Grande schermo indigeno

DAL MENSILE Nel cinema gli stereotipi sui popoli autoctoni hanno finalmente lasciato lo spazio alla complessità. Ma per anni il cinema Usa, e non solo, ha diffuso immagini degradanti

Cinema indigeni

DI ALESSANDRO MICHELUCCI

Oggi le espressioni artistiche e culturali dei popoli indigeni sono una realtà incontestabile. Pensiamo al successo mondiale della musica tuareg, ai romanzi di Sherman Alexie e Louis Erdritch, all’interesse ormai consolidato per l’arte aborigena australiana. In ogni sua edizione la Biennale di Venezia dedica ampio spazio ad artisti maori, mapuche, indiani nordamericani. A quella in corso partecipa, fra gli altri, Zacharias Kunuk, il regista inuit che nel 2001 è stato premiato al festival di Cannes per Atanarjuat, primo film girato interamente in lingua eschimese.

Ma per l’uomo della strada è soprattutto il cinema che può dare un’idea chiara di questo fenomeno. La nostra ricognizione, incompleta nello spazio che abbiamo a disposizione, è limitata ad alcuni film che sono stati distribuiti nel nostro Paese. Quello che proponiamo, in sostanza, è un percorso nel quale gli spettatori italiani possano orientarsi, magari ricordando film visti a suo tempo ma inserendoli in un panorama omogeneo.

Partiamo da una realtà lapalissiana: era fatale che gli indigeni più familiari allo spettatore medio diventassero gli indiani del Nordamerica. Non poteva essere diversamente, dato che l’industria cinematografica più potente è quella americana. Al tempo stesso, però, gli indiani hanno pagato questa fama con stereotipi offensivi e degradanti, come documenta Ward Churchill nel libro Fantasies of the master race: literature, cinema, and the colonization of the american indians (City Lights Books, 1998). In questo modo ha preso campo un razzismo sottile che milioni di spettatori hanno recepito inconsciamente. Ma il declino del western ha avuto due effetti positivi. Da una parte, il cinema li ha messi in evidenza come attori protagonisti; dall’altra, ha lasciato spazio a storie ambientate nel presente che mettono in luce i loro problemi odierni. In altre parole, mentre negli western gli indiani impersonavano soltanto i propri avi, veri o fittizi che fossero, oggi interpretano i propri coetanei. Questo non esclude che talvolta possano tornare alle parti di un tempo, ma in ogni caso lo fanno da attori veri quali sono, e non da comparse confinate in un ruolo fisso.

Il grande schermo ha reso noti molti indiani nordamericani: basti pensare ad Adam Beach (Segreti dal passato), Tantoo Cardinal (I segreti di Wind River), Graham Greene (Balla coi lupi, Cuore di tuono, Il miglio verde) e Wes Studi (Balla coi lupi, Geronimo, Caccia spietata, Avatar). Quest’ultimo sarà il primo amerindiano ad essere premiato con l’Oscar alla carriera: l’attore cherokee riceverà il prestigioso riconoscimento il prossimo 27 ottobre, insieme a lui verranno premiati due registi, David Lynch e Lina Wertmüller, e l’attrice Geena Davis. Studi non è però il primo artista amerindiano a ricevere la statuetta: il primato spetta a Buffy Sainte-Marie, cree canadese, premiata nel 1983 per la canzone Up where we belong (Ufficiale e gentiluomo) e già nota per Soldier blue (Soldato blu, 1970). 

Un attore fuori dagli schemi

Anche il cinema australiano aveva dipinto i popoli aborigeni con cliché convenzionali e razzisti, ma trattandosi di un Paese più giovane e di un cinema poco diffuso a livello internazionale questi effetti negativi erano stati molto più contenuti. Comunque, anche se soltanto in Australia, gli stereotipi si erano consolidati. A cancellarli, sostituendoli con immagini che riflettessero la complessità culturale dei popoli autoctoni, ha provveduto David Gulpilil, il più celebre attore aborigeno. La sua fama è arrivata fino a noi, dato che molti dei film in cui appare sono stati distribuiti anche in Italia: L’inizio del cammino (1971), che segna il suo esordio; L’ultima onda (1977); Mr. Crocodile Dundee (1986); The Tracker – La guida (2002); La generazione rubata (2002); Australia (2008) e altri ancora. In Ten Canoes (2006), diretto da Rolf de Heer, recita il figlio Jamie Gulpilil, mentre David compare come voce narrante. Primo film in lingua aborigena (yolngu), il lungometraggio è stato premiato al festival di Cannes. Negli ultimi mesi, purtroppo, la diagnosi di un tumore polmonare ha costretto Gulpilil ad abbandonare le scene. La malattia è ormai a uno stadio avanzato e la morte sembra vicina. Alla fine di settembre è uscito Gulpilil (Pan Macmillan Australia, 2019), la prima biografia dell’attore, firmata dal giornalista Derek Rielly. Come ha fatto Geoffrey Gurrumul in campo musicale, David Gulpilil è stato il primo aborigeno a lasciare una profonda impronta nel cinema australiano, guadagnando fama e rispetto in tutto il mondo.

Cocktail polinesiano

Tarita Teriipaia è la prima attrice polinesiana ad apparire sul grande schermo. Nel film Gli ammutinati del Bounty (1962) recita insieme a Marlon Brando, che poi condividerà con lei una burrascosa esperienza coniugale (1962-1972). Wi Kuki Kaa (1938–2006) compare in due film ambientati fra i maori, Utu. Il massacro dei Maori (1983) e Sotto il segno di Orione (1987). Il primo ritratto duro e realistico della situazione di degrado che affligge gli indigeni neozelandesi è invece Once were warriors – Una volta erano guerrieri (1993). Diretto da Lee Tamahori, il film racconta una vita quotidiana fatta di alcool, violenza, maschilismo feroce. I due protagonisti sono Rena Owen e Temuera Morrison, che si ritroveranno anche nel sequel, Once were warriors 2 – Cinque anni dopo (1999). Rena Owen, paragonata ad Anna Magnani per la sua recitazione intensa, recita anche ne La vendetta del guerriero (2004). Fra gli altri interpreti di Once were warriors spicca Cliff Curtis, già comparso in Lezioni di piano (1993). Lo ritroveremo in Rapa Nui (1994), un film ambientato sull’Isola di Pasqua prodotto da Kevin Costner, e ne La ragazza delle balene (2002), dove la poesia di una leggenda maori viene trasposta in un contesto odierno. Morrison conferma che gli attori indigeni compaiono normalmente in film di ogni tipo, dal western (Blueberry, 2004) a quelli basati sui supereroi dei fumetti (Lanterna Verde, 2011, e Aquaman, 2018). Ed è proprio in Aquaman che troviamo Jason Momoa, l’indigeno hawaiiano al quale spetta il ruolo di protagonista. Il suo fisico scultoreo gli ha valso ruoli di interprete in film come Conan the barbarian (2011) e Justice league (2017), entrambi distribuiti in Italia.