domenica 24 Gennaio 2021

Chico Mendes, il suo assassinio 30 anni fa

Chico Mendes, a 30 anni dal suo assassinio

«Se scendesse un inviato dal cielo e mi garantisse che la mia morte sarà utile a rafforzare la nostra lotta, ne varrebbe la pena. Ma l’esperienza insegna il contrario. Quindi voglio vivere. Cerimonie pubbliche e funerali non salveranno l’Amazzonia». Rilette a trent’anni dal suo assassinio, le parole di Chico Mendes, martire della lotta per la difesa del popolo e della ricchezza della foresta amazzonica, hanno il sapore amaro della premonizione. Il suo più importante lascito, le reservas extrativistas – un modello di gestione ambientale istituito in Brasile subito dopo l’assassinio di Chico, che affida la salvaguardia delle aree protette alle popolazioni di raccoglitori tradizionali e che oggi in Brasile insieme alle riserve indigene tutela un’area di oltre 80milioni di ettari – rischia di venir raso al suolo. Il neo-eletto presidente, Jair Bolsonaro, durante la campagna elettorale ha infatti promesso più volte di “liberare il Brasile dall’ambientalismo che lo soffoca” e “aprire le riserve a chi è in grado di sfruttare le immense ricchezze che nascondono”. Con il pretesto di concedere agli abitanti delle riserve il diritto di utilizzare la propria terra come preferiscono, Bolsonaro intende sostituire il sistema basato finora sull’usufrutto con la proprietà privata, favorendo così quelle imprese minerarie e agroindustriali pronte a sfruttare anche le aree finora protette delle riserve. Bolsonaro ha promesso inoltre di cancellare il ministero dell’Ambiente e affidarne le competenze a quello dell’Agricoltura – il cui attuale ministro è Blair Maggi, uno dei più grandi produttori di soia brasiliani – ed eliminare le principali agenzie governative responsabili della salvaguardia ambientale. Prima ancora che arrivino i suoi prossimi provvedimenti, le minacce di Bolsonaro hanno già prodotto i primi risultati: secondo i dati diffusi dall’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (Inpe), tra agosto e ottobre il tasso di deforestazione è cresciuto di quasi il 50%, cancellando per sempre altri 170mila ettari di foresta. Il Brasile è la nazione in cui vengono uccisi più ambientalisti al mondo e dove viene commesso il maggior numero di reati ambientali. Primati che rischiano ora di segnare nuovi drammatici record. L’anniversario dei 30 anni dal martirio di Chico Mendes sembra il più triste di sempre.

Francisco Alves Mendes Filho, detto Chico, nasce il 15 dicembre 1944 in Acre, una regione dell’Amazzonia brasiliana. Prima di trasferirsi nel villaggio di Xapuri, dove comincerà la sua carriera di sindacalista e politico, lavora per 20 anni come seringueiro (così vengono chiamati in Brasile i raccoglitori della gomma naturale) imparando a conoscere la ricchezza e i segreti della foresta amazzonica. Già nel 1968, in piena dittatura militare, inizia una lotta solitaria per l’emancipazione della sua gente e per difendere la foresta dall’avanzata del latifondo. Collabora alla fondazione dei primi sindacati rurali dell’Amazzonia e nel 1977 viene scelto come consigliere comunale a Xapuri, dove le sue denunce gli costano la completa emarginazione politica. Nel 1983 diviene presidente del sindacato dei lavoratori rurali di Xapuri, carica che manterrà fino al suo assassinio. Le sue lotte in difesa del popolo e della ricchezza della foresta amazzonica gli valgono grandi riconoscimenti internazionali, tra cui il premio Global 500 assegnatogli dall’Onu nel 1987. Ma anche la condanna a morte: il 22 dicembre 1988 viene ucciso a revolverate dagli scagnozzi di un allevatore di bestiame, Darly Alves. Ancora oggi, Chico è un esempio per chi crede che il progresso non si raggiunge a spese della natura.

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