giovedì 21 Gennaio 2021

Città da sfamare

foto di volontari all'opera negli orti urbani a Potenza

Metà della popolazione mondiale oggi vive nelle città. Una quota che potrebbe salire al 66% entro il 2050, con effetti a catena sulla capacità di governance delle metropoli. Secondo le Nazioni Unite, infatti, nei prossimi 30 anni è probabile che 2,4 miliardi di persone lasceranno le campagne per confluire nelle aree urbane. L’idea diffusa è che i grandi centri rappresentino i gangli delle attività economiche, dinamici nodi di una rete globale al di fuori dei quali è più difficile istruirsi, trovare occupazione, accedere ai servizi e alle infrastrutture.

Una visione forse un po’ ottimistica, dal momento che migrare in una metropoli equivale molto spesso a tuffarsi in un dedalo di vie immerse nello smog, con pessimi servizi pubblici e scarsa qualità della vita. Eppure il trend è chiaro: l’urbanizzazione è un processo che non si arresterà. Altrettanto chiaro è il progressivo calo delle aziende agricole in tutta Europa, fatto particolarmente negativo per paesi altamente vocati alla produzione agroalimentare, come il nostro. Ma come nutrire, allora, queste città che si affollano, mentre si spopolano le campagne? E soprattutto, come farlo in maniera sostenibile e sicura, garantendo una giusta remunerazione ai produttori locali e rafforzando la sovranità alimentare delle comunità?

La sfida è immensa, e richiede uno sforzo degli enti locali per integrare in una visione strategica i tanti progetti e iniziative che negli anni sono fioriti autonomamente. In altre parole, serve una politica locale del cibo per ogni città, area metropolitana o regione, capace di garantire il diritto a un’alimentazione di qualità per tutti e incoraggiare l’accesso alla terra di nuovi agricoltori.

Politica per mangiare

«Decine di città in Nord America hanno già una food policy – spiega Andrea Calori, dottore di ricerca in Pianificazione territoriale e ambientale – Con questo termine si intendono quelle politiche tese a contestualizzare il tema del cibo all’interno di un territorio o di una città». Calori è tra i massimi esperti in Italia di sistemi alimentari urbani, responsabile scientifico della food policy di Milano, unica città italiana ad essersi dotata di una strategia del cibo sotto la spinta di Expo. Nella sua attività di ricerca ha conosciuto e approfondito i tanti significati che il termine può assumere a seconda del contesto: «Negli Stati Uniti, ad esempio, la food policy è uno strumento nato per affrontare problemi sanitari come l’obesità, ma non sempre contiene istanze come la giustizia sociale. In America Latina o Africa, il dibattito si concentra invece su sicurezza e sovranità alimentare, nel tentativo di coinvolgere istituzioni più deboli a mettere al centro dell’agenda il tema del cibo».

Per l’Europa e l’Italia, il discorso può assumere un senso ancora diverso. «In un Paese come il nostro – spiega Calori – è necessario trattare il cibo a tutto tondo, abbandonando la logica dei tavoli sull’agricoltura separati da quelli sul commercio, uscendo dal dialogo esclusivo tra politica e organizzazioni di categoria per allargare il confronto a persone e gruppi che non sono rappresentati». Questo dovrebbe essere lo scopo dei cosiddetti food policy councils, spazi di dialogo tra enti locali, imprese e società civile nati negli Stati Uniti. Il primo risale addirittura al 1982 a Knoxville, ma solo nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un fiorire dei consigli del cibo nelle città americane e canadesi.

«Si tratta di organismi che mettono assieme i diversi attori che si occupano di terra e cibo in aree urbane – racconta Riccardo Troisi, presidente dell’associazione Reorient ed esperto di economia solidale – in cui contadini, gruppi di acquisto solidale, piccola distribuzione e mercati possono dibattere con l’amministrazione con l’obiettivo di avviare processi di ri-territorializzazione del sistema del cibo. In definitiva, sono luoghi di partecipazione cittadina, spesso promossi dalle istituzioni locali, con il compito di lavorare perché l’agricoltura periurbana diventi parte integrante della pianificazione della città. Ma il consiglio si occupa anche di sicurezza e sovranità alimentare e più in generale di politiche inerenti al cibo e all’organizzazione dei mercati locali».

L’esempio più noto e riuscito è quello di Toronto, nato nel 1991 e gradualmente esteso all’intero Stato dell’Ontario. Dentro il food council gli agricoltori si sono uniti in associazione e hanno portato a casa accordi importanti, come quelli per la fornitura nelle mense scolastiche o per l’istituzione del primo mercato contadino della città. A Baltimora, il Comune ha costituito un ufficio che si occupa unicamente di cibo ed è anche la sede del food council: tutto ciò che nelle politiche amministrative riguarda in qualche modo l’argomento, passa per quella stanza durante il suo iter. Londra ha invece delegato molto alle organizzazioni non governative: una mezza dozzina di associazioni e centri di ricerca indipendenti, che dialogano con l’amministrazione all’interno del food council, sono incaricati di pubblicare rapporti annuali e costruire campagne di comunicazione per sensibilizzare il pubblico.

Mipaaf, bando contro lo spreco alimentare

Il primato di Milano

«Attenzione però a non creare la moda dei consigli del cibo – avverte ancora Andrea Calori – Sono luoghi in cui declinare la sovranità alimentare, costruire senso comune e consapevolezza. Vanno riempiti di contenuti o si trasformeranno in spazi di partecipazione solo apparente, utili per legittimare decisioni prese altrove». L’unica città italiana ad aver colto la sfida, come accennato, è Milano. Tutto è iniziato nel 2014, quando un accordo fra Comune e Fondazione Cariplo ha permesso di finanziare un percorso in quattro tappe: una ricerca sul sistema di produzione, distribuzione e consumo del cibo in città, l’elaborazione di una serie di obiettivi cui si è giunti consultando cittadinanza e categorie, l’approvazione di una delibera del Consiglio comunale e l’avvio di progetti pilota. Nell’ultimo anno è nato anche l’ufficio comunale che si occupa di politiche del cibo, base per istituire il food council. Il tutto è nato sotto la spinta di Expo, che in qualche modo ha invogliato l’amministrazione a cogliere l’onda del cibo. Questo le ha permesso di giocare un ruolo internazionale di rilievo: l’Urban food policy pact (Ufpp), siglato durante l’Expo, oggi conta l’adesione di 165 città con circa 450 milioni di abitanti. Lo scorso ottobre, Valencia ha ospitato il terzo incontro annuale dei sindaci aderenti al patto, una carta di intenti per sistemi alimentari sostenibili, inclusivi, resilienti, sicuri e biodiversi. Hanno partecipato 300 persone e 85 delegazioni. Un gruppo di 13 città ha avviato un lavoro in seno alla Fao per monitorare i progressi dell’accordo.

Sebbene una dozzina di città italiane abbia siglato il patto di Milano, il capoluogo lombardo è un caso isolato dal punto di vista dell’attuazione pratica di una strategia: alcuni tentativi erano stati avviati da Comune e Provincia di Pisa già nel 2008, ma il piano del cibo è naufragato con la trasformazione delle Province in Città metropolitane. Più di recente, Bergamo e Livorno hanno avviato processi partecipativi con l’obiettivo di arrivare a definire una politica del cibo. Ma l’unico percorso già avviato, che potrebbe affiancare nel prossimo futuro il caso milanese, è quello di Torino.

«Non possiamo ancora dire, in questa fase, di avere una politica locale del cibo – chiarisce Egidio Dansero, che insegna politiche del territorio e sostenibilità all’università di Torino – Ci sono tentativi, processi che vanno in questa direzione. Quel che siamo riusciti a fare, io e altri colleghi dell’università, insieme a funzionari del Comune e della Città metropolitana, è collegare una serie di tavoli di discussione su queste tematiche». Il dibattito nel capoluogo piemontese, infatti, ferve da anni, ma i decisori faticano a raccogliere i suggerimenti degli accademici, convinti a volte che il marketing territoriale e la strategia alimentare siano sovrapponibili. «Eppure ci sono enormi possibilità – aggiunge Dansero – perché gli attori pubblici mettano in campo soluzioni interessanti. Può farlo l’amministrazione in maniera diretta, intervenendo sulla ristorazione scolastica, oppure indirettamente con scelte che riguardano gli usi del suolo agricolo, gli orti urbani, l’agricoltura periurbana o il sistema del commercio locale».

Per offrire uno strumento in base a cui prendere decisioni informate, Dansero ha lavorato insieme ad altri colleghi dell’ateneo torinese, l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, il Politecnico e la Camera di commercio alla redazione dell’atlante del cibo di Torino metropolitana, una mappa ragionata del sistema alimentare locale. «L’idea è mettere insieme le conoscenze che abbiamo sul sistema del cibo che nutre la città – spiega – creando le premesse per una politica locale del cibo».

I silenzi di Roma

In tutto questo, manca clamorosamente all’appello la Capitale. Un silenzio tombale è caduto dopo la realizzazione della “Carta della filiera corta” redatta per Expo 2015. Eppure il comune agricolo più grande d’Italia – quasi 60.000 ettari di terre coltivabili sui 128.000 di superficie totale – potrebbe fare scuola in Europa. Sono circa 800 le aziende agricole, per lo più piccole e piccolissime, che operano nel territorio capitolino, che però schizzano a 20.000 se si comprende la provincia. Catalizzatore di gran parte delle produzioni è il Centro agroalimentare Roma (Car), un polo logistico di 140 ettari e 130 milioni di euro nell’adiacente comune di Guidonia. Da qui, l’ortofrutta si irradia nei 127 mercati rionali in profonda crisi, nelle migliaia di negozi al dettaglio, nei ristoranti e negli hotel. A Roma sono già attivi accordi con importanti cooperative sociali per la fornitura nelle mense scolastiche, è nata una rete dell’economia solidale che sperimenta progetti di piccola distribuzione organizzata, i gruppi d’acquisto non mancano. A una quindicina di mercati contadini gestiti dalla Coldiretti si aggiungono, inoltre, alcune esperienze autorganizzate.

Ma tutti questi elementi vanno messi a sistema, riconosciuti e valorizzati. In un mondo sempre più attraversato da flussi di merci internazionali, che privilegiano quantità e prodotti standardizzati a dispetto di qualità e specificità, diventa urgente costruire un nuovo rapporto tra metropoli e campagne. «Guardare il profilo delle città dal punto di vista del cibo è fondamentale per indirizzare il tipo di agricoltura che vogliamo – dichiara Daniela Sciarra, responsabile del settore Agricoltura di Legambiente – Un’agricoltura, basata sui criteri dell’agroecologia, che deve produrre cibo sano senza danneggiare le risorse ambientali, ridurre le disuguaglianze riconoscendo il cibo come fattore di nutrizione ma anche di identità sociale e culturale».

Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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