Coronavirus, in Cina inquinamento atmosferico tornato ai livelli pre-pandemia

Lo dicono i dati del Center for Research on Energy and Clean Air. A Wuhan volumi di NO2 in calo solo del 14% rispetto 2019, mentre a Shanghai si è registrato un aumento del 9%. Europa destinata a seguire lo stesso trend / Coronavirus e ambiente, la natura dell’emergenza

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L’inquinamento atmosferico in Cina è tornato ai livelli pre Covid-19. Lo dicono i dati del Center for Research on Energy and Clean Air (Crea), citati dal Guardian, secondo cui le concentrazioni di particolato atmosferico (PM2.5) e biossido di azoto (NO2) in Cina sono già tornate ai valori di un anno fa anno. Appartengono dunque ormai al passato i cali record di NO2 e PM2.5 che a inizio marzo, quando Pechino impose il lockdown in vaste aree del Paese per impedire la diffusione del contagio da Covid-19, i livelli erano scesi rispettivamente del 38% e del 34% rispetto allo stesso periodo del 2019. A Wuhan, primo epicentro globale della pandemia, attualmente i livelli di NO2 sono solo del 14% più bassi rispetto allo scorso anno, dopo essere arrivati a esserlo di quasi la metà. A Shanghai, invece, i livelli sono addirittura superiori del 9% rispetto allo stesso periodo del 2019.

La ripresa vertiginosa del consumo carbone e la domanda di petrolio, che secondo il gruppo di consulenza energetica Wood Mackenzie tornerà agli standard ordinari già entro la fine del secondo trimestre del 2020, sono i principali motivi di questo aumento dell’inquinamento atmosferico in Cina. E appare quasi certo che l’Europa seguirà lo stesso andamento.

Anche nelle principali città del vecchio continente nei mesi di lockdown si è registrato un sensibile calo dell’inquinamento atmosferico. Stando alle rilevazioni del Copernicus Atmosphere Monitoring Service (Cams), che monitora i volumi dell’inquinamento in 50 città europee, in 42 di queste i livelli di NO2 – inquinante prodotto principalmente dai veicoli diesel – a marzo sono stati inferiori rispetto alla media degli altri anni, con Londra e Parigi che hanno avuto una riduzione del 30%.

Per l’Europa non sono ancora disponibili dati sugli attuali livelli di inquinamento atmosferico, e soprattutto è ancora scientificamente da provare che eventuali aumenti siano collegati esclusivamente alla fine del lockdown e alla ripresa delle attività produttive e degli spostamenti di mezzi e persone secondo i vecchi standard. Insomma, l’Europa potrebbe anche “sorprendere” gli scienziati e i suoi governi potrebbero finalmente decidere di virare con decisioni su politiche e investimenti green come chiesto a più riprese in questi mesi di pandemia dalle Nazioni Unite e dalle associazioni ambientaliste di tutto il mondo. Anche se, allo stato attuale, appare più probabile attendersi un cambio di mentalità e di stili di vita che parta dal basso, e dunque dai cittadini europei che superata la quarantena decideranno di lasciare a casa il proprio veicolo e puntare su sharing mobility o trasporto pubblico, o di continuare a lavorare in smart working, sempre che le aziende da cui dipendono glielo permettano.

Sul piano industriale, invece, a dettare il passo sono tornate a essere le industrie altamente inquinanti, ancorate saldamente allo sfruttamento di fonti fossili. Questi player non intendono perdere ulteriore tempo dopo quello già smarrito in questi mesi di lockdown. È accaduto in Cina. Sta accadendo negli Stati Uniti, dove il presidente Donald Trump non ha ma dato segnali sinceri di voler cambiare rotta. E appare inevitabile che succeda anche in Europa.

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