immettere verde, arte e bellezza, e lasciarle quanto più possibile le città, come avvenne nel Medioevo. Abbandonandole si potrebbero aprire in esse spazi verdi che le renderebbero più vivibili, oltre a rendere gli edifici più sostenibili e autonomi energeticamente. Stiamo andando in questa direzione, lo vediamo da tanti segni.l

Roberto Carvellihttp://www.carvelli.it
Sono nato a Roma nel 1968. Ho scritto "Perdersi a Roma. Guida insolita e sentimentale" (Iacobelli). "Letti" (Voland). "Le Persone" (Kolibris). Ho fondato e coordino www.perdersiaroma.it

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