Città in cammino

La rigenerazione degli spazi urbani che perimetrano il centro richiede tempo e risorse, ma soprattutto cuore

street art al Quadraro
Foto di Cristina Aruffo

La dimensione dell’abitare nel Belpaese è ben analizzata in una recente indagine del Cresme del Consiglio nazionale architetti. C’è la “piccola Italia” dei centri storici, di qualità e identità ma anche sofferente per denatalità, invecchiamento e depauperamento. C’è “Villettopoli”, con oltre nove milioni di alloggi mono e bifamiliari che consumano territorio, offuscano il paesaggio e ammiccano all’abusivismo edilizio. C’è l’Italia della periferia, che perimetra le aree centrali, si addensa in edifici alti ed è avida di speculazioni immobiliari. In sintesi? “Noi siamo periferia” per oltre il 75% mentre il 15% degli italiani vive in centro città e il 10% nel semicentro (si parla solo degli italiani che vivono in città, ndr). “C’è periferia e periferia”, con paradossi come borgate abusive che hanno mantenuto identità o una moltitudine di edifici funzionalisti del novecento: commercio, oggi in crisi, al piano terra e, sopra, molti piani di residenza, anch’essi in crisi; alveari una volta densamente abitati e oggi affetti da solitudine e diseconomie, come nel caso del milione di ultra 65enni che vive solo e impoverito in spaziosi alloggi.
Che fare? “Speriferia” cioè sempre più Civitas, la “città delle anime” di Cicerone, e non solo Urbs, “la città delle pietre”, arando il terreno incolto delle comunità secondo il community organizing: modi condivisi e residenti che “promuovono gli interessi della propria comunità”. È una rigenerazione che richiede tempo e risorse, ma soprattutto cuore, perché la nostra umana ritrosia è divenuta sempre più diffidenza, “barbonismo domestico” e paura, per resistere alla quale non basteranno milioni di telecamere e armi sotto il letto. Per farlo? Camminiamo la periferia, cioè pratichiamo resilienza veloce e a buon mercato con l’“infrastruttura dello spirito”, dove le risorse economiche non saranno mai sufficienti per un’accettabile idea di bellezza urbana. Così l’insicurezza troverà lenimento nella più umana azione fisica, dall’uscita serale con il quadrupede di casa (sette milioni di cani con altrettanti gatti che garantiscono un formidabile effetto cocoon) al cammino outdoor. Ad esempio, nella mappa ufficiale dei Cammini d’Italia (camminiditalia.it) ne troviamo oltre quaranta: dalla Via Francigena all’Appia, dalla Via Romea Germanica alla Via degli Dei, e via camminando. Vere e proprie “infrastrutture intermodali”. Ma a fronte di questi 7.000 chilometri di cammini naturalistici, religiosi, culturali e spirituali – solo una punta dell’iceberg – abbiamo una nuova, affascinante sfida: ibridare cammini e periferie!
Come? Valorizzando le vie storiche che traversano la “città dolente” e possono creare occasioni di relazione, conoscenza dei luoghi, piccole economie di territorio (con prodotti tipici e artigianali), curandone la manutenzione con attività di animazione, legando spazi verdi dispersi in anelli pedociclabili e i valori artistici e culturali presenti con dosi sapienti di contemporaneità: dalla street art all’animazione prêt-à-porter di mercatini, mostre e danze che costringono a uscire, azione propedeutica indispensabile per camminare.
In conclusione, non neghiamoci frammenti di felicità condivisa e godiamoli camminando, anche perchè la maggior parte dei nostri spostamenti sono brevi e urbani e, dunque, occasione ghiotta di buon cammino!