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Cini e Buiatti: i Marcelli che abitavano il futuro

Dal mensile. Ci hanno insegnato che la scienza non è neutrale ma neanche un’opinione. Parole che sono un faro oggi, fra comunicazioni scientifiche e di marketing sui vaccini, necessità di trasparenza dei dati e loro segretezza, rassicurazioni e negazionismo

di ELENA GAGLIASSO*

MARCELLO CINI

Marcello Buiatti

Con un po’ di anni di differenza – Cini era del 1923, Buiatti del ’37 – quello dei “due Marcelli”, come li chiamavamo noi che li avevamo incrociati come interlocutori e maestri, fu un intenso rapporto fra due scienziati anomali (Cini, 2013), compagni di strada in un’epoca di straordinari fermenti. Professore ordinario di Fisica all’Università La Sapienza di Roma Marcello Cini, e di Genetica all’Università di Firenze Marcello Buiatti, entrambi avevano ben poco di ordinario. E ora che nessuno dei due c’è più – otto anni dopo Cini, Buiatti è morto lo scorso 28 ottobre – con la lucidità che porta l’addio, li possiamo ritrovare insieme. Li facciamo incontrare nella memoria, sulle soglie della storia, cogliendo come già quarant’anni fa abitavano il futuro. E li teniamo a fianco in questo nostro drammatico presente.
Ma come rendere a parole il timbro umano irripetibile del legame fra i “due Marcelli”? Quell’intensità schiva di due uomini timidi, sobri, determinati e trascinanti, che nel conoscersi avevano scoperto, come avviene nelle amicizie della maturità piena, le loro consonanze profonde? “Direi che l’incontro iniziale – quasi un vero e proprio riconoscimento fulmineo – risale all’aprile del 1991”, a La Sapienza, facoltà di Fisica, aula Rasetti, al convegno sulle comunità scientifiche, mi scriveva Cini nell’ottobre del 2012 (Cini, 2013).
Coltivata dapprima separatamente, dagli anni ’90 l’attenzione critica nel collegare scienza, tecnologie, potere e democrazia lì unì per tutta la vita. Erano anni in cui a differenza di oggi non esisteva ancora la science policy come parte della filosofia della scienza con l’attenzione ai contesti politico-sociali ed economici esterni alla scienza, ma di cui proprio loro contribuivano a gettare i primi semi in Italia. È su questo crinale che li ho incontrati da ragazza: molto giovane con Cini sulle tematiche della non neutralità scientifica (Ciccotti et al., 1976), qualche anno dopo sulla filosofia del mondo vivente con Buiatti. Per me fu radicamento prezioso, perché senza essere epistemologi di mestiere, bensì scienziati critici e autocritici, avevano colto immediatamente all’interno delle loro discipline il cambiare di prospettive e metodologie di ricerca in atto in quegli anni: teorie della complessità, ragionamento sistemico, anti riduzionismo, ruolo del soggetto esteso come comunità scientifica, intriso di teoria e di zeitgeist sul mondo (Cini, 1994; Buiatti, 2000): “il testo e il contesto”, le regole e le meta regole del metodo (Cini, 1990). Questo ne faceva degli intellettuali a tutto tondo, non solo degli “esperti”. Questo li allontanava da ogni tentazione scientista. E poi, cruciale, la nuova centralità della questione dell’ambientalismo; l’impatto antropico sul pianeta, con gli effetti di ritorno della crescita produttiva e del sovraconsumo sugli organismi viventi (Cini, 2006; Buiatti, 2004, 2007).
Per Cini “la scienza non è neutrale” ma “non è nemmeno un’opinione”. Parole che sono un faro oggi, presi dal groviglio della pandemia, fra comunicazioni scientifiche e di marketing sui vaccini, fra necessità di trasparenza dei dati e loro segretezza, fra promesse di rassicurazioni e complottismi negazionisti. Anche per Buiatti la ricerca era orientata da pratiche culturali ed economiche, dall’attrito della realtà (le prove, i fatti) e dalle possibilità tecnologiche. Riteneva che “la struttura culturale dominante, a sua volta ovviamente influenzata dalla organizzazione socioeconomica, sposti l’attenzione di chi osserva la natura su angoli visuali e livelli di osservazione di volta in volta diversi, favorendo la formulazione di teorie che universalizzano concetti e dati necessariamente parziali perché appunto legati a una osservazione di parte. Queste teorie a loro volta circolarmente interverrebbero sulla stessa struttura culturale che le ha in parte generate, accelerandone la modificazione” (Buiatti, 1992).
Affratellati da visioni del mondo ideali, le filtravano nel loro modo di essere scienziati e si istruivano reciprocamente (Cini, 2001). Entrambi marxisti, critici delle rigidità del marxismo e impegnati fino alla fine della vita nell’arcipelago delle formazioni della sinistra, per loro la politica fu il respiro del vivere, mai una professione. Radiato dal Pci nel 1969, Cini aveva fondato con altri il quotidiano il manifesto, partecipato con Anton Giulio Maccacaro alla fondazione di Medicina Democratica e della prima rivista di scienza critica, Sapere. Mentre Buiatti, in contatto con i biologi eterodossi di sinistra anglosassoni come Waddington, Needham, Lewontin e Lerner, aveva lavorato da giovane agronomo nella temperie della Cuba di Fidel Castro. Ispirati entrambi dagli scienziati anglosassoni di Science for the people (Cini avrebbe diretto la collana “Nuovi testi” di Feltrinelli, facendo conoscere in Italia i loro lavori), erano capaci di porgere, senza banalizzarlo, il discorso scientifico alla società, non come di-vulgazione dell’esperto ma per promuovere quella conoscenza critica fra cittadinanze attive che sta alla base della citizen science consapevolmente interlocutoria con il mondo della ricerca: i nostri viaggi negli anni ’90 alle “università verdi” di Lugo di Romagna, Forlì, Imperia sono ricordi di giornate intense e felici fra comunità appassionate di insegnanti, studenti, operai. Una memoria preziosa, una forma di igiene mentale per il presente pandemico, fibrillante fra richieste (e promesse) di salvezza e scuole di sospetto antiscientifico.
Cini e Buiatti hanno fatto parte della schiera dei maestri della particolare via all’ambientalismo scientifico italiano. Con Laura Conti, Giorgio Nebbia, Gianni Tamino, Giuliano Cannata, Virginio Bettini, altri e altre. Era un ambientalismo, il loro, che si radicava nei dati scientifici dell’ecologia, della biodiversità evolutiva, della nascente epidemiologia, con le battaglie per la salute ambientale dei “popoli inquinati” sui territori, nelle fabbriche, che cercava di dipanare il difficile rapporto fra ambiente e lavoro: quell’attenzione locale-globale che dagli anni ’80 diventa la cifra della prima Lega per l’Ambiente del cui comitato scientifico entrambi saranno parte.
Fra i due la consonanza sul tema ambiente era punto d’arrivo, che partiva però da esperienze diverse. Inviato del Tribunale internazionale Russell per i crimini di guerra, testimone oculare in Vietnam nel 1967 dell’effetto dei defolianti e dell’inquinamento da diossina in guerra, Cini interroga i valori etici e politici che le tecnoscienze belliche fanno deflagrare sul tema ambiente: i corpi, i boschi, i fiumi per quel fisico non sono più una semplice variabile indipendente o esternalità. Ma è dopo la catastrofe di Chernobyl del 1986, nella battaglia politico-scientifica ingaggiata contro lobby del nucleare italiano, vari suoi colleghi fisici e intellettuali della sinistra, cui segue la vittoria al referendum, che Cini diventa un riferimento per chi di ambientalismo in senso pratico e teorico aveva iniziato a occuparsi.
Per Buiatti, genetista evoluzionista, il contesto ambientale degli organismi è invece insieme la chiave della loro sopravvivenza e il prodotto delle loro funzioni. Circolarmente siamo “vivi perché diversi e fatti di diversità”, c’è un “benevolo disordine” della vita che si nutre di imprevedibilità e di bricolages (Buiatti, 2004), ma le vite sono materialmente anche il prodotto di ciò che fanno ai loro mondi e che lasciano in eredità a chi segue: adattamento, costruzione o distruzione, impatto antropico. Con questo limpido impianto dirigerà l’associazione Ambiente e lavoro, sarà delegato italiano alla Convenzione europea per la Biodiversità (Cbd) per la stesura dei primi protocolli (Buiatti, 2007). Biotecnologo delle piante dalla prima ora, non sarà critico della ricerca sulle biotecnologie (Buiatti, 2001) ma dell’imposizione, da parte delle grandi multinazionali, di sementi ingegnerizzate in devastanti monocolture agricole. La battaglia contro gli ogm di Buiatti fu una battaglia per la biodiversità, mai contro la libertà della ricerca. (Buiatti, 2004, 2007).
L’ambientalismo di Cini e Buiatti negli ultimi loro anni, su questi temi, era una sola voce: contro l’agrobusinnes e contro i “cespugli brevettuali” che sottraggono democrazia e trasparenza alla ricerca, per una scienza open access e per la difesa dei beni comuni (Buiatti, 2006, Cini, 2013); contro la privatizzazione dell’acqua e per il libero accesso al bene immateriale della conoscenza priva di segretezze brevettuali (Cini, 2006; Buiatti, 2015). Sono convinta che oggi sarebbero, come sempre, uniti nella battaglia per un vaccino anti Covid-19 come bene comune, diritto per tutti.
In quarant’anni, dalla etichettatura iniziale di “catastrofismo”, l’attenzione all’emergenza ambientale è diventata una lenta rivoluzione antropologica, forse la più importante per le ultime generazioni. Per esse il vivere dentro una pandemia al rallentatore, qual è il cambiamento climatico oggi, cambia il modo di sentirsi parte del mondo vivente e li accomuna a molte specie a rischio. Come sostenevano negli ultimi loro anni i “due Marcelli”, se salvezza per il futuro ci potrà essere sul pianeta malato sarà grazie alle capacità di resilienza e di mitigazione del danno inferto e grazie a un cambiamento di mentalità (Buiatti, 2004; Cini, 2006). Verso una solidarietà reciproca e globale fra gli umani, una giustizia ambientale e un “convivere condividendo”.

* professoressa associata al dipartimento di Filosofia della “Sapienza” di Roma, dove insegna Filosofia della scienza e Filosofia e scienze del vivente

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