venerdì 23 Aprile 2021

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Città sommerse

Viaggio nel volontariato che si occupa di famiglie in difficoltà, bambini e anziani con problemi di indigenza. Senza dimenticare i migranti. Un lavoro che è non è mai smesso, anche e soprattutto durante la quarantena Donne vittime di violenza: tutte a casa per il Coronavirus / Intervista ad Elena Improta su isolamento e disabilità

Flavia Brescia vive a Napoli con il suo compagno e due bambini di 8 e 10 anni, fa l’educatrice sociale da vent’anni e solitamente lavora con i minori insieme ad alcune cooperative. Come tanti precari, Flavia non ha un’occupazione da due mesi. L’ultimo progetto a cui ha lavorato, “Abitare la strada”, era destinato ai bambini che non facevano parte di percorsi di inclusione sociale. Con il lockdown tutto si è bloccato, ma lei non è rimasta con le mani in mano. «Una città sommersa è venuta a galla – racconta – scendendo in strada si incontravano solo i poveri, le persone con disagio sociale o economi- co, i tossicodipendenti in astinenza. Normalmente queste persone si mischiano con le altre, dalla chiusura solo loro continuano a girare: sembrano gli ultimi sopravvissuti, affamati, abbandonati dalle istituzioni». Così, insieme a un gruppo di amiche, ha creato una “brigata” di cucina che prepara pasti per i senza fissa dimora. «Per chi vive in strada non ci sono più mense, quelle aperte lo sono due volte a settimana. La prima settimana ho preparato 12 pasti, la seconda 20, la terza 30, alla quarta sono arrivata a 40». Un’escalation destinata a crescere ancora perché in moltissimi hanno perso il lavoro, spesso in nero. Anche Flavia riflette sul suo futuro: «La mia famiglia ha sei mesi di autonomia, poi dovranno portare anche a noi la spesa sospesa».

Negli anni, di madri in difficoltà ne ha viste a centinaia Maria Grazia Passeri di Salvamamme, associazione che fa base a Roma ma lavora in tutta Italia. «Ho capito dall’inizio dell’emergenza che chi stava sul bordo sarebbe caduto, che i più fragili si sarebbero infranti. Per questo ho detto ai miei che ci saremmo dovuti organizzare. Così abbiamo cominciato a distribuire centinaia di pacchi: in tanti ci chiedono aiuto, piangono al telefono e si fa fatica a capire quello che dicono, italiani e stranieri». A Salvamamme sono stati affidati anche pazienti Covid-19 in isolamento, bambini ammalati, donne in libertà vigilata. «Soffriamo, certamente, ma noi viviamo sempre in salita, perché facciamo cose impossibili». Come l’ultima iniziativa, il tour nelle periferie nato da un’idea di Donatella Gimigliano, ufficio stampa dell’associazione. «Sono rimasta colpita dalla solitudine degli anziani in questo periodo – spiega Donatella – Per questo è nato “Sotto lo stesso cielo tour”: un piccolo spettacolo, con un violinista e un comico. Siamo partiti da Corviale per dare un po’ di spensieratezza a chi ne ha bi- sogno».

Un po’ ovunque stanno andando i ragazzi di Baobab experience, che da anni si occupano di migranti e nell’emergenza hanno avviato un porta a porta il sabato mattina. Ritirano la spesa da donatori in tutta Roma e la consegnano ai migranti che vanno a dormire alla stazione Tiburtina e non solo. I volontari sono in contatto costante con altre realtà, da Nonna Roma a Roma Salvacibo-ReFoodgees, all’associazione Cittadini del mondo che opera nell’occupazione abitativa del Selam Palace. Nella Capitale sono più di ottomila i senza fissa dimora, in gran parte vivono nelle aree delle stazioni. Sono “quelli” dell’appello #iovorreirestareacasa, mobilitazione promossa contro il dilagare delle multe a chi un tetto non ce l’ha. Per i senza casa c’è stato anche l’allarme della Caritas: negli ostelli gestiti dall’organizzazione sono in 450, ma non si possono rispettare le distanze perché se lo facessero dovrebbero buttarne fuori più della metà.

Intanto in un’altra periferia romana, quella di Tor Bella Monaca, l’associazione 21 luglio nell’emergenza ha completamente trasformato le sue attività. «Qui abbiamo un polo culturale, riadattato in magazzino per il materiale dei pacchi destinati ai bambini fino ai 3 anni delle baraccopoli», spiega il presidente Carlo Stasolla. Oltre ai pacchi bebè, svolgono didattica a distanza, organizzano un cineforum online, fanno la spesa solidale per gli anziani, raccontano favole al telefono in romanes. «Nelle baraccopoli siamo arrivati a sostenere 170 bambini», dice Carlo. Ogni settimana l’associazione ha bisogno di 4.500 euro. «Il nostro è un osservatorio privilegiato con anziani che non hanno da mangiare, famiglie nelle quali una parte degli omogeneizzati viene data al figlio maggiorenne come parte di un pranzo a base di pane», denuncia. Problemi che non si affrontano con il bonus alimenti del Comune. «Per ottenerlo bisogna compilare il modulo online e avere un indirizzo fisico, richieste davvero incredibili per chi vive nell’indigenza», spiega Carlo. Per l’associazione, «il domani sarà completamente diverso dall’oggi: dobbiamo cambiare pelle. In questa trasformazione il tema delle periferie sarà centrale. O si riparte da qui oppure salta tutto».

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